Documento presentato da Giorgio Cremaschi e Dino Greco
La scelta di far precipitare sulla Cgil un documento rigido e immodificabile, se non al tavolo delle trattative con la controparte, chiedendo nella sostanza l’ennesimo voto di fiducia al segretario generale su di esso, è un atto di chiusura autoritaria che più di ogni altra cosa rappresenta la crisi di questa organizzazione.La Cgil non ha mai discusso di contrattazione, di contratti nazionali, di contratti aziendali, di modello contrattuale. Questo direttivo non ha mai fatto una discussione che davvero affrontasse il mestiere del sindacato in questi anni. All’improvviso si presenta l’organizzazione di fronte al fatto compiuto. Il documento delle segreterie unitarie è contemporaneamente ambiguo e pericoloso, si apre il negoziato nella condizione peggiore, in un quadro confuso, privo di riferimenti contrattuali, politici e culturali, sotto l’attacco della Confindustria. Con il rischio concreto che si concluda solo con un accordo a perdere.Il difetto di partenza che ha portato a questo passaggio profondamente negativo, è che non si è mai voluto analizzare l’andamento reale della contrattazione, fare un bilancio della concertazione. Bilancio che è profondamente negativo. Sono stati i grandi mezzi di comunicazione di massa a dirci che in Italia c’era una catastrofe salariale e che dovevamo fare qualcosa. Senonché quello che si fa va nella direzione opposta dell’aumento del salario e della solidarietà sociale.La catastrofe dei salari viene da lontano, dall’eliminazione traumatica della scala mobile, che serviva proprio a garantire una quota di salario certo ai più deboli, a tutte e a tutti coloro che non riuscivano a rinnovare in tempo utile contratti nazionali o aziendali. In aggiunta, con l’accordo del ’93, si è poi posto un tetto agli aumenti dei contratti nazionali, mettendoli così sempre un passo indietro rispetto alla tenuta del potere d’acquisto dei lavoratori. E’ bene ricordare che i due accordi separati del contratto dei metalmeccanici ci sono stati proprio di fronte al tentativo della Fiom di superare i tetti del ’93 e di rivendicare nel contratto nazionale una quota di produttività.Ora, invece che correggere gli aspetti negativi del 23 luglio, con il documento Cgil-Cisl-Uil li si accentua. I soldi non hanno tenuto il passo con l’inflazione e con i profitti non perché c’era troppo contratto nazionale, ma perché ce ne era troppo poco. Perché il contratto nazionale non aveva più in basso il sostegno della scala mobile, mentre subiva in alto la costrizione della gabbia della concertazione. Ora, invece che togliere la gabbia si vuol togliere il contratto nazionale, o almeno ridimensionarlo. Si dirà che nessuno vuole cancellare il contratto nazionale, esattamente come così si diceva quando è cominciato il processo di smantellamento della scala mobile. Purtroppo la logica è la stessa di allora.Se ci sediamo al tavolo accettando un’impostazione che dice che per guadagnare di più bisogna dare più produttività e questa la si deve recuperare in azienda, è inevitabile che si finisca per ridimensionare il già tenue ruolo del contratto nazionale a favore non della contrattazione aziendale, ma del salario individuale. Se poi si pensa che la contrattazione territoriale possa aumentare salari e poteri, coprendo i buchi vecchi e nuovi del contratto nazionale, allora le esperienze del contratto dei lavoratori agricoli e degli artigiani ci dicono che è vero esattamente il contrario e che la contrattazione territoriale verrà istituita solo se porterà alle gabbie salariali.Purtroppo c’è una coerenza in queste scelte, che nasce dalle decisioni sbagliate di questi anni. E’ per questo che sarebbe stato necessario confrontarsi tra ipotesi alternative. Che qui sintetizziamo in tre punti:1. la garanzia di un recupero salariale certo per una quota di salario di fronte all’inflazione,2. la liberazione dei contratti nazionali da ogni vincolo, facendo di essi lo strumento fondamentale per l’aumento delle retribuzioni reali, come deciso nel congresso,3. la liberazione della contrattazione aziendale dal vincolo esclusivo del rapporto con la produttività e la redditività, rilanciando davvero il confronto sull’organizzazione del lavoro, la professionalità, la salute e la sicurezza con una diffusa campagna di contrattazione articolata.La Cgil doveva compiere queste altre scelte se voleva uscire dall’angolo, ma non è questa la cosa più grave. Il fatto più grave è che queste scelte, che sono parte della cultura fondante dell’organizzazione, sono state semplicemente stralciate dal confronto. Si doveva avere il coraggio di presentare due ipotesi, quella del ridimensionamento e quella del rafforzamento del contratto nazionale, alla consultazione degli iscritti e dei lavoratori e magari chiedere proposte, modifiche, aggiunte. Si doveva costruire il confronto sul modello contrattuale esercitando la partecipazione. Avremmo bisogno di più democrazia e più partecipazione anche solo per realizzare gli obiettivi del documento Cgil-Cisl-Uil, e invece operiamo con metodi autoritari.Per queste ragioni non condividiamo il documento qui presentato e riteniamo necessario che nei luoghi di lavoro si svolga una consultazione vera e non un’informazione, con voto segreto già sulla piattaforma e che sia possibile aprire nella consultazione una dialettica fra posizioni diverse.
