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sabato 24 maggio 2008

Appello a Rifondazione: «Ricominciamo da noi»

Diliberto al Gazzettino di Venezia
23 maggio 2008

Ripartire dall`unità di due partiti «che dieci anni fa erano insieme»: Rifondazione comunista e i Comunisti italiani. E la proposta del segretario del Pdci, Oliviero Diliberto, dopo la dura sconfitta elettorale che ha dissolto la Sinistra Arcobaleno. Se ne parlerà questa sera a Vicenza nei Chiostri di Santa Corona, che ospiteranno la manifestazione pubblica «Comuniste e comunisti, cominciamo da noi» con Diliberto e Gianluigi Pegolo, della direzione nazionale del Prc, e l`adesione dell`astrofisica Margherita Hack.
Segretario Diliberto, si va verso la riunificazione dei comunisti?
«L`esperimento della Sinistra arcobaleno è fallito, bocciato dagli elettori. Noi raccogliamo l`appello formulato dopo le elezioni da intellettuali e quadri operai che ci chiedevano proprio questo: la riunificazione dei comunisti. Ciò non esclude rapporti unitari anche con altri. Il fatto è che non vedo molti "altri" in circolazione».
Nel Prc c`è chi preme per riprendere il dialogo con il Pd...
«Il problema è che i comunisti, tutti i comunisti, sono stati esclusi dal Parlamento e che la responsabilità della debacle grava in larga parte sul Pd e sul suo attuale gruppo dirigente. Mi pare difficile poter riprendere il discorso con questi interlocutori. So bene che c`è una dialettica all`interno del Pd e non sono insensibile ai richiami di chi, nel Pd, vorrebbe ricominciare a parlare con noi. Ma non mi sembra il caso di presentarsi da Veltroni con il cappello in mano».
Non teme un accordo tra Pdl e Pd per mettere uno sbarramento al 5 per cento nella legge elettorale per le europee?
«Fino a due anni fa non soltanto la sinistra radicale unita ma anche i due partiti comunisti da soli, con tre milioni di voti, avrebbero superato agevolmente questa soglia. A maggior ragione, ora, urge un processo di riunificazione che potrebbe suscitare di nuovo entusiasmo e passione tra chi è rimasto deluso. In ogni caso, facciano attenzione Pdl e Pd alle soglie di sbarramento, ci pensino bene prima di trasformare una sinistra democratica già extraparlamentare in sinistra extraistituzionale».
Perché avete scelto Vicenza, dove i comunisti a occhio e croce non sono moltissimi?
«È un luogo simbolico, per l`allargamento della base americana. Ci ricorda uno dei più gravi errori del governo Prodi: non aver ripensato a quel sì, dopo la grande manifestazione contro il raddoppio».

giovedì 1 maggio 2008

L’effetto negativo di questa sconfitta si ripercuote anche su tutte e tutti coloro che l’avevano presentita e annunciata

di Giorgio Cremaschi (Coordinatore Rete 28 aprile della Cgil)
su contropiano.org del 24/04/08

Il 24 aprile si riunisce il Gruppo nazionale di continuità della Rete per discutere della situazione sindacale dopo le elezioni e dell’iniziativa della Rete.

Le reazioni della Confindustria al voto, la campagna contro la casta sindacale, sono il segnale che il 13 e 14 aprile non c’è stata solo la sconfitta del governo Prodi e della sinistra, ma anche quella del sindacato confederale. Naturalmente questo fatto verrà negato in tutti i modi, non solo da Cisl e Uil, che in fondo possono vantare una coerenza di comportamenti moderati rispetto a Prodi e Berlusconi. Ma anche dalla Cgil, che ha investito tutto, nel proprio ultimo congresso, sul patto di legislatura con il governo Prodi e ora si trova senza patto e in un’altra legislatura dominata dalla destra.

Diciamo subito che è per questa ragione, perché è stato il gruppo dirigente stesso della Cgil a investire due anni fa l’azione sindacale nel rapporto con il governo, che è indispensabile un congresso che democraticamente verifichi il fallimento di una linea sindacale e ponga l’alternativa o le alternative ad essa. E’ chiaro che cosa è in campo. La riduzione del peso del contratto nazionale fino alla sua progressiva scomparsa. E’ singolare che proprio in questi giorni l’Istat scopra le differenze di prezzi tra Nord e Sud e, in perfetta sintonia, rappresentanti del centrosinistra e della Lega Nord parlino di gabbie salariali. Un po’ più a sinistra quelli della Lega, che parlano anche di rilancio di una forma di scala mobile.

Montezemolo rilancia gli accordi separati, anche per acquisire prestigio di fronte alla nuova maggioranza e per coprire i problemi della Fiat. Intanto l’effetto valanga del voto, come sempre avviene in questi casi, fa scoprire ai grandi giornali la crisi del sindacato, la burocrazia e la casta dei sindacalisti.

E’ chiaro che in questo quadro si prepara un nuovo Patto per l’Italia, con l’obiettivo esplicito che questa volta anche la Cgil sottoscriva l’intesa. Gli accordi degli ultimi due anni aprono la via a un’intesa quadro nella quale si flessibilizza definitivamente il salario e le condizioni di lavoro sono sottoposte allo scambio salario-produttività.

La Cgil in questi ultimi anni si è troppo esposta su un terreno moderato, per poter tranquillamente tornare a un ruolo di opposizione sociale e di riferimento culturale e politico per chi contrasta la svolta a destra del paese. Il richiamo al sindacato a fare solo il suo mestiere, in questo contesto, cambia di segno e diventa la regressione verso il corporativismo e l’aziendalismo, il passaggio dalla logica del governo amico a quella per cui tutti i governi sono potenzialmente amici.

Il problema fondamentale è che l’effetto negativo di questa sconfitta si ripercuote anche su tutte e tutti coloro che l’avevano presentita e, invano, annunciata. Quello che è avvenuto era stato già annunciato dai fischi a Mirafiori, il 7 dicembre 2006. Abbiamo urlato in tutte le direzioni dove si andava, non siamo stati ascoltati e ora, paradossalmente, chi ha ignorato tutti questi segnali e avvisi, si prepara a far finta di niente.

Nell’assemblea della Rete28Aprile del 14 marzo avevamo lanciato la proposta della costruzione di un’opposizione nella Cgil, come parte dell’opposizione all’attacco ai diritti alla contrattazione al salario. Come parte della lotta per cambiare le condizioni di lavoro. Questa linea è oggi ancora più necessaria e pone sulle spalle della piccola struttura della Rete, che ha conquistato grande credibilità per aver detto le cose giuste al momento giusto, enormi responsabilità.

Per questo, mentre ci prepariamo a chiedere con determinazione il congresso anticipato della Cgil, dobbiamo organizzare, come avevamo previsto nell’assemblea di Milano, il percorso della Rete teso ad organizzare l’opposizione che, a questo punto con maggiore chiarezza, non sarà solo rispetto agli slittamenti moderati del sindacato, ma anche alle politiche economiche e sociali che si preparano con il governo Berlusconi e con l’offensiva della Confindustria contro la contrattazione sindacale. Nel costruire questa opposizione, però, non intendiamo schierarci a difesa del sindacato così com’è. I giornali che oggi parlano di casta sindacale, quasi tutti vicini al centrosinistra, lo fanno con l’intento di costringere il sindacato a un passo indietro proprio sul terreno della contrattazione e della difesa dei diritti. In un certo senso ciò che si propone a Cgil, Cisl, Uil è un ulteriore scambio: rinunciare definitivamente a una contrattazione conflittuale, in cambio del mantenimento dei Caaf, dei distacchi, delle quote riservate, dei finanziamenti indiretti. Per questo dobbiamo raccogliere la sfida sul terreno della democrazia sindacale e svelare il segno sociale dell’operazione. Chi oggi aggredisce dalle colonne del Corriere della Sera o di Repubblica la casta sindacale, non lo fa perché improvvisamente è colpito dall’esigenza di democrazia e rinnovamento dei grandi sindacati, ma perché vuole ridimensionare in senso liberista contratti e diritti, compreso quello di sciopero. Non dobbiamo però dimenticare che la burocratizzazione dei sindacati, il loro distacco dalla realtà di tante condizioni del lavoro è un fatto reale e, pertanto, la risposta a questa offensiva sta nel rilanciare, accanto alla difesa dei diritti dei lavoratori, la necessità di una vera riforma democratica del sindacato.

Su tutti questi temi intendiamo avviare il percorso della Rete nelle prossime settimane, con l’organizzazione della Rete28Aprile, così come avevamo deciso, in maniera formale e visibile nei territori e nelle categorie. Vogliamo quindi proporre un percorso nel quale Rete28Aprile si presenta a tutti coloro che vogliono organizzare l’opposizione, la difesa dei diritti, la democrazia sindacale. Occorre quindi uno straordinario sforzo politico e organizzativo perché nei prossimi mesi in tutte le principali categorie, in tutte le province, sia visibile e presente la voce e la proposta della Rete28Aprile.

Ripartire da noi comunisti

Relazione di Diliberto alla Direzione del Pdci del 18 aprile 2008
su La Rinascita della sinistra del 24/04/08

Voglio iniziare senza ipocrisie. Quando c'è una sconfitta e quando c'è una sconfitta di queste proporzioni trovo assolutamente necessario che colui che ha guidato il partito, il sottoscritto, chieda al gruppo dirigente fondamentale, cioè la Direzione del partito, se ritiene utile che io continui a fare il segretario

Lo dico nel modo più diretto possibile perché è giusto che sia così. In un momento del genere vi assicuro che tirare la carretta è complicato. E credo di avere dimostrato, anche alla vigilia di questa campagna elettorale, di essere - forse tra i non molti - sicuramente non attaccato alla poltrona, visto che avevo deciso di lasciare il Parlamento. Per cui con assoluta serenità e laicità nella discussione, se ci sarà un giudizio negativo da parte dei compagni su quello che io dirò, su quello che abbiamo fatto e su quello che faremo, la proposta politica insomma – che alla fine ovviamente voteremo – , posso garantire sin d'ora, e sapete che è la verità, che io continuerò a fare semplicemente, e con immutato orgoglio il militante di questo partito e nulla di più. Se invece i compagni riterranno utile che io continui a svolgere il ruolo di segretario, lo farò, e lo farò con rinnovata passione, anche se, come è del tutto evidente, in una situazione molto più complicata di prima. C'è però una cosa che io mi chiedo e chiedo a tutti, qualunque sia la scelta: il rispetto delle persone, che viene prima della politica. Anche la critica politica, la più feroce, deve tener conto del rispetto tra i compagni, senza il quale è la barbarie. E purtroppo abbiamo assistito, in questi ultimi periodi, da parte di alcuni, ad una preoccupante degenerazione in tal senso. Piccoli, isolati, marginali episodi. Ma che vanno stroncati prima che la degenerazione si diffonda.

