di Sara Farolfi
su Il Manifesto del 01/05/2008
È pronto il testo sulla riforma del modello contrattuale. Segreterie unitarie di Cgil, Cisl e Uil la prossima settimana. Il contratto nazionale viene ridotto al «minimo», e gli aumenti salariali saranno da contrattare in azienda. Mentre Berlusconi prepara la detassazione secca degli straordinari
I sindacati accelerano sulla riforma del modello contrattuale. I tre segretari generali di Cgil, Cisl e Uil hanno definito e completato il testo comune che sarà alla base della discussione con Confindustria, oggi dovrebbero annunciarlo e già per l'inizio della settimana prossima sono previste le segreterie unitarie delle tre confederazioni. Guglielmo Epifani, alle prese con il dissenso interno della categoria dei metalmeccanici e delle aree programmatiche Lavoro e società e Rete 28 Aprile, ha scelto la strada dell'accelerazione. Su una materia, la contrattazione, che costituisce l'essenza stessa del sindacato. Il cambiamento è poderoso e deciderà delle politiche salariali (e non solo) per almeno il prossimo decennio. Con gli accordi del luglio 1993, le politiche contrattuali furono informate al principio della stabilità monetaria e al contenimento dell'inflazione. Allora l'obiettivo era l'ingresso in Europa, il pegno da pagare (dai soliti noti, naturalmente) fu quella moderazione salariale che ha portato i salari italiani ai livelli più bassi di tutta Europa. Oggi l'obiettivo è, accanto al miglioramento delle condizioni di reddito, «la competitività e produttività del nostro sistema imprenditoriale». Al contratto nazionale resta la difesa del potere d'acquisto, gli aumenti salariali saranno da contrattare in azienda (legati ai parametri della produttività, qualità, redditività, efficienza e efficacia). Ma la contrattazione di secondo livello, come hanno mostrato diverse ricerche (ultima quella del Censis), interessa una fetta piccola del sistema imprenditoriale. Di contrattazione territoriale - a cui oggi si richiamano i sindacati con le parole, Rsu in tutti i posti di lavoro - si parlava già nel '93 e, salvo pochi settori, del tutto inutilmente (del resto Emma Marcegaglia ha già parlato chiaro: per noi non esiste). Nella gran parte delle imprese italiane, che sono sotto i 10 dipendenti, non c'è neppure il sindacato. A questo si aggiunga l'offensiva berlusconiana che porterà sul tavolo del primo consiglio dei ministri la detassazione secca degli straordinari e di tutte le voci del salario variabile (premi e incentivi). Ossia l'allungamento di fatto dell'orario di lavoro ( per guadagnare di più bisogna lavorare di più ), che nelle intenzioni del nuovo governo non avrà alcun riferimento alla contrattazione aziendale. Puntando in questo modo al pieno dispiegarsi del rapporto individuale tra azienda e lavoratore. Il nuovo modello contrattuale I contratti (pubblici e privati), oggi divisi in un quadriennio normativo e due bienni economici, saranno triennalizzati. La difesa del potere d'acquisto viene ancorata al concetto di «inflazione realisticamente prevedibile». Nel '93 si chiamava «inflazione programmata», e il risultato (complice anche il costante ritardo nei rinnovi dei contratti nazionali) è sotto gli occhi di tutti. Per misurare l'inflazione, i sindacati pensano all'indice europeo (a cui andrebbe aggiunta la spesa per i mutui), oppure al deflattore nazionale dei consumi interni: la cosa sarà comunque oggetto della trattativa con le imprese (che non sembrano per la verità molto disponibili). Viene corretto anche quel passaggio del testo - da molti letto come un'apertura alla possibilità di deroghe - in cui si dice che «i contratti nazionali dovranno prevedere, in termini di alterità, la sede aziendale o territoriale». Gli aumenti salariali saranno relegati alla contrattazione di secondo livello - aziendale e territoriale (regionale, di filiera, comparto, distretto e sito). Per tutti i lavoratori scoperti, verrà definita a livello nazionale una sorta di «indennità di perequazione», come nell'ultimo contratto dei metalmeccanici. Decisive, vengono considerate in casa Cgil, le linee guida su democrazia e rappresentanza. I sindacati puntano sulla certificazione, e dunque sulla certezza, della rappresentanza. Il luogo deputato sarà il Cnel e la certificazione delle iscrizioni sarà fatta mediante l'Inps. Il modello somiglia a quello del pubblico impiego, anche se l'accordo sarà per via pattizia (tra le parti) e non per via legislativa. Per misurare la rappresentatività (quali organizzazioni sindacali siano ammesse alla contrattazione collettiva) sarà utilizzato un indice, che terrà conto del numero di iscritti, dei voti presi nelle elezioni delle Rsu e di quelli nei comitati di sorveglianza degli