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lunedì 12 maggio 2008
Cgil-Cisl-Uil, contratti nazionali super-light. Montezemolo, «meglio tardi che mai». Tensione nella Fiom e nella Cgil
da La rinascita della sinistra 08/05/08
Cgil, Cisl e Uil hanno raggiunto l'intesa sulla riforma del modello contrattuale, dando un duro colpo al contratto nazionale fra la soddisfazione di Confindustria e lo strappo con la Fiom…
Riduzione del numero dei contratti (ora 400), introduzione degli accordi triennali, nuovi meccanismi per la definizione della rappresentanza, sono solo alcune delle modifiche introdotte, ma a far più discutere è il potenziamento del doppio livello di contrattazione. Infatti il contratto nazionale rimarrà (certo per i sindacati abolirlo del tutto sarebbe stato ingiustificabile davanti ai lavoratori) ma sarà “light”, estremamente modificabile.
Il livello contrattuale nazionale sarà, si legge nel testo approvato, «di sostegno e valorizzazione del potere d'acquisto per i lavoratori di una categoria», mentre sarà rafforzato il secondo livello di contrattazione, a livello aziendale e territoriale, incentrato sul salario e legato a parametri di produttività, qualità, redditività, efficienza ed efficacia.
Il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni, ha parlato di «un momento storico per il sindacato», «un sindacato più democratico», specifica il leader della Cgil, Guglielmo Epifani, e Luigi Angeletti, della Uil, annuncia l'apertura del confronto con gli imprenditori.Sì, proprio una svolta storica, ma del tutto negativa per Giorgio Cremaschi, segretario nazionale della Fiom, che parla di un possibile disastro sociale: «L'accordo porta ad abbassare il salario medio e a dare qualcosa di più a chi fatica di più e quindi ad aumentare il tasso di sfruttamento dei lavoratori».
Dopo il via libera da parte delle segreterie unitarie toccherà ai direttivi unitari di Cgil, Cisl e Uil convocati per il 12 maggio approvare l'ipotesi di riforma, ma dentro la Cgil si consuma una profonda lacerazione.
All'arrivo della notizia della sospensione dei dirigenti della Fiom milanese, Rinaldini ha abbandonato il direttivo nazionale della Cgil che si è svolto ieri sera. Il segretario generale della Fiom non ne parla apertamente, ma il tentativo di far fuori dal sindacato la parte più “scomoda”, quella che non condivide la riforma contrattuale e le ultime scelte del sindacato, appare evidente. Giorgio Cremaschi, segretario nazionale dei metalmeccanici, parla di «intimidazione politica, metodi e forme estranee alla cultura dell'organizzazione».
Soddisfatto dell'intesa raggiunta da Cgil, Cisl e Uil invece, e c'era d'aspettarselo, il presidente uscente di Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo che rimprovera ai sindacati solo la tempistica: «Meglio tardi che mai».
Montezemolo evidenzia tre aspetti positivi nella nuova piattaforma: la durata triennale dei contratti, l'apertura al secondo livello di contrattazione e la possibilità di «pagare di più chi vuole lavorare di più».
Insomma quello che Montezemolo non è riuscito a fare nei 4 anni alla guida di Confindustria lo hanno fatto ora i sindacati. Industriali ed imprenditori ringraziano.
Cgil, Cisl e Uil hanno raggiunto l'intesa sulla riforma del modello contrattuale, dando un duro colpo al contratto nazionale fra la soddisfazione di Confindustria e lo strappo con la Fiom…
Riduzione del numero dei contratti (ora 400), introduzione degli accordi triennali, nuovi meccanismi per la definizione della rappresentanza, sono solo alcune delle modifiche introdotte, ma a far più discutere è il potenziamento del doppio livello di contrattazione. Infatti il contratto nazionale rimarrà (certo per i sindacati abolirlo del tutto sarebbe stato ingiustificabile davanti ai lavoratori) ma sarà “light”, estremamente modificabile.
