venerdì 11 aprile 2008

Bertinotti: nell'Arcobaleno comunismo solo una cultura

di Daniela Preziosi
su Il Manifesto del 09/04/2008

Il comunismo sarà «una tendenza culturale» all'interno della Sinistra arcobaleno. A cinque giorni dal voto, Fausto Bertinotti si inerpica su un viottolo strettissimo per i suoi, dentro e fuori il Prc. Ovvero la collocazione dei comunisti all'interno della sinistra arcobaleno e persino la sopravvivenza del suo partito. Lo fa nel corso di una videochat sul sito del quotidiano La Stampa, rispondendo alle domande dei lettori. Cosa intende per «tendenza culturale» il candidato premier? In realtà, se prese alla lettera, le sue parole sono persino ovvie: nell'arcobaleno, dice, «vivrà la tendenza comunista, quella ecologista, quella femminista; fintanto che non si costruiranno nuove tendenze. Ma ripeto, tendenze culturali e un solo soggetto politico, unitario e plurale». Però a Paolo Ferrero, ministro della solidarietà sociale e leader di una solida area interna, suonano diversamente. D'accordo sul «processo partecipato e democratico di costruzione di una sinistra arcobaleno unitaria e plurale» attraverso «una discussione larga e partecipata». Quanto al Prc «anche per questo terrà il suo congresso nei prossimi mesi». Ma l'affondo è alla fine. Ferrero cita un classico di Marx ed Engels per dire che per quanto lo riguarda «non so immaginare il comunismo come tendenza culturale; l'unico comunismo che conosco è 'il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente'».Le parole di Ferrero provocano a loro volta stupore e irritazione negli ambienti della segreteria del Prc. In fondo il ragionamento di Bertinotti non è una novità, è persino un percorso politico partito almeno dieci anni. Ma il botta e risposta ha tutta l'aria di un posizionamento precongressuale. E infatti batte un colpo anche Claudio Grassi, leader della minoranza interna Essere comunisti, quella più scettica nei confronti del soggetto unitario a sinistra: «Che i comunisti diventino una tendenza culturale dentro la Sinistra arcobaleno è una delle tante idee che sta esprimendo Bertinotti in questa campagna elettorale. Peccato che non se ne sia mai discusso da nessuna parte, per lo meno in Rifondazione comunista», dice. «Anzi, abbiamo sempre sostenuto, tutti, che la costruzione del soggetto unitario e plurale a sinistra va di pari passo con il mantenimento e il rafforzamento di Rifondazione comunista. Questa resta la posizione della grande maggioranza degli iscritti di Rifondazione, che non hanno nessuna intenzione di sciogliersi in un contenitore genericamente di sinistra». Ma non è finita. Le parole di Bertinotti ricevono l'accoglienza non cordialissima di Manuela Palermi, arcobaleno in quota comunisti italiani: «Quel che sarà la nuova formazione lo decideranno assieme, con pari dignità, senza improvvisazioni leaderistiche, i quattro partiti che ne fanno parte», dice. E quanto alla poca voglia di scioglimento, il suo partito notoriamente non è secondo a nessuno. «Il Pdci è il partito che rivendica, per oggi e per domani, la sua identità e la sua pratica comunista. Per questo considero praticabile una Confederazione all'interno della quale i quattro partiti mantengano la loro autonomia in una pratica unitaria». Un dibattito difficile, tanto a ridosso del voto. Certo, subito dopo le elezioni c'è, e Bertinotti lo ripete da mesi, la costruzione di una forza unitaria della sinistra arcobaleno. «Con chi ci sta», dice, che è come mettere in conto qualche possibile defezione. La condizione però è la vittoria elettorale. Battendo innanzitutto il pressing sul «voto utile» con cui da giorni il Pd martella, in direzione dell'elettorato di sinistra. Ieri, il terzo attacco da parte del partitone in quattro giorni. Dopo Walter Veltroni («Bertinotti ha segato Prodi»), Dario Franceschini («Bertinotti come Nader, ha fatto vincere Bush»), questa volta a prendersela con il candidato della sinistra, nella veste di presidente della camera, è stato Romano Prodi. Che si è levato un sassolino dalla scarpa, dei tanti che ne ha da almeno dieci anni. Mastella «ha tradito», ha detto in un retroscena ancora della Stampa. Ma il vero colpevole della caduta dell'ultimo esecutivo è «chi ha minato continuamente l'azione del governo, di chi ha fatto certe dichiarazioni istituzionalmente opinabili...». Poi ha smentito. «Fonti non controllate. Non commento». Ma solo nel pomeriggio avanzato. Troppo tardi per essere credibile.

giovedì 10 aprile 2008

Congresso subito

di Fosco Giannini

del 04/04/2008 su www.lernesto.it

Andiamo all’essenza delle cose.

Abbiamo assistito al fallimento completo del governo Prodi e all’altrettanto completo fallimento – lo diciamo da dirigenti del Partito della Rifondazione Comunista – dell’esperienza del Prc all’interno di tale governo.

Sui temi della pace, del disarmo, della redistribuzione del reddito, dei diritti sociali e civili nulla è stato ottenuto. In compenso, il nostro Partito si è dissanguato, in quell’esperienza di governo ha mutato se stesso, ha compromesso i rapporti con i movimenti e con il movimento operaio complessivo, pagando anche un prezzo notevole sul piano dell’organizzazione e della tenuta interna. Oggi, nei circoli, nelle federazioni, non tira certo un’aria di entusiasmo: piuttosto un’aria dimessa, di smobilitazione, di sconcerto, di disaffezione. Un’aria di sospensione: che cosa abbiamo fatto? Chi siamo? Chi saremo domani?