L'esito di queste elezioni come è chiaro a tutti è disastroso. E' disastroso complessivamente, al di là della sinistra. E' disastroso perché il Parlamento che è stato eletto è il più a destra della storia della Repubblica italiana. Berlusconi ha la più grande maggioranza da quando è sceso in politica - altro che pareggio, ha 40 senatori in più. La Lega è vertiginosamente aumentata - sembrava finita - anzi sta sfondando anche nelle regioni ex, molto ex, “rosse”. Il Partito democratico non è aumentato affatto rispetto alle sue previsioni, è al di sotto della soglia del 35% che era stata prefigurata come la soglia di una accettabile, ancorché modesta, vittoria. La sua vocazione sarebbe dovuta essere quella di contendere i voti ai moderati, invece non ne ha preso neanche uno. Il risultato delle scelte di Veltroni è che Berlusconi governerà 5 anni - questa è la previsione più facile - e rischia – drammaticamente - di governare anche dopo, se non si inverte la rotta. C'è una sola cosa che è riuscita al Partito democratico ed è stata “schiantare la sinistra”. Certo, anche per colpa della sinistra medesima (come dirò tra breve), ma la campagna mediatica micidiale sul voto utile, sulla bipolarizzazione “Berlusconi contro Veltroni”, Berlusconi che invitava a votare per sé o altrimenti per Veltroni e viceversa, la logica di un bipartitismo sempre più americanizzato che prevede l'alternanza tra simili e non una vera e propria alternanza come c'è in paesi anche europei, tutto ciò ha portato a ché gran parte dei voti della sinistra – sono quantificati dai flussi intorno al 55% - siano stati sottratti alla lista della Sinistra Arcobaleno per andare verso il Partito democratico.

Tuttavia la disfatta della sinistra, evidentemente, non può essere spiegata solo con questa pur importantissima circostanza. Perché io credo che ci siano stati un combinato disposto di diversi fattori. Il primo è l'astensione di sinistra: la delusione della pratica del Governo Prodi, 2 anni di aspettative eluse che hanno portato ceti popolari e lavoratori a non andare a votare. Penso alla grande manifestazione di ottobre e al fato che dopo è bastato Dini a renderci del tutto ininfluenti. Poi c'è stato il fenomeno dell'aumento di Di Pietro, secondo me corroborato da voti di sinistra. Gente che non voleva votare Partito democratico ma voleva concorrere alla vittoria possibile, potenziale, contro Berlusconi, gente che ha votato la coalizione di Veltroni. ma votando per Di Pietro. Ancora una volta, dunque, voto utile. Poi, ancora, c'è la faccenda clamorosa del simbolo. Aver voluto, pervicacemente e scelleratamente, togliere il simbolo più forte, più riconoscibile, più tradizionale, cioè la falce e il martello è stato un errore micidiale. Non certo di questo partito. Ad un giornalista che nei giorni scorsi mi ha detto «ma non è anacronistico insistere con il simbolo?», io ho risposto «guardate che 2 anni fa, mica un secolo fa, nel 2006, in Italia le due falce e martello presenti hanno preso 3 milioni e 800mila voti. L'Arcobaleno ne ha preso 1 milione e mezzo, quindi evidentemente è anacronistico l'Arcobaleno, non la falce e martello». Noi abbiamo cercato – come i compagni sanno – di spiegarlo disperatamente ai nostri alleati, ma in quella coalizione, ormai largamente defunta, perché sono stati gli italiani a stabilirlo, c'era un'egemonia culturale sostanzialmente a-comunista.

A tutto questo si deve aggiungere che non ci ha giovato la presenza di alcuni dei nostri alleati e che è stata sbagliata la campagna elettorale da parte del candidato leader. Non apparteniamo alla schiera degli sciacalli che si accaniscono contro chi ha perso: anzi, ringraziamo Bertinotti per essersi speso in campagna elettorale. La critica è tutta e solo politica. Noi siamo stati, infatti, gli unici che nelle settimane prima del voto hanno attaccato il Pd. Ma siamo stati totalmente oscurati durante la campagna elettorale. Al contrario c'è stato un assoluto predominio da parte di Bertinotti che da parte sua non diceva nulla contro il Pd, quasi come prefigurasse un patto successivo. Errori che si sono susseguiti l'uno all'altro sino ad alcuni clamorosi infortuni che certo non hanno aiutato, non hanno spronato i comunisti ad andare a votare: l'ultimo dei quali a tre giorni dal voto dichiarare che il comunismo sarebbe rimasto una “tendenza culturale” nel nuovo soggetto.

Detto tutto questo, ognuna di queste concause ha contribuito, tuttavia avverto un problema di fondo: è venuto meno l'insediamento sociale della sinistra. Se di colpo si possono spostare milioni di voti da una parte all'altra, vuol dire che quei voti erano semplici voti di opinione. Per carità i voti di opinione sono sempre esistiti e il Pci largamente ne fruiva, ma c'era in quel caso, anche e largamente, una base sociale di insediamento forte che garantiva un radicamento indipendente dall'opinione, che naturalmente poteva cambiare, aumentare e spostarsi. Insomma c'era un radicamento che oggi non c'è più. E appunto oggi occorre proprio ripartire dal radicamento e dall'insediamento sociale.

Rispetto a tutto ciò una domanda viene spontanea: si sarebbe potuto fare diversamente? Sarebbe stato meglio, o meno peggio, scegliere di andare da soli? Questa è la domanda a cui dobbiamo rispondere. Dove siamo andati da soli, nelle comunali, non è andata bene. E se in luoghi dove noi abbiamo un insediamento vero, prendiamo il due per cento, nazionalmente quanto avremmo preso? La controprova su quanto avremmo potuto prendere se fossimo andati da soli alle politiche non ci sarà mai, ma alcuni elementi per ragionare ci sono. Il rischio quale sarebbe stato? Temo che avremmo avuto un consenso del tutto residuale come è capitato allo Sdi, cioè sotto all'uno per cento. Un disastro. Saremo stati vittime del doppio voto utile, verso il Pd e verso l'Arcobaleno. E se, avendo fatto la scelta di andare da soli, fossimo qui a commentare un dato del genere, allora sì che non ci resterebbe che la consegna al tribunale fallimentare dei libri contabili di questo partito. Credo di non aver sottovalutato affatto la disfatta, né di aver sottovalutato gli errori, ma nella disfatta noi oggi possiamo riprovare a ripartire, gli altri forse no.

Il nostro Partito complessivamente rispetto agli altri partner dell'alleanza è quello che ne esce meglio. Tutti i commentatori dicono che il Pdci tiene. Ed è vero. Ora però proviamo a ricominciare. La voglio dire con un titolo: “un nuovo inizio”. Ma voglio essere sincero, sarà una lunghissima traversata nel deserto. Una difficilissima traversata nel deserto. L'Arcobaleno è finito, è del tutto evidente. Quel che resta? Una bizzarra riunione promossa a Firenze dal professor Ginsborg, orfano del professor Pardi, che in cambio di un seggio in Parlamento ha mollato tutti, dai girotondi a Grillo... Tutti. A dimostrazione che la società civile può essere di gran lunga peggio della società politica. L'Arcobaleno non c'è più: i Verdi veleggiano verso il Pd, o ne rimane una piccola enclave autonoma, che probabilmente sta cercando collocazione in un nuovo soggetto che però non c'è nel panorama politico e rischia di non esserci neppure in futuro; Sinistra democratica si è liquefatta, Alfiero Grandi ha dichiarato che guardano ad una nuova alleanza con i socialisti residui, che come noto hanno preso lo 0,9 per cento e con la sinistra del Partito democratico; Rifondazione è nella estrema difficoltà e lacerazione che tutti quanti stiamo vedendo.

Ed allora che fare? E’ apparso ieri su molti giornali un appello – rivolto anche a noi Pdci – di pezzi di movimenti di lotta, i NoTav, i No dal Molin, il comitato sardo “Gettiamo le basi”, quelli contro il ponte di Messina, pezzi di movimenti veri, rappresentanze di luoghi dei lavoro e illustri esponenti dell’intellettualità comunista. Questo appello chiede che per ricostruire la sinistra si inizi da noi comunisti. Rivolge l'appello a noi, a Rifondazione e a tutti i comunisti e le comuniste, comunque collocati in Italia. Ma chiede innanzitutto l'unità fra i due partiti comunisti, ossia fra le due cose che ci sono. Quello che è rimasto in campo dopo lo tsunami. Noi e loro, e tutto l'arcipelago variegato di compagni e compagne che magari hanno lasciato il Pdci e Rifondazione o che non ci sono mai stati e che comunque si riconoscono in un progetto di trasformazione della società in senso socialista. In parole semplici, si chiede l'unità di quello che è rimasto della sinistra. Bene, a questo nuovo inizio, e cioè concorrere, mettere a disposizione il Pdci, per un progetto più grande di costruzione di un Partito comunista in Italia, a questo appello noi, la segreteria del Partito ha risposto di sì. Ora attenderemo la risposta di Rifondazione comunista.

Ma sul Prc vorrei spendere qualche parola. Il disastro viene da lontano: nel 1996, dodici anni fa, non un secolo, Rifondazione aveva l'8,6 per cento dei voti, e nel primo anno di governo Prodi i sondaggi le attribuivano percentuali tutte al di sopra delle due cifre. Chi c'era si ricorda. Successivamente, il gruppo dirigente di Rifondazione decide di far cadere Prodi, immaginando una fuoriuscita da sinistra, le trentacinque ore..., cade Prodi, c'è la nostra scissione, e nell'99 Rifondazione prende il 4% alle europee e noi il 2 per cento. Si sono persi, anche solo considerando i consensi presi due anni prima, il 2,5% di voti. Uomini e donne che non sono venuti né da noi, né da loro. Poi nel 2001 il Prc non fa l'accordo con il centrosinistra, consegnando a Berlusconi di nuovo il governo – se al Senato ci fosse stato l'accordo si pareggiava – infine nel 2006 pur partendo da una posizione che sino a pochi anni prima diceva «per me centrodestra e centrosinistra pari sono», il Prc sigla l'accordo più “unitario” e arrendevole, Bertinotti va a fare il presidente della Camera, una scelta istituzionale che riduce gli spazzi di battaglia politica anche dentro il Parlamento, e nel 2008, infine, siamo in questa condizione. Beh io credo che noi dovremmo provare a ritornare al '96. Non ci riusciremo in toto, sia ben chiaro, però proviamo a ripartire da lì. Da qualche parte, infatti, il bandolo dobbiamo provare a riprenderlo. L'Appello è rivolto a noi, a tutti i compagni e le compagne di Rifondazione comunista, a tutti. Non è un appello rivolto semplicemente alle minoranze del Prc. Anche se non si può escludere che alla fine lo raccolgano solo le minoranze stesse, e tuttavia la discussione interna a Rifondazione non è ininfluente rispetto a questo progetto. Anzi. Ho l'impressione nettissima che sia in atto, tanto più dopo questo risultato, una operazione politica che mira ad aggregare una sorta di forza cuscinetto, chiamiamola così di “sinistra buona”, magari guidata da Vendola, come auspica Francesco Merlo su La Repubblica, dove possano confluire i reduci dell'Arcobaleno che non vogliono il progetto comunista. Ho l’impressione che Bertinotti stia lavorando a questo. A noi non ci vogliono. Questo agglomerato cuscinetto, come io lo ho definito, nel breve periodo andrà a fare la sinistra del Pd. Cosa resta? Restiamo noi. Noi e coloro che dentro Rifondazione rifiuteranno questa deriva, più tanti che fuori dai due partiti esistenti ancora si sentono comunisti. Vedremo il dibattito che si svolgerà entro al Prc, però spero solo una cosa, che la scelta che faranno sia non equivoca. E cioè che non ci sia ancora una scelta in mezzo al guado. Sarà il congresso naturalmente a sciogliere questo eventuale equivoco, tuttavia dentro Rifondazione ci sono forze sicuramente disponibili e noi dobbiamo con chi ci sta provare a ricominciare. Ovviamente, ripeto, rivolgendoci potenzialmente a tutti.

