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giovedì 8 maggio 2008

Ed ora che fare? lo scenario politico dopo il voto di aprile le prospettive e le proposte dei comunisti

Assemblea pubblica
Venerdi 16 maggio ore 21.00
Sala Silentium Vicolo Bolognetti, 2 BO

Il risultato delle elezioni del 13 e 14 aprile ci consegna un quadro politico profondamente mutato, e caratterizzato da due “inedite”condizioni politiche: un parlamento dove esistono solo due opzioni interscambiabili tra loro, e la scomparsa della rappresentanza parlamentare per Verdi, PdCI, PRC e Sinistra Democratica, con la probabile fuga in ordine sparso dei suoi gruppi dirigenti.
E’ importante che tutte le forze politiche e sociali si confrontino con questo nuovo scenario.
Questa fase potrà rappresentare un importante momento di verifica delle prospettive dei comunisti, se si eviteranno le scorciatoie degli schieramenti elettorali. L’Associazione Politica e Classe ritiene importante oggi partecipare e promuovere momenti di dibattito tra le forze comuniste affinché si ridefinisca una identità di classe oggi nel nostro paese, dentro un contesto segnato dalla competizione globale imperialista.

Introduce:
Roberto Sassi
Associazione Politica e Classe

Partecipano:

Giorgio Gattei
Docente università di Bologna

Francesco Maringiò
Promotore dell’appello Comunisti Uniti
(Coordinamento Nazionale Giovani Comunisti PRC-SE)

Marco Santopadre
Rete dei Comunisti

Tiziano Loreti
Segretario della federazione di Bologna del Prc-SE

Sono stati invitati all’iniziativa tutte le organizzazioni e gruppi politici e sociali della città di Bologna

Associazione Politica e Classe-Bologna

giovedì 1 maggio 2008

Ripartire da noi comunisti

Relazione di Diliberto alla Direzione del Pdci del 18 aprile 2008
su La Rinascita della sinistra del 24/04/08

Voglio iniziare senza ipocrisie. Quando c'è una sconfitta e quando c'è una sconfitta di queste proporzioni trovo assolutamente necessario che colui che ha guidato il partito, il sottoscritto, chieda al gruppo dirigente fondamentale, cioè la Direzione del partito, se ritiene utile che io continui a fare il segretario

Lo dico nel modo più diretto possibile perché è giusto che sia così. In un momento del genere vi assicuro che tirare la carretta è complicato. E credo di avere dimostrato, anche alla vigilia di questa campagna elettorale, di essere - forse tra i non molti - sicuramente non attaccato alla poltrona, visto che avevo deciso di lasciare il Parlamento. Per cui con assoluta serenità e laicità nella discussione, se ci sarà un giudizio negativo da parte dei compagni su quello che io dirò, su quello che abbiamo fatto e su quello che faremo, la proposta politica insomma – che alla fine ovviamente voteremo – , posso garantire sin d'ora, e sapete che è la verità, che io continuerò a fare semplicemente, e con immutato orgoglio il militante di questo partito e nulla di più. Se invece i compagni riterranno utile che io continui a svolgere il ruolo di segretario, lo farò, e lo farò con rinnovata passione, anche se, come è del tutto evidente, in una situazione molto più complicata di prima. C'è però una cosa che io mi chiedo e chiedo a tutti, qualunque sia la scelta: il rispetto delle persone, che viene prima della politica. Anche la critica politica, la più feroce, deve tener conto del rispetto tra i compagni, senza il quale è la barbarie. E purtroppo abbiamo assistito, in questi ultimi periodi, da parte di alcuni, ad una preoccupante degenerazione in tal senso. Piccoli, isolati, marginali episodi. Ma che vanno stroncati prima che la degenerazione si diffonda.

L'esito di queste elezioni come è chiaro a tutti è disastroso. E' disastroso complessivamente, al di là della sinistra. E' disastroso perché il Parlamento che è stato eletto è il più a destra della storia della Repubblica italiana. Berlusconi ha la più grande maggioranza da quando è sceso in politica - altro che pareggio, ha 40 senatori in più. La Lega è vertiginosamente aumentata - sembrava finita - anzi sta sfondando anche nelle regioni ex, molto ex, “rosse”. Il Partito democratico non è aumentato affatto rispetto alle sue previsioni, è al di sotto della soglia del 35% che era stata prefigurata come la soglia di una accettabile, ancorché modesta, vittoria. La sua vocazione sarebbe dovuta essere quella di contendere i voti ai moderati, invece non ne ha preso neanche uno. Il risultato delle scelte di Veltroni è che Berlusconi governerà 5 anni - questa è la previsione più facile - e rischia – drammaticamente - di governare anche dopo, se non si inverte la rotta. C'è una sola cosa che è riuscita al Partito democratico ed è stata “schiantare la sinistra”. Certo, anche per colpa della sinistra medesima (come dirò tra breve), ma la campagna mediatica micidiale sul voto utile, sulla bipolarizzazione “Berlusconi contro Veltroni”, Berlusconi che invitava a votare per sé o altrimenti per Veltroni e viceversa, la logica di un bipartitismo sempre più americanizzato che prevede l'alternanza tra simili e non una vera e propria alternanza come c'è in paesi anche europei, tutto ciò ha portato a ché gran parte dei voti della sinistra – sono quantificati dai flussi intorno al 55% - siano stati sottratti alla lista della Sinistra Arcobaleno per andare verso il Partito democratico.

Tuttavia la disfatta della sinistra, evidentemente, non può essere spiegata solo con questa pur importantissima circostanza. Perché io credo che ci siano stati un combinato disposto di diversi fattori. Il primo è l'astensione di sinistra: la delusione della pratica del Governo Prodi, 2 anni di aspettative eluse che hanno portato ceti popolari e lavoratori a non andare a votare. Penso alla grande manifestazione di ottobre e al fato che dopo è bastato Dini a renderci del tutto ininfluenti. Poi c'è stato il fenomeno dell'aumento di Di Pietro, secondo me corroborato da voti di sinistra. Gente che non voleva votare Partito democratico ma voleva concorrere alla vittoria possibile, potenziale, contro Berlusconi, gente che ha votato la coalizione di Veltroni. ma votando per Di Pietro. Ancora una volta, dunque, voto utile. Poi, ancora, c'è la faccenda clamorosa del simbolo. Aver voluto, pervicacemente e scelleratamente, togliere il simbolo più forte, più riconoscibile, più tradizionale, cioè la falce e il martello è stato un errore micidiale. Non certo di questo partito. Ad un giornalista che nei giorni scorsi mi ha detto «ma non è anacronistico insistere con il simbolo?», io ho risposto «guardate che 2 anni fa, mica un secolo fa, nel 2006, in Italia le due falce e martello presenti hanno preso 3 milioni e 800mila voti. L'Arcobaleno ne ha preso 1 milione e mezzo, quindi evidentemente è anacronistico l'Arcobaleno, non la falce e martello». Noi abbiamo cercato – come i compagni sanno – di spiegarlo disperatamente ai nostri alleati, ma in quella coalizione, ormai largamente defunta, perché sono stati gli italiani a stabilirlo, c'era un'egemonia culturale sostanzialmente a-comunista.

A tutto questo si deve aggiungere che non ci ha giovato la presenza di alcuni dei nostri alleati e che è stata sbagliata la campagna elettorale da parte del candidato leader. Non apparteniamo alla schiera degli sciacalli che si accaniscono contro chi ha perso: anzi, ringraziamo Bertinotti per essersi speso in campagna elettorale. La critica è tutta e solo politica. Noi siamo stati, infatti, gli unici che nelle settimane prima del voto hanno attaccato il Pd. Ma siamo stati totalmente oscurati durante la campagna elettorale. Al contrario c'è stato un assoluto predominio da parte di Bertinotti che da parte sua non diceva nulla contro il Pd, quasi come prefigurasse un patto successivo. Errori che si sono susseguiti l'uno all'altro sino ad alcuni clamorosi infortuni che certo non hanno aiutato, non hanno spronato i comunisti ad andare a votare: l'ultimo dei quali a tre giorni dal voto dichiarare che il comunismo sarebbe rimasto una “tendenza culturale” nel nuovo soggetto.

Detto tutto questo, ognuna di queste concause ha contribuito, tuttavia avverto un problema di fondo: è venuto meno l'insediamento sociale della sinistra. Se di colpo si possono spostare milioni di voti da una parte all'altra, vuol dire che quei voti erano semplici voti di opinione. Per carità i voti di opinione sono sempre esistiti e il Pci largamente ne fruiva, ma c'era in quel caso, anche e largamente, una base sociale di insediamento forte che garantiva un radicamento indipendente dall'opinione, che naturalmente poteva cambiare, aumentare e spostarsi. Insomma c'era un radicamento che oggi non c'è più. E appunto oggi occorre proprio ripartire dal radicamento e dall'insediamento sociale.

Rispetto a tutto ciò una domanda viene spontanea: si sarebbe potuto fare diversamente? Sarebbe stato meglio, o meno peggio, scegliere di andare da soli? Questa è la domanda a cui dobbiamo rispondere. Dove siamo andati da soli, nelle comunali, non è andata bene. E se in luoghi dove noi abbiamo un insediamento vero, prendiamo il due per cento, nazionalmente quanto avremmo preso? La controprova su quanto avremmo potuto prendere se fossimo andati da soli alle politiche non ci sarà mai, ma alcuni elementi per ragionare ci sono. Il rischio quale sarebbe stato? Temo che avremmo avuto un consenso del tutto residuale come è capitato allo Sdi, cioè sotto all'uno per cento. Un disastro. Saremo stati vittime del doppio voto utile, verso il Pd e verso l'Arcobaleno. E se, avendo fatto la scelta di andare da soli, fossimo qui a commentare un dato del genere, allora sì che non ci resterebbe che la consegna al tribunale fallimentare dei libri contabili di questo partito. Credo di non aver sottovalutato affatto la disfatta, né di aver sottovalutato gli errori, ma nella disfatta noi oggi possiamo riprovare a ripartire, gli altri forse no.