Il livello contrattuale nazionale sarà, si legge nel testo approvato, «di sostegno e valorizzazione del potere d'acquisto per i lavoratori di una categoria», mentre sarà rafforzato il secondo livello di contrattazione, a livello aziendale e territoriale, incentrato sul salario e legato a parametri di produttività, qualità, redditività, efficienza ed efficacia.
Il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni, ha parlato di «un momento storico per il sindacato», «un sindacato più democratico», specifica il leader della Cgil, Guglielmo Epifani, e Luigi Angeletti, della Uil, annuncia l'apertura del confronto con gli imprenditori.Sì, proprio una svolta storica, ma del tutto negativa per Giorgio Cremaschi, segretario nazionale della Fiom, che parla di un possibile disastro sociale: «L'accordo porta ad abbassare il salario medio e a dare qualcosa di più a chi fatica di più e quindi ad aumentare il tasso di sfruttamento dei lavoratori».
Dopo il via libera da parte delle segreterie unitarie toccherà ai direttivi unitari di Cgil, Cisl e Uil convocati per il 12 maggio approvare l'ipotesi di riforma, ma dentro la Cgil si consuma una profonda lacerazione.
All'arrivo della notizia della sospensione dei dirigenti della Fiom milanese, Rinaldini ha abbandonato il direttivo nazionale della Cgil che si è svolto ieri sera. Il segretario generale della Fiom non ne parla apertamente, ma il tentativo di far fuori dal sindacato la parte più “scomoda”, quella che non condivide la riforma contrattuale e le ultime scelte del sindacato, appare evidente. Giorgio Cremaschi, segretario nazionale dei metalmeccanici, parla di «intimidazione politica, metodi e forme estranee alla cultura dell'organizzazione».
Soddisfatto dell'intesa raggiunta da Cgil, Cisl e Uil invece, e c'era d'aspettarselo, il presidente uscente di Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo che rimprovera ai sindacati solo la tempistica: «Meglio tardi che mai».
Montezemolo evidenzia tre aspetti positivi nella nuova piattaforma: la durata triennale dei contratti, l'apertura al secondo livello di contrattazione e la possibilità di «pagare di più chi vuole lavorare di più».
Insomma quello che Montezemolo non è riuscito a fare nei 4 anni alla guida di Confindustria lo hanno fatto ora i sindacati. Industriali ed imprenditori ringraziano.
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sabato 3 maggio 2008
Lavorare di più, contrattare in azienda
di Sara Farolfi
su Il Manifesto del 01/05/2008
È pronto il testo sulla riforma del modello contrattuale. Segreterie unitarie di Cgil, Cisl e Uil la prossima settimana. Il contratto nazionale viene ridotto al «minimo», e gli aumenti salariali saranno da contrattare in azienda. Mentre Berlusconi prepara la detassazione secca degli straordinari
I sindacati accelerano sulla riforma del modello contrattuale. I tre segretari generali di Cgil, Cisl e Uil hanno definito e completato il testo comune che sarà alla base della discussione con Confindustria, oggi dovrebbero annunciarlo e già per l'inizio della settimana prossima sono previste le segreterie unitarie delle tre confederazioni. Guglielmo Epifani, alle prese con il dissenso interno della categoria dei metalmeccanici e delle aree programmatiche Lavoro e società e Rete 28 Aprile, ha scelto la strada dell'accelerazione. Su una materia, la contrattazione, che costituisce l'essenza stessa del sindacato. Il cambiamento è poderoso e deciderà delle politiche salariali (e non solo) per almeno il prossimo decennio. Con gli accordi del luglio 1993, le politiche contrattuali furono informate al principio della stabilità monetaria e al contenimento dell'inflazione. Allora l'obiettivo era l'ingresso in Europa, il pegno da pagare (dai soliti noti, naturalmente) fu quella moderazione salariale che ha portato i salari italiani ai livelli più bassi di tutta Europa. Oggi l'obiettivo è, accanto al miglioramento delle condizioni di reddito, «la competitività e produttività del nostro sistema imprenditoriale». Al contratto nazionale resta la difesa del potere d'acquisto, gli aumenti salariali saranno da contrattare in azienda (legati ai parametri della produttività, qualità, redditività, efficienza e efficacia). Ma la contrattazione di secondo livello, come hanno mostrato diverse ricerche (ultima quella del Censis), interessa una fetta piccola del sistema imprenditoriale. Di contrattazione territoriale - a cui oggi si richiamano i sindacati con le