Giusto a questo punto domandarsi con che caratteristiche dovrebbe nascere questo nuovo soggetto. Intanto fuori dal Parlamento. Non è una scelta, non abbiamo deciso di diventare un partito extra parlamentare, ci hanno cacciato dal parlamento gli elettori con il loro voto e Veltroni che non ha voluto l'apparentamento. Questa nostra non è quindi una vocazione extraparlamentare, come è evidente: è una condizione. Io non sono di quelli che pensano che anche la sconfitta può avere lati buoni, una sconfitta è una sconfitta, tuttavia proviamo dalla sconfitta a trarre qualche insegnamento e ripartiamo dall'opposizione. Ripartiamo dal conflitto sociale. Ho programmato per questa settimana due incontri con i lavoratori nelle fabbriche, uno a Bari e uno a Milano alla Magneti Marelli. Dobbiamo ricominciare da li, e dobbiamo dislocare i dirigenti di partito nei territori. E' il tentativo di ricostruire un insediamento sociale e ci vorrà lo sforzo di una intera generazione. Ci vorrà un sacco di tempo compagni, tanto tempo.

Non vedremo noi i risultati del nostro lavoro. Però questa lunga attraversata nel deserto dobbiamo pur incominciarla, e dobbiamo almeno sapere in quale direzione andare. Se sbagliamo, infatti, nel deserto ci si perde irreparabilmente. L'altro aspetto è quello della diversità. Che abbiamo praticato poco. Vedete, quando io ho scelto di non stare in Parlamento l'ho deciso solitariamente, senza convocare organismi, e l'ho fatto per più di un motivo. Innanzitutto, per mettere fine alla polemica sull'operaio escluso. Però c'era anche un altro aspetto: ancorché meno che in passato – nel 2006 abbiamo perso mezza segreteria nazionale alle elezioni sulle candidature – tuttavia quando c'è la fase delle candidature si scatenano i peggiori istinti, anche dentro i partiti comunisti più “puri e duri”. Io ho fatto una scelta che nelle intenzioni, non so negli esiti, era anche e soprattutto pedagogica: se può stare fuori dalle istituzioni il segretario nazionale del partito, può stare chiunque fuori dalle istituzioni. Ne sono convinto: si può fare politica anche fuori dal Parlamento. La diversità riguarda tuttavia anche un altro aspetto. Siccome andiamo incontro ad una fase di grande ristrettezza economica, non vi saranno più i soldi che entravano dai gruppi parlamentari e dai parlamentari medesimi - una bella cifra vi assicuro – e dunque dovremmo chiedere a tutti i compagni e le compagne che sono rimasti nelle istituzioni, a tutti i livelli, di darsi una regolata diversa da quella che fin qui è stata tenuta. Ovvero di autogestione dei propri emolumenti. Con delle regole che decideremo tutti insieme, non saranno regole imposte, ma regole che una volta prese dovranno valere per tutti.

Per attuare tutte queste cose è evidentemente necessario un congresso, perché cambia la strategia. Perché mettiamo a disposizione di questo processo il partito. E il congresso io credo che lo dobbiamo fare subito. Propongo perciò che si svolga parallelamente a quello di Rifondazione comunista, cioè entro l'estate. Attueremo così una interlocuzione, ma al contempo incalzeremo Rifondazione. E quindi propongo che venga convocato il Comitato centrale entro 15 giorni affinché quell’organismo indìca il congresso. Lì discuteremo di come impostarlo e le regole. Sono per dare una accelerazione.

Quello che vi propongo è difficilissimo. Estenuante. Dagli esiti tutt’altro che scontati. E' un percorso che ho definito “la traversata del deserto”. Ma può anche essere entusiasmante, riaccendere passioni, avvicinare giovani generazioni. Voglio tuttavia dirvi che, qualunque sarà il mio ruolo, voglio provarci con assoluta determinazione. Perché io mi sento certamente sconfitto. Ma non mi sono arreso.

Dall’Appello ai Comunisti al “Che Fare”

di Marco Rizzo
su La Rinascita della sinistra del 1/5/08

L’unica nota positiva dopo il disastro dell’Arcobaleno è l’importante appello per l’unità dei comunisti. E’ positivo perché va incontro all’esigenza di un confronto rapido e necessariamente pubblico tra le realtà della sinistra anticapitalista in Italia. L’appello sarà ancor più efficace se invece di ripiegarsi su una pura sacrosanta ricerca di identità cercherà di costruire una controtendenza organizzata e coerente, senza sottrarsi in alcun modo a rivedere le contraddizioni accumulate e non risolte in questi ultimi vent’anni.

Partiamo da una semplice domanda: perché i lavoratori e gli strati più deboli della popolazione non votano più a sinistra? Addirittura sempre più spesso si sono sentiti di dare alla destra questa loro rappresentanza.

Alla fine degli anni ’60 gli operai arrabbiati per una sinistra forte ma tiepida verso di loro e per un sindacato presente ma non sufficientemente battagliero obbligarono entrambi a diventare decisamente più combattivi. Arrivò infatti la stagione dell”autunno caldo” e del “potere operaio”.

Oggi invece tra la “nostra gente” l’amarezza è tale che interi settori di proletariato si sentono “perduti” e si aggrappano non a possibili soluzioni del loro profondo e crescente disagio economico, ma a disvalori e stili di vita che li “consolano” artificialmente: identità territoriale, sicurezza, demonizzazione del diverso.

In questi ultimi due anni di governo Prodi questo processo si è moltiplicato indefinitivamente, deteminando poi le premesse del disastro. Mentre gli altri lavoratori, i precari, i pacifisti, i giovani di Genova, le popolazioni della Val di Susa e di Vicenza si sono sentiti traditi ed abbandonati.

Eppure di segnali ne erano arrivati! I fischi indirizzati ai sindacalisti alla Fiat Mirafiori erano infatti il sintomo di una classe operaia che non si sentiva più rappresentatala da una sinistra che “tanto diceva e che nulla faceva”. Nel migliore dei casi erano “strilli” sulle agenzie stampa subito sedati dalle “rassicuranti” interviste in cui si ricordava che “mai si farà cadere il governo”.

Ricordate quel 9 giugno dell’anno scorso, quando i quartieri generali della “sinistra radicale”si ritrovarono a Roma in una Piazza del Popolo deserta, soli mentre il loro popolo, in oltre centomila persone, aveva giustamente scelto di manifestare contro Bush, al di là delle indicazioni di un ceto politico poco credibile e subalterno alle compatibilità del “governismo”?

E poi ancora l’ultimo grande segnale dato dalla manifestazione del 20 ottobre: un milione in piazza per chiedere ai due partiti comunisti al governo di dimostrare la loro identità, commisurandola alla loro “utilità sociale” nella battaglia contro il pessimo protocollo su pensioni e welfare.

Ed anche lì nessuna comprensione di cosa stava accadendo, poi ancora la miopia sull’abolizione della “falce e martello” ed infine è arrivato lo tzunami.

Ora si riparte da quell’appello unitario, ma, per favore, non facciamo più errori!

Lo spazio è breve, ma alcune verità si possono ricordare in poche righe: siamo stati vittime del “voto utile”? In parte certo, anche perché notandosi poco la differenza tra PD e Arcobaleno, molti hanno votato l’originale (tanto più con premio di maggioranza) e non la fotocopia. Però anche l’UDC era minacciata dal voto utile e invece ha preso addirittura più voti. E allora? Certo molti altri compagni non hanno votato o hanno scelto il PCL o Sinistra Critica, ma appunto quando si perde in tutte le direzioni il problema sta nella totale assenza di credibilità sia del progetto che dei gruppi dirigenti che lo hanno “coltivato”.

Per evitare quindi ulteriori fughe verso un vicolo definitivamente “cieco”, ricordiamo con “buon senso” che l’Arcobaleno non era l’unica scelta possibile e mettiamo davvero in campo tutte le nostre energie per ripartire con una opzione realmente anticapitalista contro l’americanizzazione della politica, riconoscendo quindi la necessità di essere totalmente alternativi al PD.

L’Unità dei Comunisti poi si potrà fare ma senza steccati, facendo tutti un passo indietro e attivando da subito una severa riflessione sui progetti, sulle culture e sui comportamenti dei gruppi dirigenti che hanno partorito questo disastro, che arriva purtroppo da lontano.