enti previdenziali. Nel testo siglato tra Epifani, Bonanni e Angeletti la soglia (che nel pubblico impiego è fissata al 5%) dovrebbe essere lasciata alla decisione delle singole categorie. Anche per l'approvazione degli accordi, sarà preservata l'autonomia delle categorie. Per gli accordi interconfederali il procedimento sarà invece quello seguito con il protocollo sul welfare: le segreterie unitarie sottoporranno l'ipotesi di accordo al voto dei direttivi unitari, i contenuti dell'accordo verranno illustrati ai lavoratori, e nella fase finale sottoposti a «consultazione certificata». Sembra invece finita in nulla la richiesta della Uil di una forma di validazione specifica anche per la proclamazione di scioperi. L'era berlusconiana Cgil, Cisl e Uil puntano ad arrivare al primo incontro con il governo con il testo condiviso. La contrattazione di secondo livello, chiedono, dovrebbe essere incentivata anche mediante sgravi contributivi (a cui si è dato corso con il protocollo sul pensioni e welfare). Berlusconi punta tutto per ora sulla detassazione degli straordinari e delle una tantum. Punta cioè, e non ne fa mistero, al rapporto individuale tra lavoratrice o lavoratore e datore di lavoro. La Cgil si è detta contraria a tali misure, ma il combinato disposto tra la riforma del modello contrattuale e le politiche berlusconiane lasceranno il segno. Sarà così possibile per i padroni aumentari i salari dei dipendenti, senza dovere ricorrere al contratto integrativo (imprenditori alla Della Valle o alla Riello ne saranno felici). E sarà persino possibile (lo ha notato anche Ichino) una nuova forma di evasione fiscale: per sottrarre ogni aumento retributivo all'aliquota Irpef, sarebbe sufficiente farlo passare come straordinario.
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sabato 3 maggio 2008
giovedì 1 maggio 2008
L’effetto negativo di questa sconfitta si ripercuote anche su tutte e tutti coloro che l’avevano presentita e annunciata
di Giorgio Cremaschi (Coordinatore Rete 28 aprile della Cgil)
su contropiano.org del 24/04/08
Il 24 aprile si riunisce il Gruppo nazionale di continuità della Rete per discutere della situazione sindacale dopo le elezioni e dell’iniziativa della Rete.
Le reazioni della Confindustria al voto, la campagna contro la casta sindacale, sono il segnale che il 13 e 14 aprile non c’è stata solo la sconfitta del governo Prodi e della sinistra, ma anche quella del sindacato confederale. Naturalmente questo fatto verrà negato in tutti i modi, non solo da Cisl e Uil, che in fondo possono vantare una coerenza di comportamenti moderati rispetto a Prodi e Berlusconi. Ma anche dalla Cgil, che ha investito tutto, nel proprio ultimo congresso, sul patto di legislatura con il governo Prodi e ora si trova senza patto e in un’altra legislatura dominata dalla destra.
Diciamo subito che è per questa ragione, perché è stato il gruppo dirigente stesso della Cgil a investire due anni fa l’azione sindacale nel rapporto con il governo, che è indispensabile un congresso che democraticamente verifichi il fallimento di una linea sindacale e ponga l’alternativa o le alternative ad essa. E’ chiaro che cosa è in campo. La riduzione del peso del contratto nazionale fino alla sua progressiva scomparsa. E’ singolare che proprio in questi giorni l’Istat scopra le differenze di prezzi tra Nord e Sud e, in perfetta sintonia, rappresentanti del centrosinistra e della Lega Nord parlino di gabbie salariali. Un po’ più a sinistra quelli della Lega, che parlano anche di rilancio di una forma di scala mobile.
Montezemolo rilancia gli accordi separati, anche per acquisire prestigio di fronte alla nuova maggioranza e per coprire i problemi della Fiat. Intanto l’effetto valanga del voto, come sempre avviene in questi casi, fa scoprire ai grandi giornali la crisi del sindacato, la burocrazia e la casta dei sindacalisti.
E’ chiaro che in questo quadro si prepara un nuovo Patto per l’Italia, con l’obiettivo esplicito che questa volta anche la Cgil sottoscriva l’intesa. Gli accordi degli ultimi due anni aprono la via a un’intesa quadro nella quale si flessibilizza definitivamente il salario e le condizioni di lavoro sono sottoposte allo scambio salario-produttività.
La Cgil in questi ultimi anni si è troppo esposta su un terreno moderato, per poter tranquillamente tornare a un ruolo di opposizione sociale e di riferimento culturale e politico per chi contrasta la svolta a destra del paese. Il richiamo al sindacato a fare solo il suo mestiere, in questo contesto, cambia di segno e diventa la regressione verso il corporativismo e l’aziendalismo, il passaggio dalla logica del governo amico a quella per cui tutti i governi sono potenzialmente amici.