Il nostro Partito complessivamente rispetto agli altri partner dell'alleanza è quello che ne esce meglio. Tutti i commentatori dicono che il Pdci tiene. Ed è vero. Ora però proviamo a ricominciare. La voglio dire con un titolo: “un nuovo inizio”. Ma voglio essere sincero, sarà una lunghissima traversata nel deserto. Una difficilissima traversata nel deserto. L'Arcobaleno è finito, è del tutto evidente. Quel che resta? Una bizzarra riunione promossa a Firenze dal professor Ginsborg, orfano del professor Pardi, che in cambio di un seggio in Parlamento ha mollato tutti, dai girotondi a Grillo... Tutti. A dimostrazione che la società civile può essere di gran lunga peggio della società politica. L'Arcobaleno non c'è più: i Verdi veleggiano verso il Pd, o ne rimane una piccola enclave autonoma, che probabilmente sta cercando collocazione in un nuovo soggetto che però non c'è nel panorama politico e rischia di non esserci neppure in futuro; Sinistra democratica si è liquefatta, Alfiero Grandi ha dichiarato che guardano ad una nuova alleanza con i socialisti residui, che come noto hanno preso lo 0,9 per cento e con la sinistra del Partito democratico; Rifondazione è nella estrema difficoltà e lacerazione che tutti quanti stiamo vedendo.

Ed allora che fare? E’ apparso ieri su molti giornali un appello – rivolto anche a noi Pdci – di pezzi di movimenti di lotta, i NoTav, i No dal Molin, il comitato sardo “Gettiamo le basi”, quelli contro il ponte di Messina, pezzi di movimenti veri, rappresentanze di luoghi dei lavoro e illustri esponenti dell’intellettualità comunista. Questo appello chiede che per ricostruire la sinistra si inizi da noi comunisti. Rivolge l'appello a noi, a Rifondazione e a tutti i comunisti e le comuniste, comunque collocati in Italia. Ma chiede innanzitutto l'unità fra i due partiti comunisti, ossia fra le due cose che ci sono. Quello che è rimasto in campo dopo lo tsunami. Noi e loro, e tutto l'arcipelago variegato di compagni e compagne che magari hanno lasciato il Pdci e Rifondazione o che non ci sono mai stati e che comunque si riconoscono in un progetto di trasformazione della società in senso socialista. In parole semplici, si chiede l'unità di quello che è rimasto della sinistra. Bene, a questo nuovo inizio, e cioè concorrere, mettere a disposizione il Pdci, per un progetto più grande di costruzione di un Partito comunista in Italia, a questo appello noi, la segreteria del Partito ha risposto di sì. Ora attenderemo la risposta di Rifondazione comunista.

Ma sul Prc vorrei spendere qualche parola. Il disastro viene da lontano: nel 1996, dodici anni fa, non un secolo, Rifondazione aveva l'8,6 per cento dei voti, e nel primo anno di governo Prodi i sondaggi le attribuivano percentuali tutte al di sopra delle due cifre. Chi c'era si ricorda. Successivamente, il gruppo dirigente di Rifondazione decide di far cadere Prodi, immaginando una fuoriuscita da sinistra, le trentacinque ore..., cade Prodi, c'è la nostra scissione, e nell'99 Rifondazione prende il 4% alle europee e noi il 2 per cento. Si sono persi, anche solo considerando i consensi presi due anni prima, il 2,5% di voti. Uomini e donne che non sono venuti né da noi, né da loro. Poi nel 2001 il Prc non fa l'accordo con il centrosinistra, consegnando a Berlusconi di nuovo il governo – se al Senato ci fosse stato l'accordo si pareggiava – infine nel 2006 pur partendo da una posizione che sino a pochi anni prima diceva «per me centrodestra e centrosinistra pari sono», il Prc sigla l'accordo più “unitario” e arrendevole, Bertinotti va a fare il presidente della Camera, una scelta istituzionale che riduce gli spazzi di battaglia politica anche dentro il Parlamento, e nel 2008, infine, siamo in questa condizione. Beh io credo che noi dovremmo provare a ritornare al '96. Non ci riusciremo in toto, sia ben chiaro, però proviamo a ripartire da lì. Da qualche parte, infatti, il bandolo dobbiamo provare a riprenderlo. L'Appello è rivolto a noi, a tutti i compagni e le compagne di Rifondazione comunista, a tutti. Non è un appello rivolto semplicemente alle minoranze del Prc. Anche se non si può escludere che alla fine lo raccolgano solo le minoranze stesse, e tuttavia la discussione interna a Rifondazione non è ininfluente rispetto a questo progetto. Anzi. Ho l'impressione nettissima che sia in atto, tanto più dopo questo risultato, una operazione politica che mira ad aggregare una sorta di forza cuscinetto, chiamiamola così di “sinistra buona”, magari guidata da Vendola, come auspica Francesco Merlo su La Repubblica, dove possano confluire i reduci dell'Arcobaleno che non vogliono il progetto comunista. Ho l’impressione che Bertinotti stia lavorando a questo. A noi non ci vogliono. Questo agglomerato cuscinetto, come io lo ho definito, nel breve periodo andrà a fare la sinistra del Pd. Cosa resta? Restiamo noi. Noi e coloro che dentro Rifondazione rifiuteranno questa deriva, più tanti che fuori dai due partiti esistenti ancora si sentono comunisti. Vedremo il dibattito che si svolgerà entro al Prc, però spero solo una cosa, che la scelta che faranno sia non equivoca. E cioè che non ci sia ancora una scelta in mezzo al guado. Sarà il congresso naturalmente a sciogliere questo eventuale equivoco, tuttavia dentro Rifondazione ci sono forze sicuramente disponibili e noi dobbiamo con chi ci sta provare a ricominciare. Ovviamente, ripeto, rivolgendoci potenzialmente a tutti.

Giusto a questo punto domandarsi con che caratteristiche dovrebbe nascere questo nuovo soggetto. Intanto fuori dal Parlamento. Non è una scelta, non abbiamo deciso di diventare un partito extra parlamentare, ci hanno cacciato dal parlamento gli elettori con il loro voto e Veltroni che non ha voluto l'apparentamento. Questa nostra non è quindi una vocazione extraparlamentare, come è evidente: è una condizione. Io non sono di quelli che pensano che anche la sconfitta può avere lati buoni, una sconfitta è una sconfitta, tuttavia proviamo dalla sconfitta a trarre qualche insegnamento e ripartiamo dall'opposizione. Ripartiamo dal conflitto sociale. Ho programmato per questa settimana due incontri con i lavoratori nelle fabbriche, uno a Bari e uno a Milano alla Magneti Marelli. Dobbiamo ricominciare da li, e dobbiamo dislocare i dirigenti di partito nei territori. E' il tentativo di ricostruire un insediamento sociale e ci vorrà lo sforzo di una intera generazione. Ci vorrà un sacco di tempo compagni, tanto tempo.

Non vedremo noi i risultati del nostro lavoro. Però questa lunga attraversata nel deserto dobbiamo pur incominciarla, e dobbiamo almeno sapere in quale direzione andare. Se sbagliamo, infatti, nel deserto ci si perde irreparabilmente. L'altro aspetto è quello della diversità. Che abbiamo praticato poco. Vedete, quando io ho scelto di non stare in Parlamento l'ho deciso solitariamente, senza convocare organismi, e l'ho fatto per più di un motivo. Innanzitutto, per mettere fine alla polemica sull'operaio escluso. Però c'era anche un altro aspetto: ancorché meno che in passato – nel 2006 abbiamo perso mezza segreteria nazionale alle elezioni sulle candidature – tuttavia quando c'è la fase delle candidature si scatenano i peggiori istinti, anche dentro i partiti comunisti più “puri e duri”. Io ho fatto una scelta che nelle intenzioni, non so negli esiti, era anche e soprattutto pedagogica: se può stare fuori dalle istituzioni il segretario nazionale del partito, può stare chiunque fuori dalle istituzioni. Ne sono convinto: si può fare politica anche fuori dal Parlamento. La diversità riguarda tuttavia anche un altro aspetto. Siccome andiamo incontro ad una fase di grande ristrettezza economica, non vi saranno più i soldi che entravano dai gruppi parlamentari e dai parlamentari medesimi - una bella cifra vi assicuro – e dunque dovremmo chiedere a tutti i compagni e le compagne che sono rimasti nelle istituzioni, a tutti i livelli, di darsi una regolata diversa da quella che fin qui è stata tenuta. Ovvero di autogestione dei propri emolumenti. Con delle regole che decideremo tutti insieme, non saranno regole imposte, ma regole che una volta prese dovranno valere per tutti.

Per attuare tutte queste cose è evidentemente necessario un congresso, perché cambia la strategia. Perché mettiamo a disposizione di questo processo il partito. E il congresso io credo che lo dobbiamo fare subito. Propongo perciò che si svolga parallelamente a quello di Rifondazione comunista, cioè entro l'estate. Attueremo così una interlocuzione, ma al contempo incalzeremo Rifondazione. E quindi propongo che venga convocato il Comitato centrale entro 15 giorni affinché quell’organismo indìca il congresso. Lì discuteremo di come impostarlo e le regole. Sono per dare una accelerazione.