parole, Rsu in tutti i posti di lavoro - si parlava già nel '93 e, salvo pochi settori, del tutto inutilmente (del resto Emma Marcegaglia ha già parlato chiaro: per noi non esiste). Nella gran parte delle imprese italiane, che sono sotto i 10 dipendenti, non c'è neppure il sindacato. A questo si aggiunga l'offensiva berlusconiana che porterà sul tavolo del primo consiglio dei ministri la detassazione secca degli straordinari e di tutte le voci del salario variabile (premi e incentivi). Ossia l'allungamento di fatto dell'orario di lavoro ( per guadagnare di più bisogna lavorare di più ), che nelle intenzioni del nuovo governo non avrà alcun riferimento alla contrattazione aziendale. Puntando in questo modo al pieno dispiegarsi del rapporto individuale tra azienda e lavoratore. Il nuovo modello contrattuale I contratti (pubblici e privati), oggi divisi in un quadriennio normativo e due bienni economici, saranno triennalizzati. La difesa del potere d'acquisto viene ancorata al concetto di «inflazione realisticamente prevedibile». Nel '93 si chiamava «inflazione programmata», e il risultato (complice anche il costante ritardo nei rinnovi dei contratti nazionali) è sotto gli occhi di tutti. Per misurare l'inflazione, i sindacati pensano all'indice europeo (a cui andrebbe aggiunta la spesa per i mutui), oppure al deflattore nazionale dei consumi interni: la cosa sarà comunque oggetto della trattativa con le imprese (che non sembrano per la verità molto disponibili). Viene corretto anche quel passaggio del testo - da molti letto come un'apertura alla possibilità di deroghe - in cui si dice che «i contratti nazionali dovranno prevedere, in termini di alterità, la sede aziendale o territoriale». Gli aumenti salariali saranno relegati alla contrattazione di secondo livello - aziendale e territoriale (regionale, di filiera, comparto, distretto e sito). Per tutti i lavoratori scoperti, verrà definita a livello nazionale una sorta di «indennità di perequazione», come nell'ultimo contratto dei metalmeccanici. Decisive, vengono considerate in casa Cgil, le linee guida su democrazia e rappresentanza. I sindacati puntano sulla certificazione, e dunque sulla certezza, della rappresentanza. Il luogo deputato sarà il Cnel e la certificazione delle iscrizioni sarà fatta mediante l'Inps. Il modello somiglia a quello del pubblico impiego, anche se l'accordo sarà per via pattizia (tra le parti) e non per via legislativa. Per misurare la rappresentatività (quali organizzazioni sindacali siano ammesse alla contrattazione collettiva) sarà utilizzato un indice, che terrà conto del numero di iscritti, dei voti presi nelle elezioni delle Rsu e di quelli nei comitati di sorveglianza degli enti previdenziali. Nel testo siglato tra Epifani, Bonanni e Angeletti la soglia (che nel pubblico impiego è fissata al 5%) dovrebbe essere lasciata alla decisione delle singole categorie. Anche per l'approvazione degli accordi, sarà preservata l'autonomia delle categorie. Per gli accordi interconfederali il procedimento sarà invece quello seguito con il protocollo sul welfare: le segreterie unitarie sottoporranno l'ipotesi di accordo al voto dei direttivi unitari, i contenuti dell'accordo verranno illustrati ai lavoratori, e nella fase finale sottoposti a «consultazione certificata». Sembra invece finita in nulla la richiesta della Uil di una forma di validazione specifica anche per la proclamazione di scioperi. L'era berlusconiana Cgil, Cisl e Uil puntano ad arrivare al primo incontro con il governo con il testo condiviso. La contrattazione di secondo livello, chiedono, dovrebbe essere incentivata anche mediante sgravi contributivi (a cui si è dato corso con il protocollo sul pensioni e welfare). Berlusconi punta tutto per ora sulla detassazione degli straordinari e delle una tantum. Punta cioè, e non ne fa mistero, al rapporto individuale tra lavoratrice o lavoratore e datore di lavoro. La Cgil si è detta contraria a tali misure, ma il combinato disposto tra la riforma del modello contrattuale e le politiche berlusconiane lasceranno il segno. Sarà così possibile per i padroni aumentari i salari dei dipendenti, senza dovere ricorrere al contratto integrativo (imprenditori alla Della Valle o alla Riello ne saranno felici). E sarà persino possibile (lo ha notato anche Ichino) una nuova forma di evasione fiscale: per sottrarre ogni aumento retributivo all'aliquota Irpef, sarebbe sufficiente farlo passare come straordinario.