lunedì 28 aprile 2008

Ambigua la proposta di Ferrero Meglio un congresso a mozioni

Intervista a Gian Luigi Pegolo di Romina Velchi
su Liberazione del 28/04/2008


Gian Luigi Pegolo, deputato uscente ed esponente dell'area dell'Ernesto, fa parte del comitato di gestione votato all'ultimo Comitato politico del Prc. Con la sua componente, guidata da Fosco Giannini, non ha appoggiato il documento Ferrero-Grassi, perché lo considera «ambiguo» e perché «ho l'impressione che, in realtà, siano in gioco schieramenti che si propongono il controllo del partito, ma sostanzialmente senza modificare radicalmente la linea che ha portato al disastro». Quali sono state secondo te le cause della sconfitta elettorale?Certamente la partecipazione ad un governo che ha dato una prova così deludente e il voto utile. Ma questo non basta a spiegare un disastro di queste proporzioni. Non si può mettere tra parentesi il dato politico essenziale. E cioè che è fallita la proposta politica della Sinistra arcobaleno. Per altro, Bertinotti in campagna elettorale aveva chiesto il voto proprio per la costruzione del nuovo soggetto. Gli elettori hanno dato una risposta inequivocabile.E voi cosa proponete?Secondo me ci sono in campo due proposte alternative. L'una, quella di Giordano e Bertinotti, che lavora alla costruzione di un partito unico della sinistra; una strada che porta alla sparizione di Rifondazione comunista e alla costruzione di un soggetto politico che finirà inevitabilmente assorbito nel Pd. L'altra, la nostra, che vuole riprendere la missione originaria di Rifondazione comunista, e cioè dare vita ad un grande partito comunista rifondato, nel quadro di un rapporto a sinistra fondato su un'unità d'azione. All'ultimo Cpn, voi avete presentato un vostro documento. Perché?Resto dell'opinione che le due posizioni, quella di Giordano e quella di Ferrero, non siano effettivamente alternative. In questo senso vorrei capire quale sia l'effettiva posizione di quei compagni che hanno sottoscritto il documento di Ferrero. Il quale, nell'intervista al Manifesto , propone solo una diversa declinazione dell'Arcobaleno sotto forma di patto federativo: una formula ambigua. Se questa è la proposta, essa è destinata ad essere superata dai fatti; non tiene conto del risultato elettorale e dello sfaldamento in corso dell'Arcobaleno. Insomma, è una proposta intermedia che non reggerà la prova, non resisterà agli eventi. O rifluirà nella costruzione del nuovo soggetto di Bertinotti; o confluirà verso la nostra posizione. Ma Ferrero ha spiegato che non si trattava di documenti congressuali.L'ho capito. Però chiedo: qual è la base politica? La proposta di Ferrero, ripeto, è quella di un patto federativo. Conoscendo le posizioni delle altre componenti, non capisco come possano convergere su una proposta che, di fatto, lascia in piedi l'Arcobaleno. Tu credi, invece, che ci siano le basi per la costruzione di una sinistra comunista?Mi pare che tutto quello che è successo non sia il prodotto dell'insufficienza dell'opzione comunista, ma semmai della volontà di abbandonarla. Negli ultimi dieci anni, Rifondazione, sotto la guida di Bertinotti, ha subito una deriva politica e culturale, tesa a rimuovere le ragioni del comunismo, e scontato scelte che si sono rivelate sbagliate. Come, per esempio, durante la stagione movimentista, l'aver ridotto la questione del mondo del lavoro a mera componente; oppure, ancora, la scelta governista del congresso di Venezia. Nonostante la montagna di macerie che ci ha sommerso, continuo a ritenere che la maggior parte dell'elettore di sinistra si riconosca nei partiti comunisti. Una parte essenziale della domanda sociale può ancora essere raccolta attorno a posizioni esplicitamente anticapitaliste. Per altro, la possibilità della costruzione di un partito comunista e di una sinistra anticapitalista si è resa evidente con la manifestazione del 20 ottobre. E' stato un errore non averlo compreso.E non credi che esista anche l'esigenza di dare una risposta alla domanda venuta, per esempio, dall'assemblea di Firenze?Che esista la necessità di ricostruire la sinistra in Italia è evidente, specie dopo la sconfitta elettorale. Ma è un'illusione pensare di poterlo fare aggregando culture politiche esistenti per costruirne una ex novo. E' l'errore tragico che ha portato allo scioglimento del Pci e, più recentemente, all'insuccesso della sinistra europea. Sono esperimenti che conducono, alla fine, o al nulla di fatto o al riflusso nel più avvilente politicismo. Congresso a tesi (come chiedono Ferrero e Grassi) o congresso a mozioni contrapposte?Quella del congresso a tesi la considero una proposta incomprensibile. Dopo un simile disastro elettorale e le lacerazioni interne all'ultimo Comitato politico, non mi pare esistano basi unitarie minime che giustifichino un congresso a tesi. A meno che non si tenti di costruire le condizioni per realizzare, dopo il congresso, un patto tra le due ex maggioranze. Sarebbe l'ennesimo pateracchio. Quindi?Vogliamo un confronto chiaro, senza ambiguità. Per questo il congresso deve essere a mozioni contrapposte. Però, intanto, mentre il Prc si dilania, succedono cose: presto si insedierà un governo di destra; avanza il populismo/qualunquismo di Grillo e la sinistra è fuori dal parlamento...Dobbiamo prendere atto che ci attende un ruolo di opposizione per anni. Dovremo usare tutta la nostra energia per contrastare il governo di centrodestra, cominciando, per esempio, con il sostenere ai ballottaggi i candidati di centrosinistra. In secondo luogo, ci dobbiamo ricollocare nel conflitto sociale. Il che significa: ostacolare i tentativi di Confindustria di ridurre gli spazi di contrattazione nazionale; affrontare il tema delle pensioni e dei salari, che non avuto alcuna risposta dal governo Prodi; arginare il tentativo antidemocratico ben evidente nelle misure sulla sicurezza e nelle manovre per correggere in senso presidenzialista l'impianto costituzionale. Senza rappresentanza istituzionale, sembra una missione impossibile.E' un lavoro enorme, certo, anche perché l'opposizione del Pd non sarà adeguata. Inoltre, l'agenda è sterminata per quanto riguarda i temi per una possibile iniziativa politica. Io vedo due esigenze prima di tutto: la prima quella di sostenere le forze sindacali che si battono per l'autonomia contro le derive concertative; la seconda quella che vede il Prc riposizionarsi sui territori proponendo alle forze della sinistra iniziative comuni contro i pericoli della destra. Che, ovviamente, non significa approdare al partito unico. Domani, il nostro direttore, Piero Sansonetti, è stato convocato dal comitato di gestione: volete commissariare Liberazione ?Nessuno vuole commissariare Liberazione ; non ho sentito alcuna proposta simile. Il problema è di stabilire un rapporto più costruttivo tra il giornale e il partito, sulla base di due necessità. La prima, che fa seguito alla nuova situazione: occorre che tutti siano impegnati nel rilancio dell'iniziativa politica e sociale, deve essere un intento comune; la seconda: è naturale che in un percorso congressuale, Liberazione sia un luogo che consenta una rappresentazione adeguata del dibattito interno al partito.Secondo te, finora non è stato così?Non sempre ha dato una rappresentazione plurale del dibattito interno. Il che non significa che non ci si possa attrezzare per trovare spazi e forme per dare conto delle diverse posizioni.