Quello che vi propongo è difficilissimo. Estenuante. Dagli esiti tutt’altro che scontati. E' un percorso che ho definito “la traversata del deserto”. Ma può anche essere entusiasmante, riaccendere passioni, avvicinare giovani generazioni. Voglio tuttavia dirvi che, qualunque sarà il mio ruolo, voglio provarci con assoluta determinazione. Perché io mi sento certamente sconfitto. Ma non mi sono arreso.

lunedì 28 aprile 2008

Ambigua la proposta di Ferrero Meglio un congresso a mozioni

Intervista a Gian Luigi Pegolo di Romina Velchi
su Liberazione del 28/04/2008


Gian Luigi Pegolo, deputato uscente ed esponente dell'area dell'Ernesto, fa parte del comitato di gestione votato all'ultimo Comitato politico del Prc. Con la sua componente, guidata da Fosco Giannini, non ha appoggiato il documento Ferrero-Grassi, perché lo considera «ambiguo» e perché «ho l'impressione che, in realtà, siano in gioco schieramenti che si propongono il controllo del partito, ma sostanzialmente senza modificare radicalmente la linea che ha portato al disastro». Quali sono state secondo te le cause della sconfitta elettorale?Certamente la partecipazione ad un governo che ha dato una prova così deludente e il voto utile. Ma questo non basta a spiegare un disastro di queste proporzioni. Non si può mettere tra parentesi il dato politico essenziale. E cioè che è fallita la proposta politica della Sinistra arcobaleno. Per altro, Bertinotti in campagna elettorale aveva chiesto il voto proprio per la costruzione del nuovo soggetto. Gli elettori hanno dato una risposta inequivocabile.E voi cosa proponete?Secondo me ci sono in campo due proposte alternative. L'una, quella di Giordano e Bertinotti, che lavora alla costruzione di un partito unico della sinistra; una strada che porta alla sparizione di Rifondazione comunista e alla costruzione di un soggetto politico che finirà inevitabilmente assorbito nel Pd. L'altra, la nostra, che vuole riprendere la missione originaria di Rifondazione comunista, e cioè dare vita ad un grande partito comunista rifondato, nel quadro di un rapporto a sinistra fondato su un'unità d'azione. All'ultimo Cpn, voi avete presentato un vostro documento. Perché?Resto dell'opinione che le due posizioni, quella di Giordano e quella di Ferrero, non siano effettivamente alternative. In questo senso vorrei capire quale sia l'effettiva posizione di quei compagni che hanno sottoscritto il documento di Ferrero. Il quale, nell'intervista al Manifesto , propone solo una diversa declinazione dell'Arcobaleno sotto forma di patto federativo: una formula ambigua. Se questa è la proposta, essa è destinata ad essere superata dai fatti; non tiene conto del risultato elettorale e dello sfaldamento in corso dell'Arcobaleno. Insomma, è una proposta intermedia che non reggerà la prova, non resisterà agli eventi. O rifluirà nella costruzione del nuovo soggetto di Bertinotti; o confluirà verso la nostra posizione. Ma Ferrero ha spiegato che non si trattava di documenti congressuali.L'ho capito. Però chiedo: qual è la base politica? La proposta di Ferrero, ripeto, è quella di un patto federativo. Conoscendo le posizioni delle altre componenti, non capisco come possano convergere su una proposta che, di fatto, lascia in piedi l'Arcobaleno. Tu credi, invece, che ci siano le basi per la costruzione di una sinistra comunista?Mi pare che tutto quello che è successo non sia il prodotto dell'insufficienza dell'opzione comunista, ma semmai della volontà di abbandonarla. Negli ultimi dieci anni, Rifondazione, sotto la guida di Bertinotti, ha subito una deriva politica e culturale, tesa a rimuovere le ragioni del comunismo, e scontato scelte che si sono rivelate sbagliate. Come, per esempio, durante la stagione movimentista, l'aver ridotto la questione del mondo del lavoro a mera componente; oppure, ancora, la scelta governista del congresso di Venezia. Nonostante la montagna di macerie che ci ha sommerso, continuo a ritenere che la maggior parte dell'elettore di sinistra si riconosca nei partiti comunisti. Una parte essenziale della domanda sociale può ancora essere raccolta attorno a posizioni esplicitamente anticapitaliste. Per altro, la possibilità della costruzione di un partito comunista e di una sinistra anticapitalista si è resa evidente con la manifestazione del 20 ottobre. E' stato un errore non averlo compreso.E non credi che esista anche l'esigenza di dare una risposta alla domanda venuta, per esempio, dall'assemblea di Firenze?Che esista la necessità di ricostruire la sinistra in Italia è evidente, specie dopo la sconfitta elettorale. Ma è un'illusione pensare di poterlo fare aggregando culture politiche esistenti per costruirne una ex novo. E' l'errore tragico che ha portato allo scioglimento del Pci e, più recentemente, all'insuccesso della sinistra europea. Sono esperimenti che conducono, alla fine, o al nulla di fatto o al riflusso nel più avvilente politicismo. Congresso a tesi (come chiedono Ferrero e Grassi) o congresso a mozioni contrapposte?Quella del congresso a tesi la considero una proposta incomprensibile. Dopo un simile disastro elettorale e le lacerazioni interne all'ultimo Comitato politico, non mi pare esistano basi unitarie minime che giustifichino un congresso a tesi. A meno che non si tenti di costruire le condizioni per realizzare, dopo il congresso, un patto tra le due ex maggioranze. Sarebbe l'ennesimo pateracchio. Quindi?Vogliamo un confronto chiaro, senza ambiguità. Per questo il congresso deve essere a mozioni contrapposte. Però, intanto, mentre il Prc si dilania, succedono cose: presto si insedierà un governo di destra; avanza il populismo/qualunquismo di Grillo e la sinistra è fuori dal parlamento...Dobbiamo prendere atto che ci attende un ruolo di opposizione per anni. Dovremo usare tutta la nostra energia per contrastare il governo di centrodestra, cominciando, per esempio, con il sostenere ai ballottaggi i candidati di centrosinistra. In secondo luogo, ci dobbiamo ricollocare nel conflitto sociale. Il che significa: ostacolare i tentativi di Confindustria di ridurre gli spazi di contrattazione nazionale; affrontare il tema delle pensioni e dei salari, che non avuto alcuna risposta dal governo Prodi; arginare il tentativo antidemocratico ben evidente nelle misure sulla sicurezza e nelle manovre per correggere in senso presidenzialista l'impianto costituzionale. Senza rappresentanza istituzionale, sembra una missione impossibile.E' un lavoro enorme, certo, anche perché l'opposizione del Pd non sarà adeguata. Inoltre, l'agenda è sterminata per quanto riguarda i temi per una possibile iniziativa politica. Io vedo due esigenze prima di tutto: la prima quella di sostenere le forze sindacali che si battono per l'autonomia contro le derive concertative; la seconda quella che vede il Prc riposizionarsi sui territori proponendo alle forze della sinistra iniziative comuni contro i pericoli della destra. Che, ovviamente, non significa approdare al partito unico. Domani, il nostro direttore, Piero Sansonetti, è stato convocato dal comitato di gestione: volete commissariare Liberazione ?Nessuno vuole commissariare Liberazione ; non ho sentito alcuna proposta simile. Il problema è di stabilire un rapporto più costruttivo tra il giornale e il partito, sulla base di due necessità. La prima, che fa seguito alla nuova situazione: occorre che tutti siano impegnati nel rilancio dell'iniziativa politica e sociale, deve essere un intento comune; la seconda: è naturale che in un percorso congressuale, Liberazione sia un luogo che consenta una rappresentazione adeguata del dibattito interno al partito.Secondo te, finora non è stato così?Non sempre ha dato una rappresentazione plurale del dibattito interno. Il che non significa che non ci si possa attrezzare per trovare spazi e forme per dare conto delle diverse posizioni.