su Il Manifesto del 01/05/2008
È pronto il testo sulla riforma del modello contrattuale. Segreterie unitarie di Cgil, Cisl e Uil la prossima settimana. Il contratto nazionale viene ridotto al «minimo», e gli aumenti salariali saranno da contrattare in azienda. Mentre Berlusconi prepara la detassazione secca degli straordinari
I sindacati accelerano sulla riforma del modello contrattuale. I tre segretari generali di Cgil, Cisl e Uil hanno definito e completato il testo comune che sarà alla base della discussione con Confindustria, oggi dovrebbero annunciarlo e già per l'inizio della settimana prossima sono previste le segreterie unitarie delle tre confederazioni. Guglielmo Epifani, alle prese con il dissenso interno della categoria dei metalmeccanici e delle aree programmatiche Lavoro e società e Rete 28 Aprile, ha scelto la strada dell'accelerazione. Su una materia, la contrattazione, che costituisce l'essenza stessa del sindacato. Il cambiamento è poderoso e deciderà delle politiche salariali (e non solo) per almeno il prossimo decennio. Con gli accordi del luglio 1993, le politiche contrattuali furono informate al principio della stabilità monetaria e al contenimento dell'inflazione. Allora l'obiettivo era l'ingresso in Europa, il pegno da pagare (dai soliti noti, naturalmente) fu quella moderazione salariale che ha portato i salari italiani ai livelli più bassi di tutta Europa. Oggi l'obiettivo è, accanto al miglioramento delle condizioni di reddito, «la competitività e produttività del nostro sistema imprenditoriale». Al contratto nazionale resta la difesa del potere d'acquisto, gli aumenti salariali saranno da contrattare in azienda (legati ai parametri della produttività, qualità, redditività, efficienza e efficacia). Ma la contrattazione di secondo livello, come hanno mostrato diverse ricerche (ultima quella del Censis), interessa una fetta piccola del sistema imprenditoriale. Di contrattazione territoriale - a cui oggi si richiamano i sindacati con le parole, Rsu in tutti i posti di lavoro - si parlava già nel '93 e, salvo pochi settori, del tutto inutilmente (del resto Emma Marcegaglia ha già parlato chiaro: per noi non esiste). Nella gran parte delle imprese italiane, che sono sotto i 10 dipendenti, non c'è neppure il sindacato. A questo si aggiunga l'offensiva berlusconiana che porterà sul tavolo del primo consiglio dei ministri la detassazione secca degli straordinari e di tutte le voci del salario variabile (premi e incentivi). Ossia l'allungamento di fatto dell'orario di lavoro ( per guadagnare di più bisogna lavorare di più ), che nelle intenzioni del nuovo governo non avrà alcun riferimento alla contrattazione aziendale. Puntando in questo modo al pieno dispiegarsi del rapporto individuale tra azienda e lavoratore. Il nuovo modello contrattuale I contratti (pubblici e privati), oggi divisi in un quadriennio normativo e due bienni economici, saranno triennalizzati. La difesa del potere d'acquisto viene ancorata al concetto di «inflazione realisticamente prevedibile». Nel '93 si chiamava «inflazione programmata», e il risultato (complice anche il costante ritardo nei rinnovi dei contratti nazionali) è sotto gli occhi di tutti. Per misurare l'inflazione, i sindacati pensano all'indice europeo (a cui andrebbe aggiunta la spesa per i mutui), oppure al deflattore nazionale dei consumi interni: la cosa sarà comunque oggetto della trattativa con le imprese (che non sembrano per la verità molto disponibili). Viene corretto anche quel passaggio del testo - da molti letto come un'apertura alla possibilità di deroghe - in cui si dice che «i contratti nazionali dovranno prevedere, in termini di alterità, la sede aziendale o territoriale». Gli aumenti salariali saranno relegati alla contrattazione di secondo livello - aziendale e territoriale (regionale, di filiera, comparto, distretto e sito). Per tutti i lavoratori scoperti, verrà definita a livello nazionale una sorta di «indennità di perequazione», come nell'ultimo contratto dei metalmeccanici. Decisive, vengono considerate in casa Cgil, le linee guida su democrazia e rappresentanza. I sindacati puntano sulla certificazione, e dunque sulla certezza, della rappresentanza. Il luogo deputato sarà il Cnel e la certificazione delle iscrizioni sarà fatta mediante l'Inps. Il modello somiglia a quello del pubblico impiego, anche se l'accordo sarà per via pattizia (tra le parti) e non per via legislativa. Per misurare la rappresentatività (quali organizzazioni sindacali siano ammesse alla contrattazione collettiva) sarà utilizzato un indice, che terrà conto del numero di iscritti, dei voti presi nelle elezioni delle Rsu e di quelli nei comitati di sorveglianza