Al fallimento – che è stato il fallimento dell’esperienza governativa, ma ancor più il fallimento profondo di un’intera linea politica, quella discendente dal Congresso di Venezia - il gruppo dirigente del Prc ha risposto essenzialmente in tre modi: primo, rimuovendo le basi materiali della sconfitta; secondo, accelerando il processo di cancellazione della natura comunista del nostro Partito; terzo, imprimendo un giro di vite antidemocratico interno che non evoca certo i migliori momenti della storia del movimento comunista, né quel partito “antistalinista” e democratico tanto sbandierato dalla “innovazione” bertinottiana.

Per ciò che riguarda le ragioni della sconfitta, il gruppo dirigente del Prc ha assunto buona parte della griglia interpretativa di Prodi: essa troverebbe le sue basi materiali nel tradimento dell’ala moderata dell’Unione (Dini, Mastella…) e nel fatto che i poteri forti si sarebbero scatenati nel momento in cui il governo si stava preparando al “risarcimento sociale”. Vi è poi un punto analitico, espresso inizialmente da Giovanni Russo Spena e poi ripreso da diversi altri, secondo il quale una causa determinante della sconfitta risiederebbe nel fatto che il governo sarebbe stato impermeabile ai movimenti, nel senso che non si sarebbe fatto spingere a sinistra da essi.

Il primo di questi argomenti (il tradimento dell’ala moderata dell’Unione) è un argomento di tipo essenzialmente sovrastrutturale e politicista: la composizione politica (persino ideologica) dell’Unione si conosceva benissimo e si conoscevano bene i suoi limiti programmatici. Furono questi limiti a spingere una vasta minoranza interna al Prc, al Congresso di Venezia, a battersi contro la linea governista scelta in modo aprioristico dalla maggioranza. Pretendere da Dini e Padoa Schioppa – anche nell’ultima fase del governo Prodi - politiche redistributive volte a colpire i profitti premiando i salari sarebbe stato come chiedere a Parisi e Rutelli di portar via le truppe italiane dall’ Afghanistan: contraddizioni in termini.

Per ciò che riguarda il fatto che il governo sarebbe stato fatto cadere dai poteri forti poiché ormai prossimo al cambiamento di marcia e al risarcimento sociale: non c’è un segno concreto, uno che sia uno, a deporre a favore di questa ipotesi. Il governo, prima di cadere, aveva da poco licenziato il nefasto Protocollo del 23 luglio, affossando con esso ogni lotta alla precarietà, e si apprestava a gestire una stagione contrattuale all’insegna della centralità del rilancio dell’impresa e non certo volta ad adeguare stipendi e salari al costo reale della vita. Mentre sul piano internazionale si accingeva a prorogare le guerre internazionali, a rilanciare le spese militari (come dimostrato dall’ attività della Commissione Difesa al Senato successiva alla stessa caduta del governo Prodi) e a riconoscere l’indipendenza del Kosovo.

L’argomento sollevato, a mo’ di prudente autocritica, da una parte del gruppo dirigente del Prc (impermeabilità del governo ai movimenti) è, dal nostro punto di vista, particolarmente debole. Il punto non è che il governo sia stato impermeabile ai movimenti, il punto è che le politiche concrete hanno scavato un solco profondo tra governo e movimenti, sino al punto che ben presto è caduta la non del tutto onesta illusione bertinottiana secondo la quale i movimenti avrebbero spinto a sinistra l’asse governativo.

Ciò che è accaduto è che i movimenti di lotta – da quello di Genova ai metalmeccanici, sino al movimento contro la guerra – si sono trovati nella condizione di essere dall’altra parte della barricata, rispetto al governo Prodi, e non più compagni di strada. La verità è che il gruppo dirigente del Prc ha operato, per ciò che riguarda le cause della sconfitta, una rimozione profonda, ha voluto cioè dimenticare di analizzare la fase generale nella quale è avvenuta l’esperienza governativa. Ha rimosso, in modo idealista, i dati più concreti e strutturali.

L’entrata del Prc al governo è avvenuta in una fase che potremmo seriamente definire come quella della competizione globale.

Siamo di fronte ad una acutizzazione del conflitto politico ed economico, a livello internazionale, tra poli imperialisti e capitalisti, una lotta molto dura per la conquista dei mercati. Le vaste frazioni capitaliste oggi egemoni – anche in Italia - intravedono una sola via per sconfiggere la concorrenza: abbattere il costo delle merci riducendo drasticamente salari, diritti e stato sociale. In quest’ottica esse non contemplano – oggi – nessuna possibilità di compromesso con il mondo del lavoro, nessuna soluzione redistributiva di tipo socialdemocratico. La redistribuzione del reddito non è appesa al ramo della fase come un frutto spontaneamente maturato, che attende solo di essere colto. Quel frutto, semplicemente, non c’è. Il governo Prodi, se intendeva cogliere il frutto della redistribuzione, doveva navigare, rispetto alla fase data, in netta controtendenza (che, fuor di metafora, vuol solo dire fare un po’ male ai padroni).

Non lo ha fatto e, per sua natura, non poteva farlo. Sta qui il punto strutturale più significativo, che ci porta giocoforza alla domanda centrale: vi erano le condizioni oggettive, per i comunisti, per entrare nel governo Prodi? E ancor più: vi erano le condizioni per restarvi? O non era il caso – dopo l’ Afghanistan, dopo Vicenza, dopo lo scudo stellare, dopo il Kosovo, dopo le politiche di destra sulla “sicurezza”, dopo la rinuncia ai diritti civili e rispetto alla volontà ferrea da parte del governo Prodi di ritenere immodificabile il Protocollo del 23 luglio - di ritirare la delegazione del Prc dal governo?

Così, in verità, si doveva fare, da comunisti: rompere, almeno a partire dal voto sul Protocollo, la complicità con un governo incapace di conquistare un’autonomia dalle strategie imperialiste degli USA e della NATO e con politiche economiche ormai essenzialmente liberiste.