lunedì 21 aprile 2008

CPN del 19 e 20 aprile-documento finale votato dall'Ernesto

Roma, 20 aprile 2008

Sconfitta catastrofica
Di colpo tutti i nodi sono giunti al pettine.
Nonostante l’impegno militante e spassionato di tante compagne e compagni, la sconfitta della Sinistra Arcobaleno è di dimensioni catastrofiche, un vero e proprio tracollo, una sconfitta storica. Con tre milioni di voti persi in soli due anni, la Sinistra Arcobaleno scende al 3% e non elegge nessun parlamentare. Senza dimenticare la vittoria del centro-destra e la crescita di una forza razzista e xenofoba come la Lega. Rifondazione Comunista, la forza politica che più di altri ha creduto nel progetto della Sinistra Arcobaleno, ne esce distrutta nel morale e nelle prospettive. Questo è il risultato della linea collettiva di tutto il gruppo dirigente che ha gestito in questi anni il Prc, non di questo o quel singolo dirigente.
Le cause principali
La causa principale del tracollo elettorale risiede con ogni evidenza nella linea della partecipazione al governo, decisa al Congresso di Venezia con il 59% di voti contro il 41%, respingendo ogni proposta di sintesi e di gestione unitaria del partito, mettendo con supponenza e arroganza l’ampia minoranza del Prc fuori dalla segreteria nazionale e dalla gestione del partito. La partecipazione al governo, motivata con la tesi risibile della permeabilità del centro-sinistra ai movimenti, ha deluso tutte le aspettative di cambiamento e di giustizia sociale. Il governo Prodi è stato permeabile non ai movimenti ma solo ai banchieri della Ue, alla Nato, agli Usa e al Vaticano, più aggressivi che mai. Un governo che, con la nostra partecipazione e corresponsabilità, ha tradito i lavoratori, i precari e i pensionati: invece che aumentare i salari e le pensioni e ridurre la povertà e l’insicurezza sociale crescente, ha favorito, sotto i dettami di Confindustria e del Fondo Monetario Internazionale, solo le grandi imprese, banche e assicurazioni. Ha eliminato il cuneo fiscale, regalando miliardi di euro alle imprese, e ha prodotto un accordo concertativo su pensioni e welfare, sdoganando la legge 30 senza abrogarla e aumentando ulteriormente l’età pensionabile senza abolire lo scalone Maroni, come promesso in campagna elettorale. Un governo che, con la nostra partecipazione e corresponsabilità, ha tradito gli immigrati introducendo nuove vessazioni securitarie, senza abrogare la legge Bossi-Fini e senza dare il diritto di voto. E’ venuto meno agli impegni elettorali sui diritti civili non riuscendo neanche ad approvare una legge sulle coppie di fatto, per la subalternità alle pressioni del Vaticano. Ha deluso il movimento per la pace, aumentando vertiginosamente le spese militari, proseguendo la missione di guerra italiana in Afghanistan, acconsentendo alla installazione dello scudo stellare di Bush, alla base americana di Vicenza e all’indipendenza del Kosovo, in obbedienza agli ordini della Nato e dell’imperialismo americano. Per parlare solo delle questioni principali, senza voler dire niente della Tav in Val di Susa, della vicenda dei rifiuti in Campania, dei provvedimenti securitari del centro-sinistra a Bologna, Firenze ed altre città. Il fatto è che, come era chiaro fin dall’inizio, non vi erano i rapporti di forza nella società perché i comunisti e le sinistre potessero dal governo ottenere risultati, e quindi bisognava evitare accuratamente di confondere le proprie responsabilità con quelle delle forze riformiste e moderate, pur evitando contemporaneamente di far tornare a vincere le destre. Si poteva fare, non si è voluto fare. La profonda delusione e il crollo di fiducia, che si erano avvertiti sin dai primi provvedimenti del governo, ha prodotto l’attuale vittoria della destra ed ha colpito soprattutto le forze di sinistra e in particolare Rifondazione Comunista. I segnali di rottura con il nostro elettorato e con i movimenti erano chiari da tempo. Già le elezioni amministrative di un anno fa avevano visto la perdita secca di due terzi del nostro elettorato rispetto al 2006, così come la riuscita manifestazione contro Bush autoconvocata dai movimenti e il contemporaneo fallimento di Piazza del Popolo erano il chiaro segnale di una rottura profonda con i movimenti. Per non parlare dell’accoglienza a Mirafiori. Fenomeni che avrebbero potuto e dovuto aprire una seria riflessione. E invece tutto il gruppo dirigente che ha gestito il Partito (quindi con una responsabilità collettiva, non attribuibile solo al presidente della Camera o al segretario del Partito) è rimasto sordo e cieco di fronte a questi fenomeni. Il vero e proprio disgusto per la politica non era riconducibile alla generica “crisi della politica”, come si è andato dicendo per due anni per sviare l’attenzione dalle cause vere, ma si trattava e si tratta di una sfiducia per la sinistra e in particolare per le forze della sinistra più radicale, che hanno dimostrato la più grande incoerenza rispetto alle promesse. Non c’è da meravigliarsi se, dopo due anni di partecipazione subalterna nel governo, i voti del Prc siano andati nell’astensione o nel voto di protesta della Lega.
Il simbolo
Se alla delusione popolare per la partecipazione al governo si aggiunge la decisione di presentare un simbolo sconosciuto, assolutamente opposto a quella connessione sentimentale col nostro popolo di cui spesso si parla a sproposito, si capisce come mai la perdita dei voti è stata così rilevante. Peraltro la decisione di presentare il simbolo della Sinistra Arcobaleno è stata presa cancellando del tutto la partecipazione degli iscritti, dei circoli e delle federazioni, con una logica autoritaria giunta persino a interrompere e rinviare il congresso già avviato, per paura del confronto democratico con la base. Clamoroso è stato l’errore di cancellare il simbolo dei due partiti che assieme superavano nel 2006 l’8%. Che di errore non si è trattato da parte del gruppo dirigente del Prc, ma di pervicace volontà di superamento dell’identità e dell’autonomia comunista, come si è visto persino dalle continue dichiarazioni del candidato premier in piena campagna elettorale a favore della trasformazione della Sinistra Arcobaleno in un nuovo soggetto politico non più comunista e della riduzione del comunismo ad una delle tante tendenze culturali dentro la Sinistra Arcobaleno.
Le cause di lungo periodo
Tuttavia le cause di questo crollo sono di lungo periodo. Un metro di ghiaccio non si forma in una sola notte di neve. Sia la partecipazione al governo, sia la diluizione di Rifondazione Comunista nella Sinistra Arcobaleno vengono da lontano, da un lungo processo di snaturamento della natura comunista, anticapitalista e di classe del partito. La negazione della centralità della contraddizione fra capitale e lavoro e l’abbandono del radicamento sociale e nei luoghi di lavoro, l’abbandono della concezione dell’imperialismo e del sostegno ai popoli che resistono alle aggressioni imperialiste (con l’adesione ideologica alla teoria della non-violenza in ogni luogo e in ogni tempo, che ha indotto addirittura ad una riduzione dell’impegno per la causa palestinese), il disinteresse per l’organizzazione del partito, dei circoli e delle federazioni, sostituita con lo schiacciamento sulle istituzioni e con le derive leaderistiche e mass-mediatiche. Sono anni che questo gruppo dirigente, tutto, opera nei fatti in direzione del superamento dell’autonomia comunista dentro nuovi soggetti politici genericamente di sinistra, come per esempio è stata, prima della Sinistra Arcobaleno, la costruzione della Sinistra Europea. Solo di una cosa non si parla neanche più, della natura comunista del partito, del comunismo, il cui solo accenno porta ad etichettature, a sciocche accuse (“identitari”) e a discriminazioni vere e proprie.Sulle cause per le quali un’esperienza ricca e promettente come quella originaria della rifondazione comunista sia finita nella debacle del 13 e 14 aprile, bisognerà aprire una riflessione più approfondita e collettiva.
Cambiare radicalmente linea politica, progetto e gruppi dirigenti
Cosa fare. Innanzitutto è necessario guardare in faccia la realtà, anche se essa è molto brutta, altrimenti le soluzioni sono peggio del male. La sconfitta è pesantissima. Il morale delle compagne e dei compagni è pessimo. C’è grande sconforto, paura, rabbia. Non ce la si cava con qualche pannicello caldo. Se non c’è una rottura di continuità, se non c’è un progetto nuovo, motivante, di rilancio dell’impresa che cominciammo 18 anni fa, se non c’è un cambiamento radicale di dirigenti e di gestione del partito (da una gestione autoritaria e burocratica ad una gestione collegiale e democratica), Rifondazione Comunista rischia di morire. E per questo cambiamento radicale è necessaria una profonda autocritica, senza alcuna reticenza, l’opposto di ciò che ancora fanno tutti i dirigenti in questi giorni, che continuano a ripetere – burocraticamente, come se nulla fosse accaduto – formule vuote e astratte, le stesse formule che hanno portato alla sconfitta. La sconfitta è troppo grave perché se ne possa uscire solo polemizzando con il candidato premier, Fausto Bertinotti. La Sinistra Arcobaleno è fallita in tutte le sue formulazioni (partito unico, soggetto unitario e plurale, federazione, confederazione, eccetera), sia dal punto di vista elettorale che politico. La pesantezza della sconfitta ci dice che per risalire la china è necessario investire non nella continuità, ma nella discontinuità, nel cambiamento radicale di linea, di progetto e di gruppi dirigenti. Questa linea, questo progetto e questi dirigenti che hanno portato Rifondazione Comunista e l’intera sinistra nel baratro, nonostante fossero stati ripetutamente messi sull’avviso, non sono più credibili. Bisogna cambiare. Bisogna andare in direzione opposta alla diluizione dell’identità e dell’autonomia comunista, della natura di classe ed anticapitalista del partito. Non di meno comunismo abbiamo bisogno, ma di più comunismo.
Salvare il PRC per un nuovo partito comunista
Salvare Rifondazione Comunista è importante. Noi vogliamo contribuire a farlo assieme a tutti coloro che sono disponibili, a partire dall’imminente Congresso. Ma è del tutto evidente che questo non è in sé affatto sufficiente, soprattutto oggi dopo una disfatta di queste dimensioni. Si salva ciò che resta del patrimonio importante di Rifondazione Comunista, di militanza, di esperienze e di capacità di costruire lotte e vertenze, solo se la si ricolloca in un più vasto processo unitario a sinistra di riunificazione di tutti i comunisti in un partito comunista più grande e più forte, non autoreferenziale ma capace di parlare a tanta parte del popolo di sinistra oggi senza riferimenti, di promuovere un più vasto schieramento anticapitalistico, per riaprire una nuova stagione dei movimenti e del conflitto sociale, per una lunga fase di lotta e di opposizione (vera, non “costruttiva”) a tutte le politiche neoliberiste e di guerra, sia che vengano dalla destra sia che vengano dal Pd. Il che significa anche promuovere una verifica della nostra partecipazione alle giunte locali. Di fronte ad una sconfitta e ad una crisi di tali dimensioni non c’è alternativa alla ripresa del progetto, con tutte le comuniste e i comunisti disponibili, anche con storie e sensibilità diverse, della rifondazione/ricostruzione di un partito comunista in Italia, com’era nel progetto originario, niente affatto conservatore o nostalgico, del 1991. Dopo la pesantissima sconfitta elettorale della sinistra, a questa strada non c’è alternativa. L’alternativa o è l’approdo verso una sorta di area di sinistra nel Partito Democratico (come sembra emergere dalla discussione che attraversa Sd, i Verdi e la Sinistra Europea) oppure l’alternativa può essere una ulteriore breve fase declinante, di esaurimento senza sbocchi in lotte intestine fra piccoli gruppi minoritari e del tutto marginali. Invece, ritornare nella società per riavviare un processo partecipato, dal basso, di rifondazione/ricostruzione unitaria di una nuova forza comunista, con tutti coloro che anche fuori del Prc sono disponibili, non nostalgica ma adeguata ai tempi, di classe ma anche interna ai movimenti pacifisti, ambientalisti, femministi, antirazzisti: questo è l’unico progetto in grado di non disperdere del tutto il nostro patrimonio, di rigenerare entusiasmo e rimotivare migliaia di compagne e di compagni, come nei momenti migliori del nostro Partito. Sappiamo che il lavoro di ricostruzione è arduo e di lunga lena, ma la manifestazione del 20 ottobre, il milione di persone in piazza sotto la marea di bandiere rosse, promossa dai due partiti comunisti e da altre forze della sinistra alternativa e di classe, è un’esperienza che sia pure sciaguratamente dissipata in pochi mesi dal gruppo dirigente che ha gestito il Prc, ci dice che possiamo farcela.