degli enti previdenziali. Nel testo siglato tra Epifani, Bonanni e Angeletti la soglia (che nel pubblico impiego è fissata al 5%) dovrebbe essere lasciata alla decisione delle singole categorie. Anche per l'approvazione degli accordi, sarà preservata l'autonomia delle categorie. Per gli accordi interconfederali il procedimento sarà invece quello seguito con il protocollo sul welfare: le segreterie unitarie sottoporranno l'ipotesi di accordo al voto dei direttivi unitari, i contenuti dell'accordo verranno illustrati ai lavoratori, e nella fase finale sottoposti a «consultazione certificata». Sembra invece finita in nulla la richiesta della Uil di una forma di validazione specifica anche per la proclamazione di scioperi. L'era berlusconiana Cgil, Cisl e Uil puntano ad arrivare al primo incontro con il governo con il testo condiviso. La contrattazione di secondo livello, chiedono, dovrebbe essere incentivata anche mediante sgravi contributivi (a cui si è dato corso con il protocollo sul pensioni e welfare). Berlusconi punta tutto per ora sulla detassazione degli straordinari e delle una tantum. Punta cioè, e non ne fa mistero, al rapporto individuale tra lavoratrice o lavoratore e datore di lavoro. La Cgil si è detta contraria a tali misure, ma il combinato disposto tra la riforma del modello contrattuale e le politiche berlusconiane lasceranno il segno. Sarà così possibile per i padroni aumentari i salari dei dipendenti, senza dovere ricorrere al contratto integrativo (imprenditori alla Della Valle o alla Riello ne saranno felici). E sarà persino possibile (lo ha notato anche Ichino) una nuova forma di evasione fiscale: per sottrarre ogni aumento retributivo all'aliquota Irpef, sarebbe sufficiente farlo passare come straordinario.
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giovedì 1 maggio 2008
L’effetto negativo di questa sconfitta si ripercuote anche su tutte e tutti coloro che l’avevano presentita e annunciata
di Giorgio Cremaschi (Coordinatore Rete 28 aprile della Cgil)
su contropiano.org del 24/04/08
Il 24 aprile si riunisce il Gruppo nazionale di continuità della Rete per discutere della situazione sindacale dopo le elezioni e dell’iniziativa della Rete.
Le reazioni della Confindustria al voto, la campagna contro la casta sindacale, sono il segnale che il 13 e 14 aprile non c’è stata solo la sconfitta del governo Prodi e della sinistra, ma anche quella del sindacato confederale. Naturalmente questo fatto verrà negato in tutti i modi, non solo da Cisl e Uil, che in fondo possono vantare una coerenza di comportamenti moderati rispetto a Prodi e Berlusconi. Ma anche dalla Cgil, che ha investito tutto, nel proprio ultimo congresso, sul patto di legislatura con il governo Prodi e ora si trova senza patto e in un’altra legislatura dominata dalla destra.
Diciamo subito che è per questa ragione, perché è stato il gruppo dirigente stesso della Cgil a investire due anni fa l’azione sindacale nel rapporto con il governo, che è indispensabile un congresso che democraticamente verifichi il fallimento di una linea sindacale e ponga l’alternativa o le alternative ad essa. E’ chiaro che cosa è in campo. La riduzione del peso del contratto nazionale fino alla sua progressiva scomparsa. E’ singolare che proprio in questi giorni l’Istat scopra le differenze di prezzi tra Nord e Sud e, in perfetta sintonia, rappresentanti del centrosinistra e della Lega Nord parlino di gabbie salariali. Un po’ più a sinistra quelli della Lega, che parlano anche di rilancio di una forma di scala mobile.
Montezemolo rilancia gli accordi separati, anche per acquisire prestigio di fronte alla nuova maggioranza e per coprire i problemi della Fiat. Intanto l’effetto valanga del voto, come sempre avviene in questi casi, fa scoprire ai grandi giornali la crisi del sindacato, la burocrazia e la casta dei sindacalisti.
E’ chiaro che in questo quadro si prepara un nuovo Patto per l’Italia, con l’obiettivo esplicito che questa volta anche la Cgil sottoscriva l’intesa. Gli accordi degli ultimi due anni aprono la via a un’intesa quadro nella quale si flessibilizza definitivamente il salario e le condizioni di lavoro sono sottoposte allo scambio salario-produttività.
La Cgil in questi ultimi anni si è troppo esposta su un terreno moderato, per poter tranquillamente tornare a un ruolo di opposizione sociale e di riferimento culturale e politico per chi contrasta la svolta a destra del paese. Il richiamo al sindacato a fare solo il suo mestiere, in questo contesto, cambia di segno e diventa la regressione verso il corporativismo e l’aziendalismo, il passaggio dalla logica del governo amico a quella per cui tutti i governi sono potenzialmente amici.