lunedì 21 aprile 2008

CPN del 19 e 20 aprile-documento finale votato dall'Ernesto

Roma, 20 aprile 2008

Sconfitta catastrofica
Di colpo tutti i nodi sono giunti al pettine.
Nonostante l’impegno militante e spassionato di tante compagne e compagni, la sconfitta della Sinistra Arcobaleno è di dimensioni catastrofiche, un vero e proprio tracollo, una sconfitta storica. Con tre milioni di voti persi in soli due anni, la Sinistra Arcobaleno scende al 3% e non elegge nessun parlamentare. Senza dimenticare la vittoria del centro-destra e la crescita di una forza razzista e xenofoba come la Lega. Rifondazione Comunista, la forza politica che più di altri ha creduto nel progetto della Sinistra Arcobaleno, ne esce distrutta nel morale e nelle prospettive. Questo è il risultato della linea collettiva di tutto il gruppo dirigente che ha gestito in questi anni il Prc, non di questo o quel singolo dirigente.
Le cause principali
La causa principale del tracollo elettorale risiede con ogni evidenza nella linea della partecipazione al governo, decisa al Congresso di Venezia con il 59% di voti contro il 41%, respingendo ogni proposta di sintesi e di gestione unitaria del partito, mettendo con supponenza e arroganza l’ampia minoranza del Prc fuori dalla segreteria nazionale e dalla gestione del partito. La partecipazione al governo, motivata con la tesi risibile della permeabilità del centro-sinistra ai movimenti, ha deluso tutte le aspettative di cambiamento e di giustizia sociale. Il governo Prodi è stato permeabile non ai movimenti ma solo ai banchieri della Ue, alla Nato, agli Usa e al Vaticano, più aggressivi che mai. Un governo che, con la nostra partecipazione e corresponsabilità, ha tradito i lavoratori, i precari e i pensionati: invece che aumentare i salari e le pensioni e ridurre la povertà e l’insicurezza sociale crescente, ha favorito, sotto i dettami di Confindustria e del Fondo Monetario Internazionale, solo le grandi imprese, banche e assicurazioni. Ha eliminato il cuneo fiscale, regalando miliardi di euro alle imprese, e ha prodotto un accordo concertativo su pensioni e welfare, sdoganando la legge 30 senza abrogarla e aumentando ulteriormente l’età pensionabile senza abolire lo scalone Maroni, come promesso in campagna elettorale. Un governo che, con la nostra partecipazione e corresponsabilità, ha tradito gli immigrati introducendo nuove vessazioni securitarie, senza abrogare la legge Bossi-Fini e senza dare il diritto di voto. E’ venuto meno agli impegni elettorali sui diritti civili non riuscendo neanche ad approvare una legge sulle coppie di fatto, per la subalternità alle pressioni del Vaticano. Ha deluso il movimento per la pace, aumentando vertiginosamente le spese militari, proseguendo la missione di guerra italiana in Afghanistan, acconsentendo alla installazione dello scudo stellare di Bush, alla base americana di Vicenza e all’indipendenza del Kosovo, in obbedienza agli ordini della Nato e dell’imperialismo americano. Per parlare solo delle questioni principali, senza voler dire niente della Tav in Val di Susa, della vicenda dei rifiuti in Campania, dei provvedimenti securitari del centro-sinistra a Bologna, Firenze ed altre città. Il fatto è che, come era chiaro fin dall’inizio, non vi erano i rapporti di forza nella società perché i comunisti e le sinistre potessero dal governo ottenere risultati, e quindi bisognava evitare accuratamente di confondere le proprie responsabilità con quelle delle forze riformiste e moderate, pur evitando contemporaneamente di far tornare a vincere le destre. Si poteva fare, non si è voluto fare. La profonda delusione e il crollo di fiducia, che si erano avvertiti sin dai primi provvedimenti del governo, ha prodotto l’attuale vittoria della destra ed ha colpito soprattutto le forze di sinistra e in particolare Rifondazione Comunista. I segnali di rottura con il nostro elettorato e con i movimenti erano chiari da tempo. Già le elezioni amministrative di un anno fa avevano visto la perdita secca di due terzi del nostro elettorato rispetto al 2006, così come la riuscita manifestazione contro Bush autoconvocata dai movimenti e il contemporaneo fallimento di Piazza del Popolo erano il chiaro segnale di una rottura profonda con i movimenti. Per non parlare dell’accoglienza a Mirafiori. Fenomeni che avrebbero potuto e dovuto aprire una seria riflessione. E invece tutto il gruppo dirigente che ha gestito il Partito (quindi con una responsabilità collettiva, non attribuibile solo al presidente della Camera o al segretario del Partito) è rimasto sordo e cieco di fronte a questi fenomeni. Il vero e proprio disgusto per la politica non era riconducibile alla generica “crisi della politica”, come si è andato dicendo per due anni per sviare l’attenzione dalle cause vere, ma si trattava e si tratta di una sfiducia per la sinistra e in particolare per le forze della sinistra più radicale, che hanno dimostrato la più grande incoerenza rispetto alle promesse. Non c’è da meravigliarsi se, dopo due anni di partecipazione subalterna nel governo, i voti del Prc siano andati nell’astensione o nel voto di protesta della Lega.
Il simbolo
Se alla delusione popolare per la partecipazione al governo si aggiunge la decisione di presentare un simbolo sconosciuto, assolutamente opposto a quella connessione sentimentale col nostro popolo di cui spesso si parla a sproposito, si capisce come mai la perdita dei voti è stata così rilevante. Peraltro la decisione di presentare il simbolo della Sinistra Arcobaleno è stata presa cancellando del tutto la partecipazione degli iscritti, dei circoli e delle federazioni, con una logica autoritaria giunta persino a interrompere e rinviare il congresso già avviato, per paura del confronto democratico con la base. Clamoroso è stato l’errore di cancellare il simbolo dei due partiti che assieme superavano nel 2006 l’8%. Che di errore non si è trattato da parte del gruppo dirigente del Prc, ma di pervicace volontà di superamento dell’identità e dell’autonomia comunista, come si è visto persino dalle continue dichiarazioni del candidato premier in piena campagna elettorale a favore della trasformazione della Sinistra Arcobaleno in un nuovo soggetto politico non più comunista e della riduzione del comunismo ad una delle tante tendenze culturali dentro la Sinistra Arcobaleno.
Le cause di lungo periodo
Tuttavia le cause di questo crollo sono di lungo periodo. Un metro di ghiaccio non si forma in una sola notte di neve. Sia la partecipazione al governo, sia la diluizione di Rifondazione Comunista nella Sinistra Arcobaleno vengono da lontano, da un lungo processo di snaturamento della natura comunista, anticapitalista e di classe del partito. La negazione della centralità della contraddizione fra capitale e lavoro e l’abbandono del radicamento sociale e nei luoghi di lavoro, l’abbandono della concezione dell’imperialismo e del sostegno ai popoli che resistono alle aggressioni imperialiste (con l’adesione ideologica alla teoria della non-violenza in ogni luogo e in ogni tempo, che ha indotto addirittura ad una riduzione dell’impegno per la causa palestinese), il disinteresse per l’organizzazione del partito, dei circoli e delle federazioni, sostituita con lo schiacciamento sulle istituzioni e con le derive leaderistiche e mass-mediatiche. Sono anni che questo gruppo dirigente, tutto, opera nei fatti in direzione del superamento dell’autonomia comunista dentro nuovi soggetti politici genericamente di sinistra, come per esempio è stata, prima della Sinistra Arcobaleno, la costruzione della Sinistra Europea. Solo di una cosa non si parla neanche più, della natura comunista del partito, del comunismo, il cui solo accenno porta ad etichettature, a sciocche accuse (“identitari”) e a discriminazioni vere e proprie.Sulle cause per le quali un’esperienza ricca e promettente come quella originaria della rifondazione comunista sia finita nella debacle del 13 e 14 aprile, bisognerà aprire una riflessione più approfondita e collettiva.
Cambiare radicalmente linea politica, progetto e gruppi dirigenti
Cosa fare. Innanzitutto è necessario guardare in faccia la realtà, anche se essa è molto brutta, altrimenti le soluzioni sono peggio del male. La sconfitta è pesantissima. Il morale delle compagne e dei compagni è pessimo. C’è grande sconforto, paura, rabbia. Non ce la si cava con qualche pannicello caldo. Se non c’è una rottura di continuità, se non c’è un progetto nuovo, motivante, di rilancio dell’impresa che cominciammo 18 anni fa, se non c’è un cambiamento radicale di dirigenti e di gestione del partito (da una gestione autoritaria e burocratica ad una gestione collegiale e democratica), Rifondazione Comunista rischia di morire. E per questo cambiamento radicale è necessaria una profonda autocritica, senza alcuna reticenza, l’opposto di ciò che ancora fanno tutti i dirigenti in questi giorni, che continuano a ripetere – burocraticamente, come se nulla fosse accaduto – formule vuote e astratte, le stesse formule che hanno portato alla sconfitta. La sconfitta è troppo grave perché se ne possa uscire solo polemizzando con il candidato premier, Fausto Bertinotti. La Sinistra Arcobaleno è fallita in tutte le sue formulazioni (partito unico, soggetto unitario e plurale, federazione, confederazione, eccetera), sia dal punto di vista elettorale che politico. La pesantezza della sconfitta ci dice che per risalire la china è necessario investire non nella continuità, ma nella discontinuità, nel cambiamento radicale di linea, di progetto e di gruppi dirigenti. Questa linea, questo progetto e questi dirigenti che hanno portato Rifondazione Comunista e l’intera sinistra nel baratro, nonostante fossero stati ripetutamente messi sull’avviso, non sono più credibili. Bisogna cambiare. Bisogna andare in direzione opposta alla diluizione dell’identità e dell’autonomia comunista, della natura di classe ed anticapitalista del partito. Non di meno comunismo abbiamo bisogno, ma di più comunismo.
Salvare il PRC per un nuovo partito comunista
Salvare Rifondazione Comunista è importante. Noi vogliamo contribuire a farlo assieme a tutti coloro che sono disponibili, a partire dall’imminente Congresso. Ma è del tutto evidente che questo non è in sé affatto sufficiente, soprattutto oggi dopo una disfatta di queste dimensioni. Si salva ciò che resta del patrimonio importante di Rifondazione Comunista, di militanza, di esperienze e di capacità di costruire lotte e vertenze, solo se la si ricolloca in un più vasto processo unitario a sinistra di riunificazione di tutti i comunisti in un partito comunista più grande e più forte, non autoreferenziale ma capace di parlare a tanta parte del popolo di sinistra oggi senza riferimenti, di promuovere un più vasto schieramento anticapitalistico, per riaprire una nuova stagione dei movimenti e del conflitto sociale, per una lunga fase di lotta e di opposizione (vera, non “costruttiva”) a tutte le politiche neoliberiste e di guerra, sia che vengano dalla destra sia che vengano dal Pd. Il che significa anche promuovere una verifica della nostra partecipazione alle giunte locali. Di fronte ad una sconfitta e ad una crisi di tali dimensioni non c’è alternativa alla ripresa del progetto, con tutte le comuniste e i comunisti disponibili, anche con storie e sensibilità diverse, della rifondazione/ricostruzione di un partito comunista in Italia, com’era nel progetto originario, niente affatto conservatore o nostalgico, del 1991. Dopo la pesantissima sconfitta elettorale della sinistra, a questa strada non c’è alternativa. L’alternativa o è l’approdo verso una sorta di area di sinistra nel Partito Democratico (come sembra emergere dalla discussione che attraversa Sd, i Verdi e la Sinistra Europea) oppure l’alternativa può essere una ulteriore breve fase declinante, di esaurimento senza sbocchi in lotte intestine fra piccoli gruppi minoritari e del tutto marginali. Invece, ritornare nella società per riavviare un processo partecipato, dal basso, di rifondazione/ricostruzione unitaria di una nuova forza comunista, con tutti coloro che anche fuori del Prc sono disponibili, non nostalgica ma adeguata ai tempi, di classe ma anche interna ai movimenti pacifisti, ambientalisti, femministi, antirazzisti: questo è l’unico progetto in grado di non disperdere del tutto il nostro patrimonio, di rigenerare entusiasmo e rimotivare migliaia di compagne e di compagni, come nei momenti migliori del nostro Partito. Sappiamo che il lavoro di ricostruzione è arduo e di lunga lena, ma la manifestazione del 20 ottobre, il milione di persone in piazza sotto la marea di bandiere rosse, promossa dai due partiti comunisti e da altre forze della sinistra alternativa e di classe, è un’esperienza che sia pure sciaguratamente dissipata in pochi mesi dal gruppo dirigente che ha gestito il Prc, ci dice che possiamo farcela.

Belletti Gilda, Benni Guido, Bettarello Claudio, Catone Andrea, D’Angelo Pasquale, Giannini Fosco, Malerba Matteo, Manocchio Antonello, Maringiò Francesco, Masella Leonardo, Merlin Vladimiro, Miniati Adriana, Orlandini Olido, Pegolo Gianluigi, Rancati Claudia, Schavecher Nadia, Sconciaforni Roberto, Sema Giuliana, Sorini Fausto, Trapassi Marco, Verruggio Marco.

Compagne e compagni provenienti dalle vecchie mozioni I, II, III e IV del Congresso di Venezia

Comitato Politico Nazionale di Rifondazione Comunista

A questo link è possibile visionare il Comitato Politico Nazionale di Riforndazione Comunista del 19 aprile 2008

http://www.radioradicale.it/scheda/252124/comitato-politico-nazionale-di-rifondazione-comunista

Il voto operaio. Puntata di Omnibus con Marco Rizzo

giovedì 17 aprile 2008

APPELLO - COMUNISTE E COMUNISTI: COMINCIAMO DA NOI

www.comunistiuniti.it

Dopo il crollo della Sinistra Arcobaleno, ci rivolgiamo ai militanti e ai dirigenti del Pdci e del Prc e a tutte le comuniste/i ovunque collocati in Italia

Siamo comuniste e comunisti del nostro tempo. Abbiamo scelto di stare nei movimenti e nel conflitto sociale. Abbiamo storie e sensibilità diverse: sappiamo che non è il tempo delle certezze. Abbiamo il senso, anche critico, della nostra storia, che non rinneghiamo; ma il nostro sguardo è rivolto al presente e al futuro. Non abbiamo nostalgia del passato, semmai di un futuro migliore.
Il risultato della Sinistra Arcobaleno è disastroso: non solo essa ottiene un quarto della somma dei voti dei tre partiti nel 2006 (10,2%) - quando ancora non vi era l’apporto di Sinistra Democratica - ma raccoglie assai meno della metàdei voti ottenuti due anni fa dai due partiti comunisti (PRC e PdCI), che superarono insieme l’8%. E poco più di un terzo del miglior risultato dell’8,6% di Rifondazione, quando essa era ancora unita. Tre milioni sono i voti perduti rispetto al 2006. E per la prima volta nell’Italia del dopoguerra viene azzerata ogni rappresentanza parlamentare: nessun comunista entra in Parlamento. Il dato elettorale ha radici assai più profonde del mero richiamo al “voto utile”:risaltano la delusione estesa e profonda del popolo della sinistra e dei movimenti per la politica del governo Prodi e l’emergere in settori dell’Arcobaleno di una prospettiva di liquidazione dell’autonomia politica, teorica e organizzativa dei comunisti in una nuova formazione non comunista, non anticapitalista, orientata verso posizioni e culture neo-riformiste. Una formazione che non avrebbe alcuna valenza alternativa e sarebbe subalterna al progetto moderato del Partito Democratico e ad una logica di alternanza di sistema.