Altri dati strutturali sono stati rimossi nell’analisi del Prc sulla fase: i rapporti di forza sociali in Italia, molto sfavorevoli al movimento operaio complessivo, e la generale pulsione neocentrista emanata in area Ue dal costituendo neoimperialismo europeo. Due questioni non da poco. Sulla base materiale di rapporti di forza sociali così sfavorevoli ai lavoratori vi è il rischio, incentrando la battaglia essenzialmente sul terreno istituzionale, di scivolare – più o meno inavvertitamente - nel cretinismo parlamentare, aggravando vieppiù le condizioni di vita dei lavoratori, dei precari, dei pensionati, dei giovani senza lavoro, rafforzando il potere dei padroni.

La profonda pulsione politica e culturale neocentrista che prende forma in tanta parte dell’Ue, dettata dalla forza egemone del capitale economico e finanziario transnazionale e funzionale alla costituzione del neoimperialismo europeo, è ormai ben più che un moto carsico e segna di sé – oltre che le forze più esplicitamente liberiste - gran parte di quelle forze politiche che possono essere ricondotte ad una sorta di centro-sinistra europeo. Le forze moderate del governo Prodi non sono sfuggite a quest’attrazione egemonica e il Prc non ha saputo e non ha più potuto - in virtù della sua nuova natura politica - fare i conti con queste contraddizioni, a partire dalla subordinazione ai vincoli di Maastricht e alla mitologia del risanamento finanziario imposta dalla Banca centrale europea.

Come dovrebbe porsi una forza di classe, anticapitalista, comunista in questa fase di fronte alle contraddizioni aperte dalla competizione globale e di fronte all’attacco del capitale? Non ci sono dubbi: dovrebbe rinunciare, non per massimalismo ma per una analisi concreta della situazione concreta, alle illusioni istituzionaliste e mettersi invece alla testa di un nuovo – e probabilmente non breve – ciclo di lotte sociali, con l’obiettivo primario di mutare i rapporti di forza sociali e spuntare le unghie ai padroni. Vorrebbe dire, innanzitutto, dedicarsi alla costruzione e al rafforzamento del Partito comunista come cuore pulsante ed unitario di un più vasto schieramento di lotta antiliberista, anticapitalista, antimperialista.

Cosa ha invece scelto il gruppo dirigente del Prc dopo il fallimento del governo Prodi? Dopo il proprio fallimento? Ha scelto di velocizzare il processo di superamento dell’autonomia comunista e anticapitalista per immergersi nella costruzione di un nuovo e non meglio identificato “soggetto di sinistra”: La Sinistra - L’Arcobaleno. Un soggetto che nasce come prodotto finale del lungo processo di decomunistizzazione bertinottiana, ma che va prendendo oggi, incentrandosi sulla Sinistra Democratica, la sua forma più compiuta, in senso moderato ed essenzialmente socialdemocratico.

La cancellazione del partito comunista è, insieme, l’esito più funzionale alla fase d’attacco del capitale e quello più deleterio per gli interessi delle classi subordinate. E tale cancellazione ha una sorta di armonia interna: essa rappresenta uno strappo così violento nella storia del movimento operaio italiano che per avverarsi ha bisogno di altrettanta violenza antidemocratica: la cancellazione viene decisa da un gruppo dirigente ristrettissimo che tacita ed emargina completamente ottantamila iscritti al Partito.

Il giro di vite interno al Prc, volto al superamento dell’autonomia comunista, è costituito, a ben riflettere, da una lunga ed incredibile teoria di soprusi: si costituisce La Sinistra - L’Arcobaleno senza una minima discussione nei circoli e nelle federazioni (riprendendo per la verità uno schema verticistico già utilizzato - con gli esiti che sono sotto gli occhi di tutti - per la costruzione della Sinistra Europea e dell’Unione); nello stesso modo si cancellano i nostri simboli: la falce e il martello; si evita ogni minima consultazione nella base del Partito relativa all’esperienza nel governo Prodi; si avvia il tesseramento per il nuovo soggetto politico ( le tessere Arcobaleno stanno arrivando alle Federazioni proprio durante questa campagna elettorale: bel gesto per rafforzare l’animo dei militanti comunisti e spingerli nelle piazze e nei quartieri!); si sospende (sino a quando ?) il Congresso nazionale e si punisce una minoranza interna (quella de l’ernesto) attraverso una inedita quanto vergognosa e pericolosa teorizzazione antidemocratica: vi sarebbero minoranze “dialettiche” che possono essere premiate e minoranze “d’opposizione” (in quanto si oppongono alla liquidazione del Prc ) che possono essere umiliate ed emarginate.

Siamo in campagna elettorale, e i compagni e le compagne de l’ernesto, per il loro Partito e per la sinistra, faranno la loro parte. Poi, questo stato di cose, questa sospensione della democrazia interna, non saranno più tollerabili. Chi vuole cancellare il partito comunista non potrà più raccontare favole: dovrà dirlo. E chi vuole rilanciare l’autonomia comunista dovrà battersi.

Questa ipocrisia sospesa nel vuoto è perniciosa per tutti. Occorre decidere. Dopo le elezioni non si potrà più menare il can per l’aia : occorrerà il Congresso. E se non lo deciderà il gruppo dirigente nazionale dovranno imporlo gli iscritti.

E’ ora di finirla.

La parola alle compagne e ai compagni. Congresso subito!