Il problema fondamentale è che l’effetto negativo di questa sconfitta si ripercuote anche su tutte e tutti coloro che l’avevano presentita e, invano, annunciata. Quello che è avvenuto era stato già annunciato dai fischi a Mirafiori, il 7 dicembre 2006. Abbiamo urlato in tutte le direzioni dove si andava, non siamo stati ascoltati e ora, paradossalmente, chi ha ignorato tutti questi segnali e avvisi, si prepara a far finta di niente.
Nell’assemblea della Rete28Aprile del 14 marzo avevamo lanciato la proposta della costruzione di un’opposizione nella Cgil, come parte dell’opposizione all’attacco ai diritti alla contrattazione al salario. Come parte della lotta per cambiare le condizioni di lavoro. Questa linea è oggi ancora più necessaria e pone sulle spalle della piccola struttura della Rete, che ha conquistato grande credibilità per aver detto le cose giuste al momento giusto, enormi responsabilità.
Per questo, mentre ci prepariamo a chiedere con determinazione il congresso anticipato della Cgil, dobbiamo organizzare, come avevamo previsto nell’assemblea di Milano, il percorso della Rete teso ad organizzare l’opposizione che, a questo punto con maggiore chiarezza, non sarà solo rispetto agli slittamenti moderati del sindacato, ma anche alle politiche economiche e sociali che si preparano con il governo Berlusconi e con l’offensiva della Confindustria contro la contrattazione sindacale. Nel costruire questa opposizione, però, non intendiamo schierarci a difesa del sindacato così com’è. I giornali che oggi parlano di casta sindacale, quasi tutti vicini al centrosinistra, lo fanno con l’intento di costringere il sindacato a un passo indietro proprio sul terreno della contrattazione e della difesa dei diritti. In un certo senso ciò che si propone a Cgil, Cisl, Uil è un ulteriore scambio: rinunciare definitivamente a una contrattazione conflittuale, in cambio del mantenimento dei Caaf, dei distacchi, delle quote riservate, dei finanziamenti indiretti. Per questo dobbiamo raccogliere la sfida sul terreno della democrazia sindacale e svelare il segno sociale dell’operazione. Chi oggi aggredisce dalle colonne del Corriere della Sera o di Repubblica la casta sindacale, non lo fa perché improvvisamente è colpito dall’esigenza di democrazia e rinnovamento dei grandi sindacati, ma perché vuole ridimensionare in senso liberista contratti e diritti, compreso quello di sciopero. Non dobbiamo però dimenticare che la burocratizzazione dei sindacati, il loro distacco dalla realtà di tante condizioni del lavoro è un fatto reale e, pertanto, la risposta a questa offensiva sta nel rilanciare, accanto alla difesa dei diritti dei lavoratori, la necessità di una vera riforma democratica del sindacato.
Su tutti questi temi intendiamo avviare il percorso della Rete nelle prossime settimane, con l’organizzazione della Rete28Aprile, così come avevamo deciso, in maniera formale e visibile nei territori e nelle categorie. Vogliamo quindi proporre un percorso nel quale Rete28Aprile si presenta a tutti coloro che vogliono organizzare l’opposizione, la difesa dei diritti, la democrazia sindacale. Occorre quindi uno straordinario sforzo politico e organizzativo perché nei prossimi mesi in tutte le principali categorie, in tutte le province, sia visibile e presente la voce e la proposta della Rete28Aprile.
su contropiano.org del 24/04/08
Il 24 aprile si riunisce il Gruppo nazionale di continuità della Rete per discutere della situazione sindacale dopo le elezioni e dell’iniziativa della Rete.
Le reazioni della Confindustria al voto, la campagna contro la casta sindacale, sono il segnale che il 13 e 14 aprile non c’è stata solo la sconfitta del governo Prodi e della sinistra, ma anche quella del sindacato confederale. Naturalmente questo fatto verrà negato in tutti i modi, non solo da Cisl e Uil, che in fondo possono vantare una coerenza di comportamenti moderati rispetto a Prodi e Berlusconi. Ma anche dalla Cgil, che ha investito tutto, nel proprio ultimo congresso, sul patto di legislatura con il governo Prodi e ora si trova senza patto e in un’altra legislatura dominata dalla destra.
Diciamo subito che è per questa ragione, perché è stato il gruppo dirigente stesso della Cgil a investire due anni fa l’azione sindacale nel rapporto con il governo, che è indispensabile un congresso che democraticamente verifichi il fallimento di una linea sindacale e ponga l’alternativa o le alternative ad essa. E’ chiaro che cosa è in campo. La riduzione del peso del contratto nazionale fino alla sua progressiva scomparsa. E’ singolare che proprio in questi giorni l’Istat scopra le differenze di prezzi tra Nord e Sud e, in perfetta sintonia, rappresentanti del centrosinistra e della Lega Nord parlino di gabbie salariali. Un po’ più a sinistra quelli della Lega, che parlano anche di rilancio di una forma di scala mobile.