E’ giunto il tempo delle scelte: questa è la nostra
Non condividiamo l’idea del soggetto unico della sinistra di cui alcuni chiedono ostinatamente una “accelerazione”, nonostante il fallimento politico-elettorale. Proponiamo invece una prospettiva di unità e autonomia delle forze comuniste in Italia, in un processo di aggregazione che, a partire dalle forze maggiori (PRC e PdCI), vada oltre coinvolgendo altre soggettività politiche e sociali, senza settarismi o logiche auto-referenziali. Rivolgiamo un appello ai militanti e ai dirigenti di Rifondazione, del PdCI, di altre associazioni o reti, e alle centinaia di migliaia di comuniste/i senza tessera che in questi anni hanno contribuito nei movimenti e nelle lotte a porre le basi di una società alternativa al capitalismo, perché non si liquidino le espressioni organizzate dei comunisti ed anzi si avvii un processo aperto e innovativo, volto alla costruzione di una “casa comune dei comunisti”. Ci rivolgiamo: -alle lavoratrici, ai lavoratori e agli intellettuali delle vecchie e nuove professioni, ai precari, al sindacalismo di classe e di base, ai ceti sociali che oggi “non ce la fanno più” e per i quali la “crisi della quarta settimana” non è solo un titolo di giornale: che insieme rappresentano la base strutturale e di classe imprescindibile di ogni lotta contro il capitalismo; -ai movimenti giovanili, femministi, ambientalisti, per i diritti civili e di lotta contro ogni discriminazione sessuale, nella consapevolezza che nel nostro tempo la lotta per il socialismo e il comunismo può ritrovare la sua carica originaria di liberazione integrale solo se è capace di assumere dentro il proprio orizzonte anche le problematiche poste dal movimento femminista; -ai movimenti contro la guerra, internazionalisti, che lottano contro la presenza di armi nucleari e basi militari straniere nel nostro Paese, che sono a fianco dei paesi e dei popoli (come quello palestinese) che cercano di scuotersi di dosso la tutela militare, politica ed economica dell’imperialismo; -al mondo dei migranti, che rappresentano l’irruzione nelle società più ricche delle terribili ingiustizie che l’imperialismo continua a produrre su scala planetaria, perchè solo dall’incontro multietnico e multiculturale può nascere - nella lotta comune - una cultura ed una solidarietà cosmopolita, non integralista, anti-razzista, aperta alla “diversità”, che faccia progredire l’umanità intera verso traguardi di superiore convivenza e di pace. Auspichiamo un processo che fin dall’inizio si caratterizzi per la capacità di promuovere una riflessione problematica, anche autocritica. Indagando anche sulle ragioni per le quali un’esperienza ricca e promettente come quella originaria della “rifondazione comunista” non sia stata capace di costruire quel partito comunista di cui il movimento operaio e la sinistra avevano ed hanno bisogno; e come mai quel processo sia stato contrassegnato da tante divisioni, separazioni, defezioni che hanno deluso e allontanato dalla militanza decine di migliaia di compagne/i. Chiediamo una riflessione sulle ragioni che hanno reso fragile e inadeguato il radicamento sociale e di classe dei partiti che provengono da quella esperienza, ed anche gli errori che ci hanno portati in un governo che ha deluso le aspettative del popolo di sinistra: il che è pure all’origine della ripresa delle destre. Ci vorrà tempo, pazienza e rispetto reciproco per questa riflessione. Ma se la eludessimo, troppo precarie si rivelerebbero le fondamenta della ricostruzione. Il nostro non è un impegno che contraddice l’esigenza giusta e sentita di una più vasta unità d’azione di tutte le forze della sinistra che non rinunciano al cambiamento. Né esclude la ricerca di convergenze utili per arginare l’avanzata delle forze più apertamente reazionarie. Ma tale sforzo unitario a sinistra avrà tanto più successo, quanto più incisivo sarà il processo di ricostruzione di un partito comunista forte e unitario, all’altezza dei tempi. Che - tanto più oggi - sappia vivere e radicarsi nella società prima ancora che nelle istituzioni, perché solo il radicamento sociale può garantire solidità e prospettive di crescita e porre le basi di un partito che abbia una sua autonoma organizzazione e un suo autonomo ruolo politico con influenza di massa, nonostante l’attuale esclusione dal Parlmento e anche nella eventualità di nuove leggi elettorali peggiorative. La manifestazione del 20 ottobre 2007, nella quale un milione di persone sono sfilate con entusiasmo sotto una marea di bandiere rosse coi simboli comunisti, dimostra – più di ogni altro discorso – che esiste nell’Italia di oggi lo spazio sociale e politico per una forza comunista autonoma, combattiva, unita ed unitaria, che sappia essere il perno di una più vasta mobilitazione popolare a sinistra, che sappia parlare - tra gli altri - ai 200.000 della manifestazione contro la base di Vicenza, ai delegati sindacali che si sono battuti per il NO all’accordo di governo su Welfare e pensioni, ai 10 milioni di lavoratrici e lavoratori che hanno sostenuto il referendum sull’art.18. Auspichiamo che questo appello – anche attraverso incontri e momenti di discussione aperta - raccolga un’ampia adesione in ogni città, territorio, luogo di lavoro e di studio, ovunque vi siano un uomo, una donna, un ragazzo e una ragazza che non considerano il capitalismo l’orizzonte ultimo della civiltà umana.
LE PRIME ADESIONI
Ciro ARGENTINO operaio Thyssen Krupp - Mariano TREVISAN comitato No Dal Molin Vicenza - Piero CORDOLA comitati No TAV Val di Susa - Francesco BACHIS comitato sardo “Gettiamo le Basi” - Filippo SUTERA comitato NO PONTE Messina - Giovanni PATANIA comitato di lotta Alluvionati Vibo Valentia - C. BALLISTRERI- D. PAOLONE - G. MODIC - F. LISAI - M. PUGGIONI operai e delegati Fiat Mirafiori - Margherita HACK astronoma - Domenico LOSURDO filosofo - Gianni VATTIMO filosofo - Luciano CANFORA filologo - Angelo D’ORSI storico - Marco BALDINI conduttore televisivo - Raffaele DE GRADA comandante partigiano, storico dell’arte - Alberto MASALA scrittore – VAURO vignettista - Enzo APICELLA vignettista - Giorgio GOBBI attore - Michele GIORGIO giornalista de il Manifesto - Manlio DINUCCI saggista, collaboratore de il Manifesto - Bebo STORTI attore - Gerardo GIANNONE operaio RSU Fiat Pomigliano d’Arco - Wladimiro GIACCHE’ economista - Marino SEVERINI musicista, “La Gang” - STATUTO gruppo musicale - Wilfredo CAIMMI partigiano, medaglia d’argento al valor militare - Ugo DOTTI docente letteratura Università Pavia - Guido OLDRINI docente filosofia Università Bologna - Mario GEYMONAT docente filosofia Università Venezia - Mario VEGETTI professore emerito università Pavia - Andrea CATONE presid. centro studi transizione al socialismo - Alessandro HOBEL storico del movimento operaio - Federico MARTINO docente Diritto Università Messina - Stefano AZZARA’ docente filosofia Università Urbino - Fabio MINAZZI docente filosofia della Scienza Università Lecce - Sergio RICALDONE partigiano, consiglio mondiale per la pace - Wasim DHAMASH docente lingua e letteratura araba Università Cagliari - Gigi LIVIO storico del teatro - Teresa PUGLIATTI docente storia dell’Arte Università Palermo - Maria Luisa SIMONE pittrice - Delfina TROMBONI storica, femminista - Silvia FERDINANDES presid. centro interculturale nativi ed immigranti “ALOUAN” - AEROFLOT gruppo musicale - Francesco ZARDO giornalista e scrittore - Carlo BENEDETTI giornalista - Siliano INNOCENTI segret. circolo Prc Breda Ansaldo Pistoia - Domenico MORO economista - Giusi MONTANINI direttivo reg.le CGIL Marche - Alberto BALIA musicista - Hallac SAMI comitato di solidarietà con il popolo palestinese - Fabio LIBRETTI operaio, direttivo FIOM Milano - Antonello TIDDIA operaio, RSU Carbosulcis Carbonia Iglesias - Dario GIUGLIANO docente filosofia Accademia delle Belle Arti Napoli - Fabio FROSINI docente storia della filosofia Università Urbino - Albino CANFORA docente analisi matematica Università Napoli - Francesco SAVERIO de BLASI docente analisi matematica Roma - Franco INGLESE astrofisico - Vito Francesco POLCARO astrofisico - Adele MONICA PATRIARCHI docente storia e filosofia Roma - Helene PARASKEVAIDES filologa classica - Laura CHIARANTINI docente biochimica Università Urbino - Micaela LATINI docente storia letteratura tedesca Università Cassino - Nico PERRONE docente filosofia Accademia Belle Arti Napoli - Alfonso NAPOLITANO regista teatrale - Tiziano TUSSI comitato nazionale ANPI - Luigi Alberto SANCHI ricercatore CNRS, Parigi - Omar Sheikh E. SUAD mediatrice interculturale - Sergio MANES editore - Orestis FLOROS medico CPT - Massimo MUNNO “Luzzi Clan” curva sud Cosenza calcio - Rolando GIAI-LEVRA direttore “Gramsci oggi” on line - Cristina CARPINELLI centro studi problemi transizione socialista - Vittorio GIOIELLO centro ricerca Fenomenologia e società - Vito Francesco POLCARO primo ricercatore INASF - Adriano AMIDEI MIGLIANO regista e critico cinematografico - Renato CAPUTO docente storia e filosofia Università Roma - Emanuela SUSCA docente sociologia Università Urbino - Alessandro VOLPONI docente filosofia Fermo - Maurizio BUDA operaio, RSU Iveco Torino - Giuseppe BRUNI operaio, RSU Magnetto Weels Torino - Mariano MASSARO delegato regionale ORSA Sicilia - Armando RUSSO operaio, RSU Bertone Torino - Luigi DOLCE operaio, Itca, Torino - Giovanni ZUNGRONE segretario FLM Uniti Torino - Ferruccio GALLO, Pino CAPOZZI operai, RSU Fiom Idea Institute Torino - Manola MAURINO RSU ASL 1, Torino - Roberto TESTERA operaio,Comau Torino - Pasquale AMBROGIO operaio, Frigostamp Torino - Nicola BORELLO operaio, RSU ItalCementi Vibo Valentia - Mirko CAROTTA dirigente sindacale Trentino Alto Adige - Paolo AMORUSO segretario SLC Caserta - Daniele ARCELLA, Antonio BELLOPEDE, Vincenzo MEROLA, Salvatore BRIGNOLA operai, RSU Ericsson Marconi Marcianise, Caserta - Mario MADDALONI operaio, RSU Filcem Napoletana Gas - Eugenio GIORDANO operaio, RSU Alenia Pomigliano D’Arco - Franco ROMANO operaio, RSU Filcams Napoli - Ilaria REGGIANI comitato precari Mantova - Franco BOSISIO operaio, RSU Sag Bergamo - Francesco FUMAROLA lavoratore Atesia Roma - Riccardo DE ANGELIS RSU Telecomitalia Roma - Federico GIUSTI RSU Comunedi Pisa

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mercoledì 16 aprile 2008

SINISTRA ARCOBALENO, UN DISASTRO ANNUNCIATO

di Stefano Franchi, segreteria PRC di Bologna

I risultati elettorali lasciano sgomenti.
Dopo soli due anni di Governo Prodi l’Italia è stata riconsegnata alla destra e a Silvio Berlusconi. Forza Italia e An aumentano i consensi, la Lega Nord – forza razzista e reazionaria – gode di un grande consenso popolare in regioni importanti. Lo stesso risultato della destra sociale è preoccupante. Un malessere sociale che fino a ieri guardava un partito come rifondazione comunista, oggi ha scelto formazioni di destra o l’astensione.
Per la prima volta da quando è nata la Repubblica italiana - come sottolineano diversi quotidiani - i comunisti non avranno nessuna rappresentanza parlamentare, e con essi l’intera sinistra. Un dato che parla anche del futuro: senza comunisti non c’è la sinistra e chi ha voluto ostinatamente cancellare in queste elezioni un’autonoma presenza dei comunisti ha portato l’intera sinistra al disastro. Per l’ironia della sorte alla Sinistra Arcobaleno sarebbero bastati gli elettori delle due liste comuniste per superare lo sbarramento del 4% alla Camera.
Chi porta la responsabilità di questo disastro faccia un passo indietro, si dimetta. Dopo questo disastro elettorale Fausto Bertinotti e la sua Sinistra Arcobaleno fanno parte del passato. Da oggi si dovrà tornare al progetto originario del Prc, la rifondazione di un partito comunista.
Un partito che mai più voti i finanziamenti alle guerre o sostenga riforme pensionistiche e sociali e finanziarie di chiaro stampo liberista. Un partito che sappia da che parte stare, anche quando si mette in discussione una base militare americana o si difende il diritto delle donne a tirare pomodori a chi se li merita: gesto non-violento se paragonato alla violenza di chi vorrebbe ricacciarle ai tempi bui dell’inquisizione.
Di questo discuteremo nelle prossime settimane e mesi e nel prossimo congresso nazionale del PRC, se ci sarà. A questo ricominceremo a lavorare fin da ora.