Ci opporemo a qualunque intenzione di scioglimento di Rifondazione Comunista

di Claudio Grassi
su www.esserecomunisti.it del 08/04/2008

Dichiarazione alla stampa del sen. Claudio Grassi, Coordinatore nazionale Area Essere comunisti (PRC)

Che i comunisti diventino una tendenza culturale dentro la Sinistra Arcobaleno è una delle tante idee che sta esprimendo Bertinotti in questa campagna elettorale.Peccato che non se ne sia mai discusso da nessuna parte, per lo meno in Rifondazione comunista. Anzi, abbiamo sempre sostenuto – tutti – che la costruzione del soggetto unitario e plurale a sinistra va di pari passo con il mantenimento e il rafforzamento di Rifondazione comunista.Questa resta la posizione della grande maggioranza degli iscritti di Rifondazione, che non hanno nessuna intenzione di sciogliersi in un contenitore genericamente di sinistra.In ogni caso, subito dopo le elezioni, si dovrà tenere il congresso e quella sarà la sede per discutere del futuro del Prc. L'area Essere comunisti si batterà contro qualsiasi ipotesi di scioglimento di Rifondazione.

mercoledì 9 aprile 2008

Mascalzoni

su La Stampa del 08/04/2008

TORINO - La Thyssenkrupp sta facendo firmare ai lavoratori che lasciano l’azienda un verbale, nel quale si impegnano a non costituirsi parte civile, ma anche a non ricorrere contro eventuali responsabilità penali dei dirigenti. Lo ha reso noto il segretario generale della Fiom torinese, Giorgio Airaudo, nel corso dell’assemblea nazionale degli Rls, rappresentanti della sicurezza della Fiom, riuniti a Torino. «Se la Thyssen - ha detto Airaudo - utilizzava questo verbale storicamente, già prima della strage, nasce il sospetto che avesse interesse a cautelarsi. Se invece il verbale è stato modificato dopo la strage del 6 dicembre, ci troviamo di fronte a un’azienda che tenta di sottrarre ai lavoratori un diritto, quello di costituirsi parte civile. In ogni caso, si tratta per noi di atti non validi e lavoreremo perchè vengano rimossi gli effetti».Rinaldini: «L'azienda ha un atteggiamento arrogante»«È un fatto gravissimo che arriva all’indomani della tragedia della Thyssenkrupp e conferma l’atteggiamento di assoluta arroganza dell’azienda e mancanza di ogni forma di sensibilità, soprattutto tenuto conto del procedimento giudiziario in corso nei confronti dei dirigenti della multinazionale». Così il segretario generale della Fiom Cgil, Gianni Rinaldini, a margine dell’assemblea nazionale Rls Fiom in corso a Torino, commenta i verbali fatti firmare ai lavoratori delle Acciaierie contenenti la remissione di procedure di carattere penale e civile.Sono in corso verifiche sulle dimensioni del fenomeno. Intanto Rinaldini assicura che «il sindacato proseguirà la costituzione di parte civile contro la Thyssenkrupp» e invita «i lavoratori a non firmare».Duro anche il giudizio espresso da Giorgio Cremaschi, segretario nazionale Fiom. «Questa vicenda - dice - dimostra che i dirigenti della Thyssenkrupp sono dei mascalzoni e bisogna fare il possibile perchè abbiano la sanzione che meritano».

THYSSENKRUPP, PRESSIONI SU OPERAI

THYSSENKRUPP, PRESSIONI SU OPERAI /
da IL MANIFESTO


La Thyssenkrupp sta facendo firmare un verbale di conciliazione ai colleghi dei sette operai morti nel rogo del 6 dicembre scorso. Un documento che protegge il gruppo tedesco da qualsiasi tipo di causa e impedisce ai lavoratori di costituirsi parte civile in m processo. La denuncia arriva dalla Fiom Cgil, come riporta un articolo del Manifesto, che interpreta il verbale come una risposta della multinazionale al fatto che i lavoratori si sarebbero costituiti singolarmente come parte civile al processo, coordinati tra loro in una sorta di “class action”. Il primo punto che ha insospettito la Fiom tocca proprio questo aspetto: il lavoratore “rinuncia a ogni pretesa o diritto comunque conseguenti e/o connessì con l’intercorso rapporto di lavoro” riguardante tredicesima, anzianità o straordinari (come è normale in questi testi), ma rinuncia anche “per danni presenti e futuri ex artt 1224, 2043, 2059,2087, 2116 c.c»”, ossia alla possibilità di costituirsi parte civile in un processo penale. Il secondo punto riguarda un aspetto collegato: il lavoratore “rinuncia a qualsiasi pretesa e/o diritto di ordine retributivo e normativo” (anch’esso normale), ma rinuncia anche a “qualsiasi diritto risarcitorio”, ossia a danni di carattere più pesante rispetto a quelli delle comuni vertenze di lavoro. Il terzo punto concerne la frase dove il lavoratore dichiara “di non avere più nulla a pretendere dalla Thyssenkrupp Acciai Speciali Temi e da chiunque altro fosse eventualmente obbligato con essa o per essa”: con questa dizione, spiega il segretario della Fiom Cgil di Torino Giorgio Airaudo, ci si riferisce “a tutta la catena di comando dell’azienda, dunque si tenta di coprire da eventuali cause i dirigenti, cosa che in conciliazioni simili non avviene mai, perché al contrario le imprese tendono a separare le proprie responsabilità da quelle dei sottoposti, anche manager”. In cambio di questa conciliazione, il lavoratore riceve una somma di buonuscita e la possibilità di ricollocarsi, possibilità comunque già prevista dall’accordo siglato tra istituzioni e parti sociali. Il segretario generale della Fiom Cgil Gianni Rinaldini ha commentato l’iniziativa parlando di “arroganza dell’azienda”, e ha annunciato che la Fiom continuerà la costituzione della parte civile.