Montezemolo rilancia gli accordi separati, anche per acquisire prestigio di fronte alla nuova maggioranza e per coprire i problemi della Fiat. Intanto l’effetto valanga del voto, come sempre avviene in questi casi, fa scoprire ai grandi giornali la crisi del sindacato, la burocrazia e la casta dei sindacalisti.
E’ chiaro che in questo quadro si prepara un nuovo Patto per l’Italia, con l’obiettivo esplicito che questa volta anche la Cgil sottoscriva l’intesa. Gli accordi degli ultimi due anni aprono la via a un’intesa quadro nella quale si flessibilizza definitivamente il salario e le condizioni di lavoro sono sottoposte allo scambio salario-produttività.
La Cgil in questi ultimi anni si è troppo esposta su un terreno moderato, per poter tranquillamente tornare a un ruolo di opposizione sociale e di riferimento culturale e politico per chi contrasta la svolta a destra del paese. Il richiamo al sindacato a fare solo il suo mestiere, in questo contesto, cambia di segno e diventa la regressione verso il corporativismo e l’aziendalismo, il passaggio dalla logica del governo amico a quella per cui tutti i governi sono potenzialmente amici.
Il problema fondamentale è che l’effetto negativo di questa sconfitta si ripercuote anche su tutte e tutti coloro che l’avevano presentita e, invano, annunciata. Quello che è avvenuto era stato già annunciato dai fischi a Mirafiori, il 7 dicembre 2006. Abbiamo urlato in tutte le direzioni dove si andava, non siamo stati ascoltati e ora, paradossalmente, chi ha ignorato tutti questi segnali e avvisi, si prepara a far finta di niente.
Nell’assemblea della Rete28Aprile del 14 marzo avevamo lanciato la proposta della costruzione di un’opposizione nella Cgil, come parte dell’opposizione all’attacco ai diritti alla contrattazione al salario. Come parte della lotta per cambiare le condizioni di lavoro. Questa linea è oggi ancora più necessaria e pone sulle spalle della piccola struttura della Rete, che ha conquistato grande credibilità per aver detto le cose giuste al momento giusto, enormi responsabilità.
Per questo, mentre ci prepariamo a chiedere con determinazione il congresso anticipato della Cgil, dobbiamo organizzare, come avevamo previsto nell’assemblea di Milano, il percorso della Rete teso ad organizzare l’opposizione che, a questo punto con maggiore chiarezza, non sarà solo rispetto agli slittamenti moderati del sindacato, ma anche alle politiche economiche e sociali che si preparano con il governo Berlusconi e con l’offensiva della Confindustria contro la contrattazione sindacale. Nel costruire questa opposizione, però, non intendiamo schierarci a difesa del sindacato così com’è. I giornali che oggi parlano di casta sindacale, quasi tutti vicini al centrosinistra, lo fanno con l’intento di costringere il sindacato a un passo indietro proprio sul terreno della contrattazione e della difesa dei diritti. In un certo senso ciò che si propone a Cgil, Cisl, Uil è un ulteriore scambio: rinunciare definitivamente a una contrattazione conflittuale, in cambio del mantenimento dei Caaf, dei distacchi, delle quote riservate, dei finanziamenti indiretti. Per questo dobbiamo raccogliere la sfida sul terreno della democrazia sindacale e svelare il segno sociale dell’operazione. Chi oggi aggredisce dalle colonne del Corriere della Sera o di Repubblica la casta sindacale, non lo fa perché improvvisamente è colpito dall’esigenza di democrazia e rinnovamento dei grandi sindacati, ma perché vuole ridimensionare in senso liberista contratti e diritti, compreso quello di sciopero. Non dobbiamo però dimenticare che la burocratizzazione dei sindacati, il loro distacco dalla realtà di tante condizioni del lavoro è un fatto reale e, pertanto, la risposta a questa offensiva sta nel rilanciare, accanto alla difesa dei diritti dei lavoratori, la necessità di una vera riforma democratica del sindacato.
Su tutti questi temi intendiamo avviare il percorso della Rete nelle prossime settimane, con l’organizzazione della Rete28Aprile, così come avevamo deciso, in maniera formale e visibile nei territori e nelle categorie. Vogliamo quindi proporre un percorso nel quale Rete28Aprile si presenta a tutti coloro che vogliono organizzare l’opposizione, la difesa dei diritti, la democrazia sindacale. Occorre quindi uno straordinario sforzo politico e organizzativo perché nei prossimi mesi in tutte le principali categorie, in tutte le province, sia visibile e presente la voce e la proposta della Rete28Aprile.
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