Il problema fondamentale è che l’effetto negativo di questa sconfitta si ripercuote anche su tutte e tutti coloro che l’avevano presentita e, invano, annunciata. Quello che è avvenuto era stato già annunciato dai fischi a Mirafiori, il 7 dicembre 2006. Abbiamo urlato in tutte le direzioni dove si andava, non siamo stati ascoltati e ora, paradossalmente, chi ha ignorato tutti questi segnali e avvisi, si prepara a far finta di niente.
Nell’assemblea della Rete28Aprile del 14 marzo avevamo lanciato la proposta della costruzione di un’opposizione nella Cgil, come parte dell’opposizione all’attacco ai diritti alla contrattazione al salario. Come parte della lotta per cambiare le condizioni di lavoro. Questa linea è oggi ancora più necessaria e pone sulle spalle della piccola struttura della Rete, che ha conquistato grande credibilità per aver detto le cose giuste al momento giusto, enormi responsabilità.
Per questo, mentre ci prepariamo a chiedere con determinazione il congresso anticipato della Cgil, dobbiamo organizzare, come avevamo previsto nell’assemblea di Milano, il percorso della Rete teso ad organizzare l’opposizione che, a questo punto con maggiore chiarezza, non sarà solo rispetto agli slittamenti moderati del sindacato, ma anche alle politiche economiche e sociali che si preparano con il governo Berlusconi e con l’offensiva della Confindustria contro la contrattazione sindacale. Nel costruire questa opposizione, però, non intendiamo schierarci a difesa del sindacato così com’è. I giornali che oggi parlano di casta sindacale, quasi tutti vicini al centrosinistra, lo fanno con l’intento di costringere il sindacato a un passo indietro proprio sul terreno della contrattazione e della difesa dei diritti. In un certo senso ciò che si propone a Cgil, Cisl, Uil è un ulteriore scambio: rinunciare definitivamente a una contrattazione conflittuale, in cambio del mantenimento dei Caaf, dei distacchi, delle quote riservate, dei finanziamenti indiretti. Per questo dobbiamo raccogliere la sfida sul terreno della democrazia sindacale e svelare il segno sociale dell’operazione. Chi oggi aggredisce dalle colonne del Corriere della Sera o di Repubblica la casta sindacale, non lo fa perché improvvisamente è colpito dall’esigenza di democrazia e rinnovamento dei grandi sindacati, ma perché vuole ridimensionare in senso liberista contratti e diritti, compreso quello di sciopero. Non dobbiamo però dimenticare che la burocratizzazione dei sindacati, il loro distacco dalla realtà di tante condizioni del lavoro è un fatto reale e, pertanto, la risposta a questa offensiva sta nel rilanciare, accanto alla difesa dei diritti dei lavoratori, la necessità di una vera riforma democratica del sindacato.
Su tutti questi temi intendiamo avviare il percorso della Rete nelle prossime settimane, con l’organizzazione della Rete28Aprile, così come avevamo deciso, in maniera formale e visibile nei territori e nelle categorie. Vogliamo quindi proporre un percorso nel quale Rete28Aprile si presenta a tutti coloro che vogliono organizzare l’opposizione, la difesa dei diritti, la democrazia sindacale. Occorre quindi uno straordinario sforzo politico e organizzativo perché nei prossimi mesi in tutte le principali categorie, in tutte le province, sia visibile e presente la voce e la proposta della Rete28Aprile.
su contropiano.org del 24/04/08
Il 24 aprile si riunisce il Gruppo nazionale di continuità della Rete per discutere della situazione sindacale dopo le elezioni e dell’iniziativa della Rete.
Le reazioni della Confindustria al voto, la campagna contro la casta sindacale, sono il segnale che il 13 e 14 aprile non c’è stata solo la sconfitta del governo Prodi e della sinistra, ma anche quella del sindacato confederale. Naturalmente questo fatto verrà negato in tutti i modi, non solo da Cisl e Uil, che in fondo possono vantare una coerenza di comportamenti moderati rispetto a Prodi e Berlusconi. Ma anche dalla Cgil, che ha investito tutto, nel proprio ultimo congresso, sul patto di legislatura con il governo Prodi e ora si trova senza patto e in un’altra legislatura dominata dalla destra.
Diciamo subito che è per questa ragione, perché è stato il gruppo dirigente stesso della Cgil a investire due anni fa l’azione sindacale nel rapporto con il governo, che è indispensabile un congresso che democraticamente verifichi il fallimento di una linea sindacale e ponga l’alternativa o le alternative ad essa. E’ chiaro che cosa è in campo. La riduzione del peso del contratto nazionale fino alla sua progressiva scomparsa. E’ singolare che proprio in questi giorni l’Istat scopra le differenze di prezzi tra Nord e Sud e, in perfetta sintonia, rappresentanti del centrosinistra e della Lega Nord parlino di gabbie salariali. Un po’ più a sinistra quelli della Lega, che parlano anche di rilancio di una forma di scala mobile.