domenica 6 aprile 2008

BERTINOTTI DALLA RIFONDAZIONE COMUNISTA ALLA RIFONDAZIONE SOCIALISTA

di Leonardo Masella Esecutivo area Ernesto
su L'ERNESTO del 04/04/2008

CONGRESSO SUBITO DOPO LE ELEZIONI
Fausto Bertinotti e Gennaro Migliore rompono la moratoria del dibattito interno al Prc decisa per non danneggiare la campagna elettorale e affermano pubblicamente le loro posizioni, con dichiarazioni molto pesanti e gravi sia per il danno alla campagna elettorale che per il destino del Prc e del comunismo italiano.Bertinotti due giorni fa dichiara che “la questione di una forza socialista in Italia è un problema aperto, in questa campagna elettorale non ha una risposta soddisfacente… se la Sinistra Arcobaleno avrà successo dovrà aprire un discorso con i socialisti e la storia socialista”.Poiché la dichiarazione è ancora un po’ ambigua, ci pensa Gennaro Migliore, capogruppo alla Camera del Prc e yes-man dell’ex-presidente della Camera, a chiarire. Ieri candidamente e schiettamente annuncia che “La Sinistra – L’Arcobaleno” deve diventare un partito unico e che questo partito si potrebbe fare anche con lo Sdi di Boselli (e Craxi e De Michelis). C’è da ringraziare Bertinotti e Migliore, perché chiariscono finalmente (sia pure in campagna elettorale e quindi danneggiando l’esito del voto) qual è il loro progetto strategico che avevano finora tenuto più o meno nascosto: quello di costruire una forza socialista e riformista, compatibile con il sistema. Per questo hanno distrutto il Prc, con un processo di demolizione sistematica e scientifica di tutta la cultura politica comunista e antagonista, che si conclude con l’omologazione governista degli ultimi due anni, che ha dato il colpo finale.Dalla Rifondazione Comunista alla Rifondazione Socialista, appunto, come da tempo andiamo dicendo. A questo punto chiediamo a tutti gli iscritti del Prc e alle altre aree critiche: perché se Bertinotti può affermare tranquillamente che “la questione di una forza socialista in Italia è un problema aperto, in questa campagna elettorale non ha una risposta soddisfacente” e Migliore invita addirittura Boselli in un nuovo futuro partito socialista, noi non possiamo dire, contemporaneamente alla difesa e al rilancio del Prc e della rifondazione comunista, che se c’è una questione aperta in Italia questa è la questione di una forza comunista, come si vede proprio da questa campagna elettorale ?Non si può più andare avanti così. Dopo le elezioni, bisogna fare immediatamente il congresso interrotto e rinviato, dando finalmente la parola agli iscritti. Non si può più rinviare il chiarimento definitivo su queste due opzioni fondamentali: se si vuole fare un partito socialista e riformista o un partito comunista e antagonista al capitalismo.

sabato 5 aprile 2008

L'avvenire del PdCI

In fuga dalla Cosa Rossa

di FABIO MARTINI

su La Stampa del 04/04/2008

Nuova sede e giornale per Diliberto, pronto a ripartire con falce e martello.

La nuova casa è già pronta. Telefoni allacciati, fax fruscianti, maniglie lucidate, stanze assegnate. Si tratta soltanto di far passare le elezioni e poi ai primi di maggio il Pdci di Oliviero Diliberto inaugurerà la sua nuova sede in via Tevere, a due passi dalla breccia di porta Pia. Per anni i comunisti dilibertiani hanno vissuto in affitto, ma ora hanno deciso di metter su casa e, per acquistare questo appartamento di mille metri quadrati nel borghese quartiere Salario, hanno messo in cantiere un investimento corposissimo. E sono pronti a farne un altro, altrettanto oneroso, per metter su un quotidiano di partito, destinato ad andare in edicola a partire dall'autunno. C'è già un'idea di titolo («Pietre»), che però potrebbe cambiare. Progetti eloquenti: il Pdci di Diliberto si pensa come se avesse davanti a sé un lungo avvenire da vivere per conto suo, anziché assieme ai tre partiti (Rifondazione, Verdi, Sinistra
democratica) con i quali si è unito nel cartello elettorale meglio noto come Sinistra Arcobaleno.
Curiosa discrepanza con quel che da settimane sostiene Fausto Bertinotti candidato premier dell'Arcobaleno: «Finita questa campagna, vogliamo andare oltre il cartello elettorale, nella costruzione di una nuova sinistra unitaria». Da quattro anni, con un passo alla volta (la rottura con lo stalinismo, la scelta nonviolenta, la partecipazione al governo), Bertinotti punta a metter su un nuovo Partito della Sinistra, liberato da connotati comunisti, da simboli antichi. Per concretizzare il suo progetto, Bertinotti sa che il 14 aprile l'Arcobaleno dovrà conseguire un risultato non molto distante da quel 10,2%, che equivale alla somma ottenuta nel 2006 da Prc, Pdci, Verdi. Ma se la Sinistra Arcobaleno faticasse ad attestarsi attorno a quel 7,5% segnalato dagli ultimi sondaggi pubblicabili, a quel punto il progetto rischierebbe di andare in fumo e riprenderebbero fiato i tanti nemici , del progetto bertinottiano. Primo fra tutti, Oliviero Diliberto che però - da comunista togliattiano - sta conducendo una campagna elettorale unitaria. Lui, «Diliberija», ovviamente spiega che è «impegnato ventre a terra per l'Arcobaleno - alcuni sono col doppio simbolo, come due giorni fa ad Asti, dove gli operai della Way Assauto avevano espressamente chiesto la presenza del leader del Pdci e non quella di «altri». Le «voci di dentro» raccontano di un progetto inconfessabile a 10 giorni dalle elezioni: una Costituente di tutti i comunisti, un nuovo contenitore più largo del Pdci e aperto a tutti quei gruppi - soprattutto dentro il Prc - interessati a ridare vita ad un Pci del Duemila. E oltretutto, col beau geste di un mese fa (casuale?) di lasciare il suo posto in Parlamento all'operaio della Thys-sen, di tempo a disposizione Diliberto ne avrà parecchio.
Per metter su un nuovo partito comunista? «È vero - dice Rina Gagliardi, intellettuale e senatrice Prc vicina a Bertinotti - ho sentito fare questi discorsi, ma ci vedo un rischio di americanizzazione, quello di una sinistra di nicchia, con tante piccole sigle politicamente insignificanti.
No, dopo il 14 aprile, con un risultato soddisfacente e tanto più se l'esito non fosse buono, c'è una sola strada: quella di una sinistra plurale che eviti la dispersione e la frantumazione». Ma dentro Rifondazione - ecco la sorpresa - persino in piena campagna elettorale uno dei big esce allo scoperto e dissente: «Considero le ipotesi del partito unico sbagliate», dice il ministro Paolo Ferrero in un'intervista a «Liberazione» e si tratta invece di costruire «un soggetto
plurale», «in cui ognuno stia comodamente nella casa della sinistra per quello che è, non perché costretto». Un annuncio di candidatura alla segreteria in vista del congresso autunnale del Prc, in contrapposizione a Gennaro Migliore, il candidato preferito da Bertinotti? Un analogo conflitto sta per aprirsi anche dentro i Verdi. Il loro leader, Alfonso Pecoraro Scanio (che ha evitato di fare il capolista nella sua Campania e ora risulta indagato) non si è mai eccitato per il progetto bertinottiano, ma Paolo Cento, animatore dell'ala movimentista, ha un'altra idea: «Se non avessimo avuto l'Arcobaleno come potevamo resistere ad una campagna così bipartitica? Anche un esito elettorale non soddisfacente non deve farci arretrare, la base è più avanti dei gruppi dirigenti». E' ancora presto per capire se Diliberto e Pecoraro pensino davvero alla doppietta (iscrizione dei rispettivi parlamentari al gruppo misto e poi presentazione dei simboli alle Europee), ma intanto alla chiusura nazionale della Sinistra Arcobaleno loro non ci saranno: sul palco allestito giovedì 10 in piazza Navona a Roma campeggerà Fausto Bertinotti. Intervistato da due comici, Dario Vergassola e Andrea Rivera.