Belletti Gilda, Benni Guido, Bettarello Claudio, Catone Andrea, D’Angelo Pasquale, Giannini Fosco, Malerba Matteo, Manocchio Antonello, Maringiò Francesco, Masella Leonardo, Merlin Vladimiro, Miniati Adriana, Orlandini Olido, Pegolo Gianluigi, Rancati Claudia, Schavecher Nadia, Sconciaforni Roberto, Sema Giuliana, Sorini Fausto, Trapassi Marco, Verruggio Marco.

Compagne e compagni provenienti dalle vecchie mozioni I, II, III e IV del Congresso di Venezia

Comitato Politico Nazionale di Rifondazione Comunista

A questo link è possibile visionare il Comitato Politico Nazionale di Riforndazione Comunista del 19 aprile 2008

http://www.radioradicale.it/scheda/252124/comitato-politico-nazionale-di-rifondazione-comunista

mercoledì 16 aprile 2008

SINISTRA ARCOBALENO, UN DISASTRO ANNUNCIATO

di Stefano Franchi, segreteria PRC di Bologna

I risultati elettorali lasciano sgomenti.
Dopo soli due anni di Governo Prodi l’Italia è stata riconsegnata alla destra e a Silvio Berlusconi. Forza Italia e An aumentano i consensi, la Lega Nord – forza razzista e reazionaria – gode di un grande consenso popolare in regioni importanti. Lo stesso risultato della destra sociale è preoccupante. Un malessere sociale che fino a ieri guardava un partito come rifondazione comunista, oggi ha scelto formazioni di destra o l’astensione.
Per la prima volta da quando è nata la Repubblica italiana - come sottolineano diversi quotidiani - i comunisti non avranno nessuna rappresentanza parlamentare, e con essi l’intera sinistra. Un dato che parla anche del futuro: senza comunisti non c’è la sinistra e chi ha voluto ostinatamente cancellare in queste elezioni un’autonoma presenza dei comunisti ha portato l’intera sinistra al disastro. Per l’ironia della sorte alla Sinistra Arcobaleno sarebbero bastati gli elettori delle due liste comuniste per superare lo sbarramento del 4% alla Camera.
Chi porta la responsabilità di questo disastro faccia un passo indietro, si dimetta. Dopo questo disastro elettorale Fausto Bertinotti e la sua Sinistra Arcobaleno fanno parte del passato. Da oggi si dovrà tornare al progetto originario del Prc, la rifondazione di un partito comunista.
Un partito che mai più voti i finanziamenti alle guerre o sostenga riforme pensionistiche e sociali e finanziarie di chiaro stampo liberista. Un partito che sappia da che parte stare, anche quando si mette in discussione una base militare americana o si difende il diritto delle donne a tirare pomodori a chi se li merita: gesto non-violento se paragonato alla violenza di chi vorrebbe ricacciarle ai tempi bui dell’inquisizione.
Di questo discuteremo nelle prossime settimane e mesi e nel prossimo congresso nazionale del PRC, se ci sarà. A questo ricominceremo a lavorare fin da ora.

Ora ci vuole l'autocritica, un congresso straordinario e rilanciare il PRC

di Claudio Grassi
su Liberazione del 16/04/2008

I risultati definitivi delle elezioni politiche ci consegnano un quadro drammatico. La coalizione di Berlusconi supera di oltre nove punti l'alleanza di Pd e Italia dei Valori e conquista un vantaggio consistente anche al Senato. La Lega Nord raggiunge percentuali estremamente significative (tornando ai risultati del 1992) mentre in alcune regioni le liste neo-fasciste raddoppiano in due anni i propri voti. Contemporaneamente il Pd non realizza la rimonta annunciata in campagna elettorale e ottiene un risultato ben inferiore alle aspettative. La conseguenza è che il prossimo Parlamento vedrà una salda maggioranza di deputati e senatori del Pdl e della Lega Nord, in grado di avviare – con il possibile benestare di Veltroni - una stagione di riforme istituzionali e costituzionali che potrebbero fare dell'Italia una repubblica presidenziale in un sistema tendenzialmente bipartitico e con una nuova legge elettorale maggioritaria.Ad opporsi a questa deriva nel prossimo Parlamento non ci saranno rappresentanti della Sinistra, il cui risultato elettorale è catastrofico.Basti dire che il 3% raccolto dalla Sinistra l’Arcobaleno è meno della metà dei voti ottenuti alle ultime elezioni politiche dalla sola Rifondazione Comunista.Ma è soprattutto un risultato fallimentare sul piano politico. Paghiamo venti mesi di governo Prodi insensibile alle ragioni dei lavoratori e dei soggetti sociali deboli. E paghiamo il fatto che il nostro atteggiamento, all'interno di quel governo, è stato per larghi tratti a-conflittuale e subalterno.La seconda causa di un risultato così disastroso riguarda il progetto politico a cui ha alluso la lista unitaria. Un progetto politico senza anima, che non ha appassionato nessuno, privo di una qualsiasi identità politica.Chi ha parlato in queste settimane della lista unica come del primo passo verso la costruzione di un partito unico della sinistra e ha agito nella direzione di accelerare questo processo, non ascoltando la contrarietà diffusa nel corpo del partito, ha commesso un ingiustificabile errore politico. L'assenza della falce e del martello dal simbolo elettorale è l'immagine più eclatante di questa inconsistenza politica.Come si è visto dal risultato elettorale, aver cancellato la falce e il martello dal simbolo elettorale non ha fatto acquisire alla Sinistra alcun voto. Al contrario, ne ha fatti perdere molti, in un elettorato consolidato e abituato a riconoscersi in quei simboli.Sono arrivati al pettine i nodi contenuti nella proposta politica avanzata con il congresso di Venezia, quando si sancì l’internità al governo "senza se e senza ma" e si lanciarono le basi per superare il Prc e dare vita ad nuovo soggetto unico della sinistra.Il gruppo dirigente del Prc ha fallito, portando il partito ad una sconfitta che non ha precedenti. Ne deve prendere atto con onestà e rassegnare immediatamente le dimissioni perché chi ha compiuto questo disastro non può essere colui che indica le soluzioni. Occorre convocare gli organismi del partito, avviare il congresso nazionale e dare la parola alle iscritte e agli iscritti.E' necessario fare autocritica e tornare ad investire sul nostro partito, riprendendo e rilanciando il progetto della Rifondazione Comunista. Non è il momento della rassegnazione, ma è il momento della lotta. Ci sono migliaia di compagne e compagni che non vogliono che scompaia Rifondazione. Noi siamo con loro.

L'ERNESTO: GIORDANO SI DIMETTA,VOTO È FINE ARCOBALENO

su www.lernesto.it del 16/04/2008

Le dimissioni di Franco Giordano e della segreteria nazionale, l'archiviazione della sinistra arcobaleno «un progetto fallimentare» e infine la ricostruzione di un partito basato sull'identità comunista. A chiedere che il Prc volti pagina e riprenda il cammino originale dopo la Bolognina è la minoranza dell'Ernesto rappresentata da Fosco Giannini e Gian Luigi Pegolo, parlamentari uscenti di Rifondazione e Leonardo Masella capogruppo del Prc in Emilia Romagna che annunciano la presentazione nel prossimo comitato politico del partito una mozione di sfiducia contro la segreteria. «Il risultato elettorale - sottolinea Pegolo - non è spiegabile solo dando le colpe al voto utile perchè lo stesso problema lo aveva l'Udc che invece ha tenuto. Bertinotti ed il segretario si ostinano a parlare di accelerazione verso il partito unico e la cosa mi pare incredibile». La minoranza dell'Ernesto chiede la convocazione del congresso e la possibilità di sapere l'esito del tesseramento dello scorso anno. Le critiche rivolte al gruppo dirigente vanno di pari passo a quelle verso il progetto arcobaleno: «L'esito elettorale - attacca Pegolo - ne decreta la fine. Il soggetto non è più proponibile. Rifondazione non va superata ma va difesa la sua autonomia». Se la proposta di Giordano di accelerare nella costruzione di una sinistra unita viene rispedita al mittente, riserve non si nascondo nemmeno per la tesi del ministro per la Solidarietà Sociale Paolo Ferrero che ha come obiettivo la nascita di una federazione in cui il Prc mantenga la sua autonomia. «Non ci piacciono i cosiddetti 'terzinì cioè coloro che si collocano tra il progetto della sinistra arcobaleno e l'autonomia del Prc. Noi - spiega Fosco Giannini - siamo contrari anche al modello della Sinistra europea». Parole dure sono infine rivolte all'ex segretario e leader della 'Cosa rossa' Fausto Bertinotti: «Lui - attacca il senatore del Prc - ha distrutto il partito comunista e tenta di distruggere la sinistra italiana, lo dicono i dati elettorali». «Le colpe - aggiunge Masella - non sono però tutte di Bertinotti. Intorno a lui, che era il padrone, c'era una corte dei miracoli, tanti cortigiani a dire sempre di sì».

martedì 15 aprile 2008

BOCCIATO L’ARCOBALENO, ORA LA PAROLA TOCCA AI COMUNISTI !