Ora ci vuole l'autocritica, un congresso straordinario e rilanciare il PRC

di Claudio Grassi
su Liberazione del 16/04/2008

I risultati definitivi delle elezioni politiche ci consegnano un quadro drammatico. La coalizione di Berlusconi supera di oltre nove punti l'alleanza di Pd e Italia dei Valori e conquista un vantaggio consistente anche al Senato. La Lega Nord raggiunge percentuali estremamente significative (tornando ai risultati del 1992) mentre in alcune regioni le liste neo-fasciste raddoppiano in due anni i propri voti. Contemporaneamente il Pd non realizza la rimonta annunciata in campagna elettorale e ottiene un risultato ben inferiore alle aspettative. La conseguenza è che il prossimo Parlamento vedrà una salda maggioranza di deputati e senatori del Pdl e della Lega Nord, in grado di avviare – con il possibile benestare di Veltroni - una stagione di riforme istituzionali e costituzionali che potrebbero fare dell'Italia una repubblica presidenziale in un sistema tendenzialmente bipartitico e con una nuova legge elettorale maggioritaria.Ad opporsi a questa deriva nel prossimo Parlamento non ci saranno rappresentanti della Sinistra, il cui risultato elettorale è catastrofico.Basti dire che il 3% raccolto dalla Sinistra l’Arcobaleno è meno della metà dei voti ottenuti alle ultime elezioni politiche dalla sola Rifondazione Comunista.Ma è soprattutto un risultato fallimentare sul piano politico. Paghiamo venti mesi di governo Prodi insensibile alle ragioni dei lavoratori e dei soggetti sociali deboli. E paghiamo il fatto che il nostro atteggiamento, all'interno di quel governo, è stato per larghi tratti a-conflittuale e subalterno.La seconda causa di un risultato così disastroso riguarda il progetto politico a cui ha alluso la lista unitaria. Un progetto politico senza anima, che non ha appassionato nessuno, privo di una qualsiasi identità politica.Chi ha parlato in queste settimane della lista unica come del primo passo verso la costruzione di un partito unico della sinistra e ha agito nella direzione di accelerare questo processo, non ascoltando la contrarietà diffusa nel corpo del partito, ha commesso un ingiustificabile errore politico. L'assenza della falce e del martello dal simbolo elettorale è l'immagine più eclatante di questa inconsistenza politica.Come si è visto dal risultato elettorale, aver cancellato la falce e il martello dal simbolo elettorale non ha fatto acquisire alla Sinistra alcun voto. Al contrario, ne ha fatti perdere molti, in un elettorato consolidato e abituato a riconoscersi in quei simboli.Sono arrivati al pettine i nodi contenuti nella proposta politica avanzata con il congresso di Venezia, quando si sancì l’internità al governo "senza se e senza ma" e si lanciarono le basi per superare il Prc e dare vita ad nuovo soggetto unico della sinistra.Il gruppo dirigente del Prc ha fallito, portando il partito ad una sconfitta che non ha precedenti. Ne deve prendere atto con onestà e rassegnare immediatamente le dimissioni perché chi ha compiuto questo disastro non può essere colui che indica le soluzioni. Occorre convocare gli organismi del partito, avviare il congresso nazionale e dare la parola alle iscritte e agli iscritti.E' necessario fare autocritica e tornare ad investire sul nostro partito, riprendendo e rilanciando il progetto della Rifondazione Comunista. Non è il momento della rassegnazione, ma è il momento della lotta. Ci sono migliaia di compagne e compagni che non vogliono che scompaia Rifondazione. Noi siamo con loro.

L'ERNESTO: GIORDANO SI DIMETTA,VOTO È FINE ARCOBALENO

su www.lernesto.it del 16/04/2008

Le dimissioni di Franco Giordano e della segreteria nazionale, l'archiviazione della sinistra arcobaleno «un progetto fallimentare» e infine la ricostruzione di un partito basato sull'identità comunista. A chiedere che il Prc volti pagina e riprenda il cammino originale dopo la Bolognina è la minoranza dell'Ernesto rappresentata da Fosco Giannini e Gian Luigi Pegolo, parlamentari uscenti di Rifondazione e Leonardo Masella capogruppo del Prc in Emilia Romagna che annunciano la presentazione nel prossimo comitato politico del partito una mozione di sfiducia contro la segreteria. «Il risultato elettorale - sottolinea Pegolo - non è spiegabile solo dando le colpe al voto utile perchè lo stesso problema lo aveva l'Udc che invece ha tenuto. Bertinotti ed il segretario si ostinano a parlare di accelerazione verso il partito unico e la cosa mi pare incredibile». La minoranza dell'Ernesto chiede la convocazione del congresso e la possibilità di sapere l'esito del tesseramento dello scorso anno. Le critiche rivolte al gruppo dirigente vanno di pari passo a quelle verso il progetto arcobaleno: «L'esito elettorale - attacca Pegolo - ne decreta la fine. Il soggetto non è più proponibile. Rifondazione non va superata ma va difesa la sua autonomia». Se la proposta di Giordano di accelerare nella costruzione di una sinistra unita viene rispedita al mittente, riserve non si nascondo nemmeno per la tesi del ministro per la Solidarietà Sociale Paolo Ferrero che ha come obiettivo la nascita di una federazione in cui il Prc mantenga la sua autonomia. «Non ci piacciono i cosiddetti 'terzinì cioè coloro che si collocano tra il progetto della sinistra arcobaleno e l'autonomia del Prc. Noi - spiega Fosco Giannini - siamo contrari anche al modello della Sinistra europea». Parole dure sono infine rivolte all'ex segretario e leader della 'Cosa rossa' Fausto Bertinotti: «Lui - attacca il senatore del Prc - ha distrutto il partito comunista e tenta di distruggere la sinistra italiana, lo dicono i dati elettorali». «Le colpe - aggiunge Masella - non sono però tutte di Bertinotti. Intorno a lui, che era il padrone, c'era una corte dei miracoli, tanti cortigiani a dire sempre di sì».

martedì 15 aprile 2008

BOCCIATO L’ARCOBALENO, ORA LA PAROLA TOCCA AI COMUNISTI !

di Marco RIZZO

E’successo! Berlusconi è tornato, anche grazie a Veltroni, mentre la sinistra scompare con un risultato disastroso e l’improbabile Arcobaleno è stato sonoramente bocciato dall’elettorato con il 3% senza raggiungere il quorum ne alla Camera dei Deputati ne al Senato, non ottenendo così alcuna rappresentanza istituzionale. E pensare che partiva, sulla carta (nelle elezioni del 2006) con il 10,2% alla Camera e l’11,6% al Senato (sommando i risultati di Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani e Verdi e addirittura senza “conteggiare” la Sinistra Democratica).
Qualcuno potrà obiettare che quell’aggettivo “improbabile” poteva essere usato anche prima. Modestamente, alcuni di noi, tra cui il sottoscritto, lo avevano detto. La cattiva condotta della sinistra con il governo Prodi e il “tradimento” programmatico e ideale rispetto alla grandiosa manifestazione del 20 Ottobre, la cancellazione della “Falce e del Martello”, da molti auspicata da altri contrastata ma alla fine subita per necessità, un progetto politico privo di una “missione” e certo per nulla alternativo al Partito Democratico, le stesse modalità di scelta di adesione dei partiti (non un congresso, a volte neanche la riunione degli organismi dirigenti preposti) sono il racconto obiettivo di questa disavventura. Il problema, come sempre accade in politica,è però la questione della “percezione” di quello che stava accadendo, consapevolezza che certo non albergava non solo nella maggioranza dei gruppi dirigenti dei partiti della sinistra, ma anche in una considerevole parte dei militanti.
Bertinotti, e quelli che lo hanno seguito pedissequamente, con l'eclettismo che li ha caratterizzati, sono riusciti a fare quello che neppure ad Occhetto era riuscito: distruggere la sinistra!
Oggi ci vuole un nuovo inizio! Per ritrovare la fiducia nella parte del popolo che non si riconosce nelle disuguaglianze di questa società. Una opzione che passa necessariamente da una analisi approfondita di quello che accade in Italia e nel mondo. Proprio oggi, quando le contraddizioni del capitalismo –guerra e terrorismo, disuguaglianze sociali sempre più accentuate, collasso ambientale del pianeta- appaiono sempre più grandi. Proprio adesso, quando la nozione di “superamento del capitalismo” è più che mai attuale. Proprio ora appare evidente come la scelta comunista nel XXI secolo sia assolutamente sensata e necessaria.
Dobbiamo riportare la fiducia nella nostra gente e, soprattutto, dobbiamo fare in modo che questa fiducia possa esser rimeritata.
L’affermarsi del bipartitismo segna la crescente “americanizzazione” della politica. Si vuole chiudere “l’anomalia del caso italiano” dove, dal dopoguerra in poi, per oltre quaranta anni, il più grande Partito Comunista d’Occidente, assieme ad un formidabile movimento operaio, pur non partecipando al governo, aveva fortemente condizionato la scena politica e sociale del nostro paese. Dalla scuola per tutti all’universalismo della prestazione sanitaria, dallo Statuto dei lavoratori al rifiuto della monetizzazione della salute sui luoghi di lavoro, innumerevoli sono state le conquiste che hanno modificato concretamente i rapporti di forza tra le classi in Italia in quel periodo. Una funzione progressiva del conflitto tra lavoro e capitale che “trainava” anche le vittorie sui “diritti individuali”, dal divorzio all’aborto.
Poi è arrivata la difficile stagione dal 1991 fino ad oggi, quando si è tentato di “tenere aperta” la “questione comunista”, provando a più riprese a modificare la realtà con la partecipazione, in modi diversi, ai governi del paese. E’ stato giusto “provare” I risultati sono sotto gli occhi di tutti: 1994 – coalizione dei “progressisti”, 1996 – “desistenza” con l’Ulivo, 1998 – divisione dei Comunisti, gli uni al governo, gli altri contro, 2001 – i Comunisti Italiani dentro l’Ulivo, Rifondazione Comunista fuori, 2006 – tutti e due i partiti comunisti al governo… Sono passati 14 anni e la nostra gente non si ricorda una conquista sociale o anche solo di “principio” che , in qualche modo giustifichi quelle modalità di rapporto coi governi . Nel frattempo , la “base sociale” della sinistra, la nostra base sociale, si restringeva sempre di più…
Oggi dobbiamo interrogarci sul fatto che quel capitolo si è chiuso, tragicamente, con un risultato disastroso per tutta la sinistra. Bisogna ripartire da qui, considerando appunto che lo stare nel centrosinistra ha prodotto questi risultati. E solo un approccio miope potrebbe appellarsi al fatto che è Veltroni che ha voluto disfarsi della sinistra per riproporre in qualche modo un rinnovato quanto non augurabile rapporto col PD. Questo partito rappresenta infatti oggi (anche se non nella percezione di molti dei suoi militanti ed elettori) la migliore soluzione per i “poteri forti” che – scottati dal protagonismo reazionario e populista di Berlusconi- hanno ormai un evidente bisogno di una forza che sappia “cloroformizzare” il conflitto di classe e, al tempo stesso, “neutralizzare” qualunque evidente contraddizione. Il PD sarà, in sostanza, obbiettivamente funzionale a questo sistema capitalistico certo proteso alla massimizzazione dei profitti ma intelligentemente attento alla ricerca di una “pace sociale” che blocchi una qualunque risposta od organizzazione da parte delle classi popolari.
Per questi motivi serve avviare da subito una riflessione analitica ed un processo organizzato che sappia essere per le classi subalterne un vero punto di riferimento.
La questione comunista emerge oggi con prorompente evidenza, anche perché dove non vi sono partiti comunisti organizzati ed influenti nella società, come in gran Bretagna e stati Uniti, di fatto non esiste la sinistra.
Lo stesso risultato elettorale ci dice che anche da noi senza il partito comunista la sinistra scompare.
Un processo di costruzione che deve avere al centro la vicenda del lavoro, con tutte le sue attuali contraddizioni. Per riuscire a collegare con un “filo rosso” tutte quelle particolarità che oggi rendono lo sfruttamento del lavoro ancora più generalizzato che nel passato, dal lavoro dipendente ai ceti medi proletarizzati, dalle nuove forme di disoccupazione intellettuale alla precarizzazione permanente.
Tre sono i cardini della discussione che, schematicamente, dovremmo affrontare:
Una nuova riflessione e pratica dell’antimperialismo nell’era della globalizzazione capitalistica, sia nei confronti di quello americano, dominante, che di quello europeo, nascente.
L’alternatività all’americanizzazione della politica e quindi al Partito Democratico, appunto per una alternativa di sistema e di società.
Una nuova soggettività dei comunisti, cui possano partecipare tutte e tutti coloro che intendono impegnarsi per il superamento di questo modello di società, al di là delle attuali, e certo non autosufficienti, organizzazioni di appartenenza. Un percorso che voglia sperimentare forme nuove rispetto alla politica attuale (critica ai processi di personalizzazione e incentivazione alla direzione collegiale, superamento della politica come mestiere, revocabilità degli incarichi di direzione sulla base della valutazione dei risultati ottenuti e molto altro ancora).Come vedete un nuovo inizio, per cui servirà l’intelligenza di tutti e l’impegno di ognuno.