FERRARA E FASCISTI? NO GRAZIE

di Agostino Giordano
su L'ERNESTO del 03/04/2008

Le dimostrazioni di solidarietà "umana e politica" a Giuliano Ferrara sono fuori luogo e mirano soltanto a stravolgere la realtà dei fatti, così come si sono verificati ieri a Bologna.E' davvero molto imbarazzante e soprattutto controproducente per l'importante battaglia che in Italia si sta conducendo a difesa dei diritti delle donne e di tutti i diritti civili, che tali prese di posizione provengano proprio da alcuni importanti esponenti della Sinistra italiana (che già fatica a sopravvivere...) Migliaia di giovani, donne, precari e studenti ieri hanno pacificamente invaso Piazza Maggiore, contestando legittimamente il provocatore Giuliano Ferrara, che stava delirando e fomentando i suoi pochi militanti con invettive fasciste anticostitizionali. Anche se noi eravamo migliaia ed i sostenitori di Ferrara pochissimi, il pericolo reale è che le idee oscurantiste e reazionarie del direttore del Foglio possano conquistare una posizione egemone nella nostra società e nei futuri governi del nostro Paese.Proprio perchè si teme una risposta di massa all'avanzata del conservatorismo e della reazione, ancora una volta la risposta è stata la repressione. Alle mani nude alzate si è risposto con i manganelli. Questo è successo ieri a Bologna ed ancora una volta i Giovani Comunisti erano con il Movimento a difendere le istanze di democrazia e civiltà. Ancora una volta, insieme a tanti ragazzi e ragazze, si sono trovati di fronte alla violenza di alcuni settori delle forze dell'ordine. Bologna, 03/04/2008

Francesco Maringiò – Coordinamento nazionale Giovani Comunisti
Agostino Giordano - Coordinatore provinciale Giovani Comunisti (Prc) di Bologna

martedì 1 aprile 2008

L'Italia sulla scia del Pentagono

di Manlio Dinucci

su Il Manifesto del 31/03/2008

La guerra bipartisan Bilancio della difesa aumentato, nuove servitù militari, adesione allo Scudo antimissile