di Marco RIZZO

E’successo! Berlusconi è tornato, anche grazie a Veltroni, mentre la sinistra scompare con un risultato disastroso e l’improbabile Arcobaleno è stato sonoramente bocciato dall’elettorato con il 3% senza raggiungere il quorum ne alla Camera dei Deputati ne al Senato, non ottenendo così alcuna rappresentanza istituzionale. E pensare che partiva, sulla carta (nelle elezioni del 2006) con il 10,2% alla Camera e l’11,6% al Senato (sommando i risultati di Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani e Verdi e addirittura senza “conteggiare” la Sinistra Democratica).
Qualcuno potrà obiettare che quell’aggettivo “improbabile” poteva essere usato anche prima. Modestamente, alcuni di noi, tra cui il sottoscritto, lo avevano detto. La cattiva condotta della sinistra con il governo Prodi e il “tradimento” programmatico e ideale rispetto alla grandiosa manifestazione del 20 Ottobre, la cancellazione della “Falce e del Martello”, da molti auspicata da altri contrastata ma alla fine subita per necessità, un progetto politico privo di una “missione” e certo per nulla alternativo al Partito Democratico, le stesse modalità di scelta di adesione dei partiti (non un congresso, a volte neanche la riunione degli organismi dirigenti preposti) sono il racconto obiettivo di questa disavventura. Il problema, come sempre accade in politica,è però la questione della “percezione” di quello che stava accadendo, consapevolezza che certo non albergava non solo nella maggioranza dei gruppi dirigenti dei partiti della sinistra, ma anche in una considerevole parte dei militanti.
Bertinotti, e quelli che lo hanno seguito pedissequamente, con l'eclettismo che li ha caratterizzati, sono riusciti a fare quello che neppure ad Occhetto era riuscito: distruggere la sinistra!
Oggi ci vuole un nuovo inizio! Per ritrovare la fiducia nella parte del popolo che non si riconosce nelle disuguaglianze di questa società. Una opzione che passa necessariamente da una analisi approfondita di quello che accade in Italia e nel mondo. Proprio oggi, quando le contraddizioni del capitalismo –guerra e terrorismo, disuguaglianze sociali sempre più accentuate, collasso ambientale del pianeta- appaiono sempre più grandi. Proprio adesso, quando la nozione di “superamento del capitalismo” è più che mai attuale. Proprio ora appare evidente come la scelta comunista nel XXI secolo sia assolutamente sensata e necessaria.
Dobbiamo riportare la fiducia nella nostra gente e, soprattutto, dobbiamo fare in modo che questa fiducia possa esser rimeritata.
L’affermarsi del bipartitismo segna la crescente “americanizzazione” della politica. Si vuole chiudere “l’anomalia del caso italiano” dove, dal dopoguerra in poi, per oltre quaranta anni, il più grande Partito Comunista d’Occidente, assieme ad un formidabile movimento operaio, pur non partecipando al governo, aveva fortemente condizionato la scena politica e sociale del nostro paese. Dalla scuola per tutti all’universalismo della prestazione sanitaria, dallo Statuto dei lavoratori al rifiuto della monetizzazione della salute sui luoghi di lavoro, innumerevoli sono state le conquiste che hanno modificato concretamente i rapporti di forza tra le classi in Italia in quel periodo. Una funzione progressiva del conflitto tra lavoro e capitale che “trainava” anche le vittorie sui “diritti individuali”, dal divorzio all’aborto.
Poi è arrivata la difficile stagione dal 1991 fino ad oggi, quando si è tentato di “tenere aperta” la “questione comunista”, provando a più riprese a modificare la realtà con la partecipazione, in modi diversi, ai governi del paese. E’ stato giusto “provare” I risultati sono sotto gli occhi di tutti: 1994 – coalizione dei “progressisti”, 1996 – “desistenza” con l’Ulivo, 1998 – divisione dei Comunisti, gli uni al governo, gli altri contro, 2001 – i Comunisti Italiani dentro l’Ulivo, Rifondazione Comunista fuori, 2006 – tutti e due i partiti comunisti al governo… Sono passati 14 anni e la nostra gente non si ricorda una conquista sociale o anche solo di “principio” che , in qualche modo giustifichi quelle modalità di rapporto coi governi . Nel frattempo , la “base sociale” della sinistra, la nostra base sociale, si restringeva sempre di più…
Oggi dobbiamo interrogarci sul fatto che quel capitolo si è chiuso, tragicamente, con un risultato disastroso per tutta la sinistra. Bisogna ripartire da qui, considerando appunto che lo stare nel centrosinistra ha prodotto questi risultati. E solo un approccio miope potrebbe appellarsi al fatto che è Veltroni che ha voluto disfarsi della sinistra per riproporre in qualche modo un rinnovato quanto non augurabile rapporto col PD. Questo partito rappresenta infatti oggi (anche se non nella percezione di molti dei suoi militanti ed elettori) la migliore soluzione per i “poteri forti” che – scottati dal protagonismo reazionario e populista di Berlusconi- hanno ormai un evidente bisogno di una forza che sappia “cloroformizzare” il conflitto di classe e, al tempo stesso, “neutralizzare” qualunque evidente contraddizione. Il PD sarà, in sostanza, obbiettivamente funzionale a questo sistema capitalistico certo proteso alla massimizzazione dei profitti ma intelligentemente attento alla ricerca di una “pace sociale” che blocchi una qualunque risposta od organizzazione da parte delle classi popolari.
Per questi motivi serve avviare da subito una riflessione analitica ed un processo organizzato che sappia essere per le classi subalterne un vero punto di riferimento.
La questione comunista emerge oggi con prorompente evidenza, anche perché dove non vi sono partiti comunisti organizzati ed influenti nella società, come in gran Bretagna e stati Uniti, di fatto non esiste la sinistra.
Lo stesso risultato elettorale ci dice che anche da noi senza il partito comunista la sinistra scompare.
Un processo di costruzione che deve avere al centro la vicenda del lavoro, con tutte le sue attuali contraddizioni. Per riuscire a collegare con un “filo rosso” tutte quelle particolarità che oggi rendono lo sfruttamento del lavoro ancora più generalizzato che nel passato, dal lavoro dipendente ai ceti medi proletarizzati, dalle nuove forme di disoccupazione intellettuale alla precarizzazione permanente.
Tre sono i cardini della discussione che, schematicamente, dovremmo affrontare:
Una nuova riflessione e pratica dell’antimperialismo nell’era della globalizzazione capitalistica, sia nei confronti di quello americano, dominante, che di quello europeo, nascente.
L’alternatività all’americanizzazione della politica e quindi al Partito Democratico, appunto per una alternativa di sistema e di società.
Una nuova soggettività dei comunisti, cui possano partecipare tutte e tutti coloro che intendono impegnarsi per il superamento di questo modello di società, al di là delle attuali, e certo non autosufficienti, organizzazioni di appartenenza. Un percorso che voglia sperimentare forme nuove rispetto alla politica attuale (critica ai processi di personalizzazione e incentivazione alla direzione collegiale, superamento della politica come mestiere, revocabilità degli incarichi di direzione sulla base della valutazione dei risultati ottenuti e molto altro ancora).Come vedete un nuovo inizio, per cui servirà l’intelligenza di tutti e l’impegno di ognuno.

venerdì 11 aprile 2008

Bertinotti: nell'Arcobaleno comunismo solo una cultura

di Daniela Preziosi
su Il Manifesto del 09/04/2008

Il comunismo sarà «una tendenza culturale» all'interno della Sinistra arcobaleno. A cinque giorni dal voto, Fausto Bertinotti si inerpica su un viottolo strettissimo per i suoi, dentro e fuori il Prc. Ovvero la collocazione dei comunisti all'interno della sinistra arcobaleno e persino la sopravvivenza del suo partito. Lo fa nel corso di una videochat sul sito del quotidiano La Stampa, rispondendo alle domande dei lettori. Cosa intende per «tendenza culturale» il candidato premier? In realtà, se prese alla lettera, le sue parole sono persino ovvie: nell'arcobaleno, dice, «vivrà la tendenza comunista, quella ecologista, quella femminista; fintanto che non si costruiranno nuove tendenze. Ma ripeto, tendenze culturali e un solo soggetto politico, unitario e plurale». Però a Paolo Ferrero, ministro della solidarietà sociale e leader di una solida area interna, suonano diversamente. D'accordo sul «processo partecipato e democratico di costruzione di una sinistra arcobaleno unitaria e plurale» attraverso «una discussione larga e partecipata». Quanto al Prc «anche per questo terrà il suo congresso nei prossimi mesi». Ma l'affondo è alla fine. Ferrero cita un classico di Marx ed Engels per dire che per quanto lo riguarda «non so immaginare il comunismo come tendenza culturale; l'unico comunismo che conosco è 'il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente'».Le parole di Ferrero provocano a loro volta stupore e irritazione negli ambienti della segreteria del Prc. In fondo il ragionamento di Bertinotti non è una novità, è persino un percorso politico partito almeno dieci anni. Ma il botta e risposta ha tutta l'aria di un posizionamento precongressuale. E infatti batte un colpo anche Claudio Grassi, leader della minoranza interna Essere comunisti, quella più scettica nei confronti del soggetto unitario a sinistra: «Che i comunisti diventino una tendenza culturale dentro la Sinistra arcobaleno è una delle tante idee che sta esprimendo Bertinotti in questa campagna elettorale. Peccato che non se ne sia mai discusso da nessuna parte, per lo meno in Rifondazione comunista», dice. «Anzi, abbiamo sempre sostenuto, tutti, che la costruzione del soggetto unitario e plurale a sinistra va di pari passo con il mantenimento e il rafforzamento di Rifondazione comunista. Questa resta la posizione della grande maggioranza degli iscritti di Rifondazione, che non hanno nessuna intenzione di sciogliersi in un contenitore genericamente di sinistra». Ma non è finita. Le parole di Bertinotti ricevono l'accoglienza non cordialissima di Manuela Palermi, arcobaleno in quota comunisti italiani: «Quel che sarà la nuova formazione lo decideranno assieme, con pari dignità, senza improvvisazioni leaderistiche, i quattro partiti che ne fanno parte», dice. E quanto alla poca voglia di scioglimento, il suo partito notoriamente non è secondo a nessuno. «Il Pdci è il partito che rivendica, per oggi e per domani, la sua identità e la sua pratica comunista. Per questo considero praticabile una Confederazione all'interno della quale i quattro partiti mantengano la loro autonomia in una pratica unitaria». Un dibattito difficile, tanto a ridosso del voto. Certo, subito dopo le elezioni c'è, e Bertinotti lo ripete da mesi, la costruzione di una forza unitaria della sinistra arcobaleno. «Con chi ci sta», dice, che è come mettere in conto qualche possibile defezione. La condizione però è la vittoria elettorale. Battendo innanzitutto il pressing sul «voto utile» con cui da giorni il Pd martella, in direzione dell'elettorato di sinistra. Ieri, il terzo attacco da parte del partitone in quattro giorni. Dopo Walter Veltroni («Bertinotti ha segato Prodi»), Dario Franceschini («Bertinotti come Nader, ha fatto vincere Bush»), questa volta a prendersela con il candidato della sinistra, nella veste di presidente della camera, è stato Romano Prodi. Che si è levato un sassolino dalla scarpa, dei tanti che ne ha da almeno dieci anni. Mastella «ha tradito», ha detto in un retroscena ancora della Stampa. Ma il vero colpevole della caduta dell'ultimo esecutivo è «chi ha minato continuamente l'azione del governo, di chi ha fatto certe dichiarazioni istituzionalmente opinabili...». Poi ha smentito. «Fonti non controllate. Non commento». Ma solo nel pomeriggio avanzato. Troppo tardi per essere credibile.