venerdì 11 aprile 2008

Bertinotti: nell'Arcobaleno comunismo solo una cultura

di Daniela Preziosi
su Il Manifesto del 09/04/2008

Il comunismo sarà «una tendenza culturale» all'interno della Sinistra arcobaleno. A cinque giorni dal voto, Fausto Bertinotti si inerpica su un viottolo strettissimo per i suoi, dentro e fuori il Prc. Ovvero la collocazione dei comunisti all'interno della sinistra arcobaleno e persino la sopravvivenza del suo partito. Lo fa nel corso di una videochat sul sito del quotidiano La Stampa, rispondendo alle domande dei lettori. Cosa intende per «tendenza culturale» il candidato premier? In realtà, se prese alla lettera, le sue parole sono persino ovvie: nell'arcobaleno, dice, «vivrà la tendenza comunista, quella ecologista, quella femminista; fintanto che non si costruiranno nuove tendenze. Ma ripeto, tendenze culturali e un solo soggetto politico, unitario e plurale». Però a Paolo Ferrero, ministro della solidarietà sociale e leader di una solida area interna, suonano diversamente. D'accordo sul «processo partecipato e democratico di costruzione di una sinistra arcobaleno unitaria e plurale» attraverso «una discussione larga e partecipata». Quanto al Prc «anche per questo terrà il suo congresso nei prossimi mesi». Ma l'affondo è alla fine. Ferrero cita un classico di Marx ed Engels per dire che per quanto lo riguarda «non so immaginare il comunismo come tendenza culturale; l'unico comunismo che conosco è 'il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente'».Le parole di Ferrero provocano a loro volta stupore e irritazione negli ambienti della segreteria del Prc. In fondo il ragionamento di Bertinotti non è una novità, è persino un percorso politico partito almeno dieci anni. Ma il botta e risposta ha tutta l'aria di un posizionamento precongressuale. E infatti batte un colpo anche Claudio Grassi, leader della minoranza interna Essere comunisti, quella più scettica nei confronti del soggetto unitario a sinistra: «Che i comunisti diventino una tendenza culturale dentro la Sinistra arcobaleno è una delle tante idee che sta esprimendo Bertinotti in questa campagna elettorale. Peccato che non se ne sia mai discusso da nessuna parte, per lo meno in Rifondazione comunista», dice. «Anzi, abbiamo sempre sostenuto, tutti, che la costruzione del soggetto unitario e plurale a sinistra va di pari passo con il mantenimento e il rafforzamento di Rifondazione comunista. Questa resta la posizione della grande maggioranza degli iscritti di Rifondazione, che non hanno nessuna intenzione di sciogliersi in un contenitore genericamente di sinistra». Ma non è finita. Le parole di Bertinotti ricevono l'accoglienza non cordialissima di Manuela Palermi, arcobaleno in quota comunisti italiani: «Quel che sarà la nuova formazione lo decideranno assieme, con pari dignità, senza improvvisazioni leaderistiche, i quattro partiti che ne fanno parte», dice. E quanto alla poca voglia di scioglimento, il suo partito notoriamente non è secondo a nessuno. «Il Pdci è il partito che rivendica, per oggi e per domani, la sua identità e la sua pratica comunista. Per questo considero praticabile una Confederazione all'interno della quale i quattro partiti mantengano la loro autonomia in una pratica unitaria». Un dibattito difficile, tanto a ridosso del voto. Certo, subito dopo le elezioni c'è, e Bertinotti lo ripete da mesi, la costruzione di una forza unitaria della sinistra arcobaleno. «Con chi ci sta», dice, che è come mettere in conto qualche possibile defezione. La condizione però è la vittoria elettorale. Battendo innanzitutto il pressing sul «voto utile» con cui da giorni il Pd martella, in direzione dell'elettorato di sinistra. Ieri, il terzo attacco da parte del partitone in quattro giorni. Dopo Walter Veltroni («Bertinotti ha segato Prodi»), Dario Franceschini («Bertinotti come Nader, ha fatto vincere Bush»), questa volta a prendersela con il candidato della sinistra, nella veste di presidente della camera, è stato Romano Prodi. Che si è levato un sassolino dalla scarpa, dei tanti che ne ha da almeno dieci anni. Mastella «ha tradito», ha detto in un retroscena ancora della Stampa. Ma il vero colpevole della caduta dell'ultimo esecutivo è «chi ha minato continuamente l'azione del governo, di chi ha fatto certe dichiarazioni istituzionalmente opinabili...». Poi ha smentito. «Fonti non controllate. Non commento». Ma solo nel pomeriggio avanzato. Troppo tardi per essere credibile.

giovedì 10 aprile 2008

Ci opporemo a qualunque intenzione di scioglimento di Rifondazione Comunista

di Claudio Grassi
su www.esserecomunisti.it del 08/04/2008

Dichiarazione alla stampa del sen. Claudio Grassi, Coordinatore nazionale Area Essere comunisti (PRC)

Che i comunisti diventino una tendenza culturale dentro la Sinistra Arcobaleno è una delle tante idee che sta esprimendo Bertinotti in questa campagna elettorale.Peccato che non se ne sia mai discusso da nessuna parte, per lo meno in Rifondazione comunista. Anzi, abbiamo sempre sostenuto – tutti – che la costruzione del soggetto unitario e plurale a sinistra va di pari passo con il mantenimento e il rafforzamento di Rifondazione comunista.Questa resta la posizione della grande maggioranza degli iscritti di Rifondazione, che non hanno nessuna intenzione di sciogliersi in un contenitore genericamente di sinistra.In ogni caso, subito dopo le elezioni, si dovrà tenere il congresso e quella sarà la sede per discutere del futuro del Prc. L'area Essere comunisti si batterà contro qualsiasi ipotesi di scioglimento di Rifondazione.

domenica 6 aprile 2008

BERTINOTTI DALLA RIFONDAZIONE COMUNISTA ALLA RIFONDAZIONE SOCIALISTA

di Leonardo Masella Esecutivo area Ernesto
su L'ERNESTO del 04/04/2008

CONGRESSO SUBITO DOPO LE ELEZIONI
Fausto Bertinotti e Gennaro Migliore rompono la moratoria del dibattito interno al Prc decisa per non danneggiare la campagna elettorale e affermano pubblicamente le loro posizioni, con dichiarazioni molto pesanti e gravi sia per il danno alla campagna elettorale che per il destino del Prc e del comunismo italiano.Bertinotti due giorni fa dichiara che “la questione di una forza socialista in Italia è un problema aperto, in questa campagna elettorale non ha una risposta soddisfacente… se la Sinistra Arcobaleno avrà successo dovrà aprire un discorso con i socialisti e la storia socialista”.Poiché la dichiarazione è ancora un po’ ambigua, ci pensa Gennaro Migliore, capogruppo alla Camera del Prc e yes-man dell’ex-presidente della Camera, a chiarire. Ieri candidamente e schiettamente annuncia che “La Sinistra – L’Arcobaleno” deve diventare un partito unico e che questo partito si potrebbe fare anche con lo Sdi di Boselli (e Craxi e De Michelis). C’è da ringraziare Bertinotti e Migliore, perché chiariscono finalmente (sia pure in campagna elettorale e quindi danneggiando l’esito del voto) qual è il loro progetto strategico che avevano finora tenuto più o meno nascosto: quello di costruire una forza socialista e riformista, compatibile con il sistema. Per questo hanno distrutto il Prc, con un processo di demolizione sistematica e scientifica di tutta la cultura politica comunista e antagonista, che si conclude con l’omologazione governista degli ultimi due anni, che ha dato il colpo finale.Dalla Rifondazione Comunista alla Rifondazione Socialista, appunto, come da tempo andiamo dicendo. A questo punto chiediamo a tutti gli iscritti del Prc e alle altre aree critiche: perché se Bertinotti può affermare tranquillamente che “la questione di una forza socialista in Italia è un problema aperto, in questa campagna elettorale non ha una risposta soddisfacente” e Migliore invita addirittura Boselli in un nuovo futuro partito socialista, noi non possiamo dire, contemporaneamente alla difesa e al rilancio del Prc e della rifondazione comunista, che se c’è una questione aperta in Italia questa è la questione di una forza comunista, come si vede proprio da questa campagna elettorale ?Non si può più andare avanti così. Dopo le elezioni, bisogna fare immediatamente il congresso interrotto e rinviato, dando finalmente la parola agli iscritti. Non si può più rinviare il chiarimento definitivo su queste due opzioni fondamentali: se si vuole fare un partito socialista e riformista o un partito comunista e antagonista al capitalismo.