Il futuro presidente degli Stati uniti sarà democratico o repubblicano? Non è così rilevante per il Pentagono: l'importante è che prosegua la politica bipartisan di rafforzamento della macchina bellica. Intanto il dipartimento della difesa ha ottenuto un altro consistente aumento del suo bilancio base: nell'anno fiscale 2009 (che inizia il 1° ottobre 2008), salirà a 515,5 miliardi di dollari rispetto ai 479 del 2008. Dal 2001, annuncia un comunicato ufficiale, è cresciuto del 74%.
Le «sfide del 21° secolo»
Al bilancio base si aggiunge la spesa per la «guerra globale al terrore», che prevede uno stanziamento «di emergenza» di altri 70 miliardi per le guerre in Iraq e Afghanistan. Ma già si annuncia che l'amministrazione «chiederà fondi addizionali una volta che saranno meglio conosciute le specifiche esigenze delle nostre truppe». Gli stanziamenti «di emergenza», ammontanti dal 2001 a 680 miliardi di dollari, continueranno così a crescere. E non è tutta qui la spesa militare statunitense. Con altri stanziamenti, il bilancio del Pentagono sale nel 2009 a 651 miliardi di dollari. Vi sono poi altre voci di carattere militare, come i 44 miliardi per il dipartimento della sicurezza della patria e i 92 per quello degli affari dei veterani. La spesa militare statunitense sale così nel 2009 ad almeno 787 miliardi di dollari, un quarto dell'intero bilancio federale.
Ciò permette al Pentagono di «dispiegare rapidamente forze e assicurare una nuova presenza militare globale per affrontare le sfide del 21° secolo». A tale scopo è in atto il «riallineamento» delle oltre 800 basi e altri siti militari che gli Stati uniti hanno all'estero. Ciò permette loro di avere «maggiore flessibilità strategica». Rientra in tale quadro il riallineamento delle basi Usa in Europa verso sud e verso est. Esse costituiscono i Forward Operating Sites (siti operativi avanzati) che, «mantenuti in caldo con una limitata presenza militare statunitense a carattere rotatorio», sono rapidamente «espandibili» per operazioni militari su larga scala in una vasta area comprendente, oltre all'Europa orientale, il Mediterraneo, il Medio Oriente e l'Africa.
In Italia - documenta il Pentagono nel Base Structure Report - le forze armate statunitensi hanno importanti installazioni in 41 siti (cui se ne aggiungono 57 minori): qui posseggono 1593 edifici con una superficie totale di oltre 900mila m2, più altri 1348 in affitto o concessione. Il Pentagono è dunque uno dei maggiori proprietari immobiliari del nostro paese. Tutte queste basi, nel quadro del riallineamento strategico, stanno acquistando crescente importanza. Lo dimostra la decisione di raddoppiare la base di Vicenza, avallata dal governo Prodi e ora confermata dagli appalti alle «cooperative rosse»: da qui opera la Squadra di combattimento 173a brigata aviotrasportata, l'unica unità aviotrasportata e forza di risposta rapida del Comando europeo degli Stati uniti, la cui missione è «promuovere gli interessi statunitensi in Europa, Africa e Medio Oriente».
Con Vicenza, Sigonella
Altrettanto importante, anche se meno noto, è il potenziamento della base di Sigonella. Nel 2005 è stato qui stabilito il Fleet and Industrial Supply Center (Fisc), il centro logistico delle forze navali Usa in Europa, il cui comando è stato trasferito da Londra a Napoli. Nello stesso anno è entrato in funzione a Sigonella il Global Broadcast Service, che trasmette alle unità di combattimento le informazioni satellitari. Nel 2007, l'aeronautica Usa ha annunciato che intende dislocare a Sigonella almeno 5 Global Hawks, gli aerei senza pilota che, volando a 20mila metri di altezza, localizzano con i loro sensori gli obiettivi da colpire. Infine, sempre nel 2007, è stato annunciato che a Sigonella sarà installata una delle 4 stazioni terrestri (le altre saranno negli Usa e in Australia) di un nuovo sistema di comunicazioni della marina statunitense: il Muos (Mobile User Objective System), formato da una costellazione di satelliti geosincroni, collegherà con comunicazioni radio, video e trasmissione dati ad altissima frequenza, le unità di superficie, i sottomarini, i cacciabombardieri, i missili, gli aerei senza pilota, i centri di intelligence, in qualsiasi parte del mondo si trovino. Con l'installazione del Muos, la base di Sigonella è destinata a svolgere ulteriori ruoli anche nel programma dello «scudo» antimissili che gli Usa vogliono estendere all'Europa: il governo italiano vi ha aderito firmando segretamente al Pentagono, nel febbraio 2007, un accordo-quadro per mano del ministro della difesa Arturo Parisi.
I micidiali sistemi d'arma
Le basi in Italia (al cui costo il nostro paese contribuisce nella misura del 41%) servono non solo alla «proiezione di potenza» Usa verso sud e verso est, ma svolgono sempre più funzioni globali nella strategia Usa. Queste basi (cui si aggiungono quelle Nato sempre sotto comando Usa) dipendono dalla catena di comando statunitense e sono sottratte ai meccanismi decisionali italiani: quando e come vengono usate dipende non da Roma ma da Washington. Così, sulla scia del riorientamento strategico Usa, è cambiato, a partire dalla prima guerra del Golfo, il ruolo delle forze armate italiane. Come spiega il capo di stato maggiore della difesa, loro compito è oggi la «difesa degli interessi vitali del paese» nelle aree di «interesse strategico» che comprendono Balcani, Europa orientale, Caucaso, Africa settentrionale, Corno d'Africa e Golfo persico. A tal fine si sta realizzando uno «strumento proiettabile», dotato di spiccata capacità «expeditionary» coerente col «livello di ambizione nazionale». L'Italia, dunque, si attrezza per la sua «proiezione di potenza».
Tutto questo costa. La spesa militare italiana, già all'ottavo posto mondiale come ammontare e al sesto come spesa procapite, continua ad aumentare. Nelle ultime due finanziarie è cresciuta complessivamente del 23%, raggiungendo i 23,5 miliardi di euro. Anche in Italia, come negli Usa, tale continuo aumento è stato reso possibile da una politica bipartisan, portata avanti prima dal governo Berlusconi, quindi da quello Prodi. Emblematica la partecipazione italiana al costosissimo programma del caccia statunitense Joint Strike Fighter, ribattezzato F-35 Lightning: il primo memorandum d'intesa è stato firmato nel 1998 dal governo D'Alema; il secondo, nel 2002 dal governo Berlusconi; il terzo, nel 2007 dal governo Prodi. Non ci interessa sapere quale governo firmerà il quarto, ma quale ritirerà l'Italia dalla realizzazione di uno dei più micidiali sistemi d'arma, che «come un fulmine colpirà il nemico con forza distruttiva e inaspettatamente» nel quadro della strategia Usa della «guerra preventiva», a cui l'Italia è agganciata.

Mi dispiace, ma non mi commuovo per il Dalai Lama!