giovedì 10 aprile 2008

Congresso subito

di Fosco Giannini

del 04/04/2008 su www.lernesto.it

Andiamo all’essenza delle cose.

Abbiamo assistito al fallimento completo del governo Prodi e all’altrettanto completo fallimento – lo diciamo da dirigenti del Partito della Rifondazione Comunista – dell’esperienza del Prc all’interno di tale governo.

Sui temi della pace, del disarmo, della redistribuzione del reddito, dei diritti sociali e civili nulla è stato ottenuto. In compenso, il nostro Partito si è dissanguato, in quell’esperienza di governo ha mutato se stesso, ha compromesso i rapporti con i movimenti e con il movimento operaio complessivo, pagando anche un prezzo notevole sul piano dell’organizzazione e della tenuta interna. Oggi, nei circoli, nelle federazioni, non tira certo un’aria di entusiasmo: piuttosto un’aria dimessa, di smobilitazione, di sconcerto, di disaffezione. Un’aria di sospensione: che cosa abbiamo fatto? Chi siamo? Chi saremo domani?

Al fallimento – che è stato il fallimento dell’esperienza governativa, ma ancor più il fallimento profondo di un’intera linea politica, quella discendente dal Congresso di Venezia - il gruppo dirigente del Prc ha risposto essenzialmente in tre modi: primo, rimuovendo le basi materiali della sconfitta; secondo, accelerando il processo di cancellazione della natura comunista del nostro Partito; terzo, imprimendo un giro di vite antidemocratico interno che non evoca certo i migliori momenti della storia del movimento comunista, né quel partito “antistalinista” e democratico tanto sbandierato dalla “innovazione” bertinottiana.

Per ciò che riguarda le ragioni della sconfitta, il gruppo dirigente del Prc ha assunto buona parte della griglia interpretativa di Prodi: essa troverebbe le sue basi materiali nel tradimento dell’ala moderata dell’Unione (Dini, Mastella…) e nel fatto che i poteri forti si sarebbero scatenati nel momento in cui il governo si stava preparando al “risarcimento sociale”. Vi è poi un punto analitico, espresso inizialmente da Giovanni Russo Spena e poi ripreso da diversi altri, secondo il quale una causa determinante della sconfitta risiederebbe nel fatto che il governo sarebbe stato impermeabile ai movimenti, nel senso che non si sarebbe fatto spingere a sinistra da essi.

Il primo di questi argomenti (il tradimento dell’ala moderata dell’Unione) è un argomento di tipo essenzialmente sovrastrutturale e politicista: la composizione politica (persino ideologica) dell’Unione si conosceva benissimo e si conoscevano bene i suoi limiti programmatici. Furono questi limiti a spingere una vasta minoranza interna al Prc, al Congresso di Venezia, a battersi contro la linea governista scelta in modo aprioristico dalla maggioranza. Pretendere da Dini e Padoa Schioppa – anche nell’ultima fase del governo Prodi - politiche redistributive volte a colpire i profitti premiando i salari sarebbe stato come chiedere a Parisi e Rutelli di portar via le truppe italiane dall’ Afghanistan: contraddizioni in termini.

Per ciò che riguarda il fatto che il governo sarebbe stato fatto cadere dai poteri forti poiché ormai prossimo al cambiamento di marcia e al risarcimento sociale: non c’è un segno concreto, uno che sia uno, a deporre a favore di questa ipotesi. Il governo, prima di cadere, aveva da poco licenziato il nefasto Protocollo del 23 luglio, affossando con esso ogni lotta alla precarietà, e si apprestava a gestire una stagione contrattuale all’insegna della centralità del rilancio dell’impresa e non certo volta ad adeguare stipendi e salari al costo reale della vita. Mentre sul piano internazionale si accingeva a prorogare le guerre internazionali, a rilanciare le spese militari (come dimostrato dall’ attività della Commissione Difesa al Senato successiva alla stessa caduta del governo Prodi) e a riconoscere l’indipendenza del Kosovo.

L’argomento sollevato, a mo’ di prudente autocritica, da una parte del gruppo dirigente del Prc (impermeabilità del governo ai movimenti) è, dal nostro punto di vista, particolarmente debole. Il punto non è che il governo sia stato impermeabile ai movimenti, il punto è che le politiche concrete hanno scavato un solco profondo tra governo e movimenti, sino al punto che ben presto è caduta la non del tutto onesta illusione bertinottiana secondo la quale i movimenti avrebbero spinto a sinistra l’asse governativo.

Ciò che è accaduto è che i movimenti di lotta – da quello di Genova ai metalmeccanici, sino al movimento contro la guerra – si sono trovati nella condizione di essere dall’altra parte della barricata, rispetto al governo Prodi, e non più compagni di strada. La verità è che il gruppo dirigente del Prc ha operato, per ciò che riguarda le cause della sconfitta, una rimozione profonda, ha voluto cioè dimenticare di analizzare la fase generale nella quale è avvenuta l’esperienza governativa. Ha rimosso, in modo idealista, i dati più concreti e strutturali.

L’entrata del Prc al governo è avvenuta in una fase che potremmo seriamente definire come quella della competizione globale.

Siamo di fronte ad una acutizzazione del conflitto politico ed economico, a livello internazionale, tra poli imperialisti e capitalisti, una lotta molto dura per la conquista dei mercati. Le vaste frazioni capitaliste oggi egemoni – anche in Italia - intravedono una sola via per sconfiggere la concorrenza: abbattere il costo delle merci riducendo drasticamente salari, diritti e stato sociale. In quest’ottica esse non contemplano – oggi – nessuna possibilità di compromesso con il mondo del lavoro, nessuna soluzione redistributiva di tipo socialdemocratico. La redistribuzione del reddito non è appesa al ramo della fase come un frutto spontaneamente maturato, che attende solo di essere colto. Quel frutto, semplicemente, non c’è. Il governo Prodi, se intendeva cogliere il frutto della redistribuzione, doveva navigare, rispetto alla fase data, in netta controtendenza (che, fuor di metafora, vuol solo dire fare un po’ male ai padroni).

Non lo ha fatto e, per sua natura, non poteva farlo. Sta qui il punto strutturale più significativo, che ci porta giocoforza alla domanda centrale: vi erano le condizioni oggettive, per i comunisti, per entrare nel governo Prodi? E ancor più: vi erano le condizioni per restarvi? O non era il caso – dopo l’ Afghanistan, dopo Vicenza, dopo lo scudo stellare, dopo il Kosovo, dopo le politiche di destra sulla “sicurezza”, dopo la rinuncia ai diritti civili e rispetto alla volontà ferrea da parte del governo Prodi di ritenere immodificabile il Protocollo del 23 luglio - di ritirare la delegazione del Prc dal governo?

Così, in verità, si doveva fare, da comunisti: rompere, almeno a partire dal voto sul Protocollo, la complicità con un governo incapace di conquistare un’autonomia dalle strategie imperialiste degli USA e della NATO e con politiche economiche ormai essenzialmente liberiste.

Altri dati strutturali sono stati rimossi nell’analisi del Prc sulla fase: i rapporti di forza sociali in Italia, molto sfavorevoli al movimento operaio complessivo, e la generale pulsione neocentrista emanata in area Ue dal costituendo neoimperialismo europeo. Due questioni non da poco. Sulla base materiale di rapporti di forza sociali così sfavorevoli ai lavoratori vi è il rischio, incentrando la battaglia essenzialmente sul terreno istituzionale, di scivolare – più o meno inavvertitamente - nel cretinismo parlamentare, aggravando vieppiù le condizioni di vita dei lavoratori, dei precari, dei pensionati, dei giovani senza lavoro, rafforzando il potere dei padroni.

La profonda pulsione politica e culturale neocentrista che prende forma in tanta parte dell’Ue, dettata dalla forza egemone del capitale economico e finanziario transnazionale e funzionale alla costituzione del neoimperialismo europeo, è ormai ben più che un moto carsico e segna di sé – oltre che le forze più esplicitamente liberiste - gran parte di quelle forze politiche che possono essere ricondotte ad una sorta di centro-sinistra europeo. Le forze moderate del governo Prodi non sono sfuggite a quest’attrazione egemonica e il Prc non ha saputo e non ha più potuto - in virtù della sua nuova natura politica - fare i conti con queste contraddizioni, a partire dalla subordinazione ai vincoli di Maastricht e alla mitologia del risanamento finanziario imposta dalla Banca centrale europea.