Montezemolo rilancia gli accordi separati, anche per acquisire prestigio di fronte alla nuova maggioranza e per coprire i problemi della Fiat. Intanto l’effetto valanga del voto, come sempre avviene in questi casi, fa scoprire ai grandi giornali la crisi del sindacato, la burocrazia e la casta dei sindacalisti.
E’ chiaro che in questo quadro si prepara un nuovo Patto per l’Italia, con l’obiettivo esplicito che questa volta anche la Cgil sottoscriva l’intesa. Gli accordi degli ultimi due anni aprono la via a un’intesa quadro nella quale si flessibilizza definitivamente il salario e le condizioni di lavoro sono sottoposte allo scambio salario-produttività.
La Cgil in questi ultimi anni si è troppo esposta su un terreno moderato, per poter tranquillamente tornare a un ruolo di opposizione sociale e di riferimento culturale e politico per chi contrasta la svolta a destra del paese. Il richiamo al sindacato a fare solo il suo mestiere, in questo contesto, cambia di segno e diventa la regressione verso il corporativismo e l’aziendalismo, il passaggio dalla logica del governo amico a quella per cui tutti i governi sono potenzialmente amici.
Il problema fondamentale è che l’effetto negativo di questa sconfitta si ripercuote anche su tutte e tutti coloro che l’avevano presentita e, invano, annunciata. Quello che è avvenuto era stato già annunciato dai fischi a Mirafiori, il 7 dicembre 2006. Abbiamo urlato in tutte le direzioni dove si andava, non siamo stati ascoltati e ora, paradossalmente, chi ha ignorato tutti questi segnali e avvisi, si prepara a far finta di niente.
Nell’assemblea della Rete28Aprile del 14 marzo avevamo lanciato la proposta della costruzione di un’opposizione nella Cgil, come parte dell’opposizione all’attacco ai diritti alla contrattazione al salario. Come parte della lotta per cambiare le condizioni di lavoro. Questa linea è oggi ancora più necessaria e pone sulle spalle della piccola struttura della Rete, che ha conquistato grande credibilità per aver detto le cose giuste al momento giusto, enormi responsabilità.
Per questo, mentre ci prepariamo a chiedere con determinazione il congresso anticipato della Cgil, dobbiamo organizzare, come avevamo previsto nell’assemblea di Milano, il percorso della Rete teso ad organizzare l’opposizione che, a questo punto con maggiore chiarezza, non sarà solo rispetto agli slittamenti moderati del sindacato, ma anche alle politiche economiche e sociali che si preparano con il governo Berlusconi e con l’offensiva della Confindustria contro la contrattazione sindacale. Nel costruire questa opposizione, però, non intendiamo schierarci a difesa del sindacato così com’è. I giornali che oggi parlano di casta sindacale, quasi tutti vicini al centrosinistra, lo fanno con l’intento di costringere il sindacato a un passo indietro proprio sul terreno della contrattazione e della difesa dei diritti. In un certo senso ciò che si propone a Cgil, Cisl, Uil è un ulteriore scambio: rinunciare definitivamente a una contrattazione conflittuale, in cambio del mantenimento dei Caaf, dei distacchi, delle quote riservate, dei finanziamenti indiretti. Per questo dobbiamo raccogliere la sfida sul terreno della democrazia sindacale e svelare il segno sociale dell’operazione. Chi oggi aggredisce dalle colonne del Corriere della Sera o di Repubblica la casta sindacale, non lo fa perché improvvisamente è colpito dall’esigenza di democrazia e rinnovamento dei grandi sindacati, ma perché vuole ridimensionare in senso liberista contratti e diritti, compreso quello di sciopero. Non dobbiamo però dimenticare che la burocratizzazione dei sindacati, il loro distacco dalla realtà di tante condizioni del lavoro è un fatto reale e, pertanto, la risposta a questa offensiva sta nel rilanciare, accanto alla difesa dei diritti dei lavoratori, la necessità di una vera riforma democratica del sindacato.
Su tutti questi temi intendiamo avviare il percorso della Rete nelle prossime settimane, con l’organizzazione della Rete28Aprile, così come avevamo deciso, in maniera formale e visibile nei territori e nelle categorie. Vogliamo quindi proporre un percorso nel quale Rete28Aprile si presenta a tutti coloro che vogliono organizzare l’opposizione, la difesa dei diritti, la democrazia sindacale. Occorre quindi uno straordinario sforzo politico e organizzativo perché nei prossimi mesi in tutte le principali categorie, in tutte le province, sia visibile e presente la voce e la proposta della Rete28Aprile.
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