di Massimiliano Ay
Un treno veloce collegherà a breve il Tibet al resto della Cina: l’arrivo della piena modernità agita chi coltiva progetti restauratori per quella regione del mondo in cui da cinquant’anni anche le donne finalmente vanno a scuola. C’è da constatare come a volte i fumi di certi incensi siano volti, più che alla purificazione dello spirito, all’annebbiamento della comprensione degli avvenimenti. Certo si è sempre contro violenza e repressione, ma che cosa è successo in Tibet? Gruppi di nazionalisti tibetani hanno assaltato non i luoghi del potere politico, ma i negozi dei commercianti cinesi. Morti e feriti si sono verificati tra tibetani e cinesi. Può tutto questo essere ricondotto alla solita tesi dei cattivi cinesi e dei poveri monaci? Credo di no! Siamo tutti d’accordo nel chiedere al governo cinese moderazione nella gestione dell’emergenza, ma l’isteria del “Free Tibet” spopola sui media occidentali facendo passare informazioni palesemente distorte per abituare l’opinione pubblica a vedere nella Cina il futuro nemico dell’Occidente: prima c’erano i sovietici, ora gli integralisti islamici, fra un po’ i cinesi, che oltre a dirsi comunisti sono anche dannatamente capaci sul fronte economico, ponendo seri problemi al dominio nordamericano. La Sinistra occidentale, come spesso accade, ormai del tutto disarmata da quel metodo scientifico di analisi che è il marxismo, si lascia prendere da facili emozioni pseudo-umanitarie e si scaglia senza riflettere contro il bastione cinese che non si arrende al mondo unipolare. La storia della “repressione” è però un’altra e va raccontata anche se è impopolare.
Riabilitare i nazi…
La storia di quella terra la conosciamo in parte grazie al film “Sette anni in Tibet”. Un film di parte, basato sul libro di un certo Heinrich Harrer, un nazista austriaco che durante la seconda guerra era in amicizia con l’artistocrazia tibetana: il colonialismo hitleriano infatti in quel periodo era in competizione con quello inglese. Un film incentrato sul racconto di un nazista che viene sdoganato e lodato nella sale cinematografiche e nelle scuole dei nostri paesi democratici: che grande esempio di civiltà!
Il santone
E in tutta questa storia campeggia una figura spirituale amata da tutti gli occidentali in cerca di una identità “alternativa”: il Dalai Lama, che vive di un vitalizio finanziario gentilmente concessogli dal governo di Washington. Il suo metodo viene definito gandhiano, nonviolento e pacifista. Strani aggettivi per uno che sosteneva i bombardamenti della NATO contro la Jugoslavia! Ma al di là di ciò, questo signore è ben strano, è contro l’aborto e denuncia i gay, è nostalgico di un sistema dove vigeva la schiavitù, dove non si consideravano le donne quali esseri umani ma le si facevano dormire con gli animali, dove si gestiva una società autoritaria e teocratica basata sulle caste, dove le scuole non esistevano così come gli ospedali, e dove i figli dei contadini erano registrati come oggetti appartenenti al monaco di turno. Non è neppure necessario definirsi maoisiti per capire che i contadini tibetani hanno sostenuto l’Armata Rossa nel 1950, accogliendo con soddisfazione la ridistribuzione delle terre e l’abolizione della società feudale, piuttosto che il Dalai Lama che vive(va) a spese degli altri. Le riforme di Mao hanno portato all’innalzamento dell’età media della popolazione, alla costruzione di una rete viaria e di una rete educativa primaria e professionale in cui la lingua d’insegamento è il tibetano. Perché non si dice cosa era il Tibet prima della Rivoluzione? Da quando dei democratici – ancorché non comunisti – si mettono a difendere una società autocratica come quella lamaista? Perché non si dice che il Dalai Lama fu costretto ad andarsene anche a seguito di una rivolta popolare contro la schiavitù?
L’invasione fu davvero invasione?
Si dice comunemente che la Cina maoista invase il Tibet. E giù tutti a gridare che anche i comunisti sono dei colonialisti. A dire il vero, però, il Tibet è da quasi mille anni una provincia cinese: solo dopo il 1949, anno della costituzione della Cina rivoluzionaria, gli Stati occidentali, USA in testa, iniziarono a interessarsene (in funzione anti-Pechino), creando in seguito degli eserciti controrivoluzionari. Come diceva bene il 9 gennaio 2000 sul quotidiano “Il Manifesto” Enrica Collotti Pischel: “Non ha alcun senso dire che la Cina conquistò il Tibet (…); nel 1950 le forze di Mao completarono in Tibet il controllo sul territorio cinese; nel 1951 fu raggiunto un accordo con il Dalai Lama per la concessione di un regime di autonomia. Verso il 1957, nel pieno dell'assedio statunitense alla Cina, i servizi segreti inglesi e americani fomentarono una rivolta dei gruppi di tibetani (…); i cinesi repressero certamente la rivolta con pugno di ferro: nelle circostanze internazionali nelle quali si trovavano e nel loro contesto etnico non era razionale pensare che si comportassero diversamente. (…) Sullo sfondo della rivolta, il Dalai Lama dichiarò decaduto l'accordo per il regime autonomo e fuggì con la maggioranza della classe dirigente tibetana in India, dove costituì un proprio governo in esilio e il proprio centro di propaganda. (…) Recentemente la CIA (…) ha ammesso di aver finanziato tutta l'operazione della rivolta tibetana.” Ma allora, la Cina popolare cosa ha fatto di tanto “riprovevole”? Non solo ha portato diritti sociali ai contadini tibetani che prima erano schiavi del Dalai Lama, ma ha concesso al Tibet uno statuto di autonomia che garantisce la loro lingua, la loro cultura e la loro religione.
Una strategia imperialista
Usciamo dal discorso buonista cui siamo abituati: sappiamo che il “dividi et impera” è una strategia tipica dell’imperialismo, utilizzata spesso dagli USA, i quali stretti da recessione e declino, operano per frantumarne l’unità della Cina e fomentare guerre civili etniche con gruppi terroristici appositamente addestrati e una asfissiante propaganda unita a qualche messaggio religioso. Si alimentano quindi i nazionalismi e gli integralismi religiosi non solo in Tibet, ma anche nello Xingian (provincia cinese a maggioranza turca): questa strategia l’abbiamo già vista applicata nella ex-URSS e nella ex-Jugoslavia, paesi che per quanto criticabili sotto determinati aspetti, erano sovrani e favorivano un mondo multipolare. Eppure, nonostante questi fatti, tutto viene confuso con quello che è diventato un dogma: il “diritto all’autodeterminazione dei popoli” che nel caso concreto è orchestrato all’estero! Per dei comunisti vale il metodo marxiano di analisi dello stato di cose presenti. Non vedere come certi princìpi, nell’evoluzione della realtà, possano diventare strumenti reazionari, significa abbandonare di colpo ogni base filosofica materialista-dialettica.
Massimiliano Ay
Membro del Comitato Centrale del Partito Svizzero del Lavoro / Partito Comunista del Ticino