Come dovrebbe porsi una forza di classe, anticapitalista, comunista in questa fase di fronte alle contraddizioni aperte dalla competizione globale e di fronte all’attacco del capitale? Non ci sono dubbi: dovrebbe rinunciare, non per massimalismo ma per una analisi concreta della situazione concreta, alle illusioni istituzionaliste e mettersi invece alla testa di un nuovo – e probabilmente non breve – ciclo di lotte sociali, con l’obiettivo primario di mutare i rapporti di forza sociali e spuntare le unghie ai padroni. Vorrebbe dire, innanzitutto, dedicarsi alla costruzione e al rafforzamento del Partito comunista come cuore pulsante ed unitario di un più vasto schieramento di lotta antiliberista, anticapitalista, antimperialista.

Cosa ha invece scelto il gruppo dirigente del Prc dopo il fallimento del governo Prodi? Dopo il proprio fallimento? Ha scelto di velocizzare il processo di superamento dell’autonomia comunista e anticapitalista per immergersi nella costruzione di un nuovo e non meglio identificato “soggetto di sinistra”: La Sinistra - L’Arcobaleno. Un soggetto che nasce come prodotto finale del lungo processo di decomunistizzazione bertinottiana, ma che va prendendo oggi, incentrandosi sulla Sinistra Democratica, la sua forma più compiuta, in senso moderato ed essenzialmente socialdemocratico.

La cancellazione del partito comunista è, insieme, l’esito più funzionale alla fase d’attacco del capitale e quello più deleterio per gli interessi delle classi subordinate. E tale cancellazione ha una sorta di armonia interna: essa rappresenta uno strappo così violento nella storia del movimento operaio italiano che per avverarsi ha bisogno di altrettanta violenza antidemocratica: la cancellazione viene decisa da un gruppo dirigente ristrettissimo che tacita ed emargina completamente ottantamila iscritti al Partito.

Il giro di vite interno al Prc, volto al superamento dell’autonomia comunista, è costituito, a ben riflettere, da una lunga ed incredibile teoria di soprusi: si costituisce La Sinistra - L’Arcobaleno senza una minima discussione nei circoli e nelle federazioni (riprendendo per la verità uno schema verticistico già utilizzato - con gli esiti che sono sotto gli occhi di tutti - per la costruzione della Sinistra Europea e dell’Unione); nello stesso modo si cancellano i nostri simboli: la falce e il martello; si evita ogni minima consultazione nella base del Partito relativa all’esperienza nel governo Prodi; si avvia il tesseramento per il nuovo soggetto politico ( le tessere Arcobaleno stanno arrivando alle Federazioni proprio durante questa campagna elettorale: bel gesto per rafforzare l’animo dei militanti comunisti e spingerli nelle piazze e nei quartieri!); si sospende (sino a quando ?) il Congresso nazionale e si punisce una minoranza interna (quella de l’ernesto) attraverso una inedita quanto vergognosa e pericolosa teorizzazione antidemocratica: vi sarebbero minoranze “dialettiche” che possono essere premiate e minoranze “d’opposizione” (in quanto si oppongono alla liquidazione del Prc ) che possono essere umiliate ed emarginate.

Siamo in campagna elettorale, e i compagni e le compagne de l’ernesto, per il loro Partito e per la sinistra, faranno la loro parte. Poi, questo stato di cose, questa sospensione della democrazia interna, non saranno più tollerabili. Chi vuole cancellare il partito comunista non potrà più raccontare favole: dovrà dirlo. E chi vuole rilanciare l’autonomia comunista dovrà battersi.

Questa ipocrisia sospesa nel vuoto è perniciosa per tutti. Occorre decidere. Dopo le elezioni non si potrà più menare il can per l’aia : occorrerà il Congresso. E se non lo deciderà il gruppo dirigente nazionale dovranno imporlo gli iscritti.

E’ ora di finirla.

La parola alle compagne e ai compagni. Congresso subito!

Ci opporemo a qualunque intenzione di scioglimento di Rifondazione Comunista

di Claudio Grassi
su www.esserecomunisti.it del 08/04/2008

Dichiarazione alla stampa del sen. Claudio Grassi, Coordinatore nazionale Area Essere comunisti (PRC)

Che i comunisti diventino una tendenza culturale dentro la Sinistra Arcobaleno è una delle tante idee che sta esprimendo Bertinotti in questa campagna elettorale.Peccato che non se ne sia mai discusso da nessuna parte, per lo meno in Rifondazione comunista. Anzi, abbiamo sempre sostenuto – tutti – che la costruzione del soggetto unitario e plurale a sinistra va di pari passo con il mantenimento e il rafforzamento di Rifondazione comunista.Questa resta la posizione della grande maggioranza degli iscritti di Rifondazione, che non hanno nessuna intenzione di sciogliersi in un contenitore genericamente di sinistra.In ogni caso, subito dopo le elezioni, si dovrà tenere il congresso e quella sarà la sede per discutere del futuro del Prc. L'area Essere comunisti si batterà contro qualsiasi ipotesi di scioglimento di Rifondazione.

giovedì 13 marzo 2008

PRC. Polemiche sulle liste e candidature.

Sciopero della fame per difendere una tuta blu

di Erika Dellacasa

su Corriere della Sera del 08/03/2008

Il segretario del Prc della Liguria

GENOVA — «Ho iniziato lo sciopero della fame mercoledì perché la Sinistra Arcobaleno non aveva neanche un operaio come testa di lista e continuerò lo sciopero fino alle estreme conseguenze». Così Giacomo Conti segretario ligure di Rifondazione protesta contro la mancata conferma alla Camera di Sergio Olivieri, operaio della Termomeccanica della Spezia. A Conti, che ha lanciato l'appello per far rientrare Olivieri nelle liste, non basta il gesto di Diliberto in favore del lavoratore della Thyssen. «Bene per i Comunisti italiani — dice — ma non posso tollerare che il mio partito non senta la necessità di rivedere certe scelte banditesche. Via gli operai avanti i funzionari. C'è un grave problema di democrazia interna». L'esclusione di Olivieri, poi, fa sì che il Prc non abbia in Liguria neanche un candidato sicuro: «Questa è macelleria politica» accusa Conti. Edoardo Sanguineti, già candidato sindaco di Genova per la sinistra, e don Gallo hanno scritto a Bertinotti chiedendogli una «credibile candidatura» per Olivieri e ricordandogli che «proprio a Genova la questione operaia è emersa in tutta la sua gravità».


Giordano e Ferrero, "lite" sul digiuno del compagno Conti

di GIO. M.

su Il Secolo XIX del 09/03/2008

Il leader di Rifondazione duro contro il segretario ligure: «È indegno ciò che fai». Il ministro: «Toni eccessivi»

GENOVA. La segreteria nazionale di Rifondazione non cambia le liste della Sinistra Arcobaleno in Liguria. Il partito di Bertinotti e Giordano, quindi, non avrà nessun parlamentare eletto tra La Spezia e Imperia. Il tentativo del segretario regionale Giacomo Conti di far cambiare le cose attraverso lo sciopero della fame (oggi al quinto giorno) è quindi fallito.
Anzi, ieri Conti ha dovuto registrare la durissima censura del suo segretario nazionale: «Nel nostro partito il dibattito è libero e il dissenso, anche quello più estremo, è non solo lecito - ha detto Franco Giordano - ma un valore. Ma la delegazione del Prc nella lista della Sinistra Arcobaleno ha rispettato i criteri di rinnovamento posti dal comitato politico nazionale. Si può non essere d'accordo, ma parlare come fa Conti di una "operazione banditesca" messa in atto da una parte della segreteria è non solo falso, in quanto mette in discussione l'unità del gruppo dirigente nazionale, ma anche indegno, perché ne vuole colpire l'onestà politica contermini, questi sì, che andrebbero banditi dal confronto. Riteniamo le espressioni di Conti incompatibili con la cultura politica del partito».
Conti reagisce: «Consiglierei a Giordano di non ascoltare solo le proprie parole, ma anche quelle degli iscritti del territorio. Se qui si pone un problema sulla formazione delle liste, prima di dire che c'è una frattura in Prc, mi chiederei se l'ha fatta il segretario regionale ligure o una segreteriana-zionale che è sorda alle istanze del mondo sociale e dei territori dove si costruisce il progetto della sinistra».
Conti parla di un «problema di democrazia nel partito» e chiede un congresso nazionale subito dopo le elezioni e invita Giordano «a un attivo degli iscritti che può essere convocato già la prossima settimana». Al suo fianco, l'operaio deputato uscente e non più confermato Sergio Olivieri, che cerca di «superare» l'incidente accettando comunque di essere messo in unabrutta posizione di lista: «Ora pensiamo a ottenere il miglior risultato, poi discuteremo». Quindi l'invito a Conti per tornare a cibarsi (ha perso 5 chili). Un appello che arriva da giorni dapiùparti, apartire dal capogruppoin Regione Marco Nesci, dalla sua parte.
L'appello più pesante è comunque firmato dal ministro della Solidarietà Sociale Paolo Ferrerò: «Giacomo è uno splendido compagno e la radicalità con cui sta affrontando il nodo delle candidature operaie è l'espressione della sua passione politica e morale. Lo invito però a porre fine allo sciopero della fame che non è e non può essere lo strumento attraverso cui aprire la discussione politica sulle scelte fatte sulle candidature. E invito tutti (quindi anche Giordano, ndr) ad abbassare i toni della polemica. La discussione su questi nodi dovrà essere fatta dopo le elezioni, ma oggi è il tempo di rimboccarsi le maniche e di impegnarsi nella campagna elettorale».