mercoledì 16 aprile 2008

SINISTRA ARCOBALENO, UN DISASTRO ANNUNCIATO

di Stefano Franchi, segreteria PRC di Bologna

I risultati elettorali lasciano sgomenti.
Dopo soli due anni di Governo Prodi l’Italia è stata riconsegnata alla destra e a Silvio Berlusconi. Forza Italia e An aumentano i consensi, la Lega Nord – forza razzista e reazionaria – gode di un grande consenso popolare in regioni importanti. Lo stesso risultato della destra sociale è preoccupante. Un malessere sociale che fino a ieri guardava un partito come rifondazione comunista, oggi ha scelto formazioni di destra o l’astensione.
Per la prima volta da quando è nata la Repubblica italiana - come sottolineano diversi quotidiani - i comunisti non avranno nessuna rappresentanza parlamentare, e con essi l’intera sinistra. Un dato che parla anche del futuro: senza comunisti non c’è la sinistra e chi ha voluto ostinatamente cancellare in queste elezioni un’autonoma presenza dei comunisti ha portato l’intera sinistra al disastro. Per l’ironia della sorte alla Sinistra Arcobaleno sarebbero bastati gli elettori delle due liste comuniste per superare lo sbarramento del 4% alla Camera.
Chi porta la responsabilità di questo disastro faccia un passo indietro, si dimetta. Dopo questo disastro elettorale Fausto Bertinotti e la sua Sinistra Arcobaleno fanno parte del passato. Da oggi si dovrà tornare al progetto originario del Prc, la rifondazione di un partito comunista.
Un partito che mai più voti i finanziamenti alle guerre o sostenga riforme pensionistiche e sociali e finanziarie di chiaro stampo liberista. Un partito che sappia da che parte stare, anche quando si mette in discussione una base militare americana o si difende il diritto delle donne a tirare pomodori a chi se li merita: gesto non-violento se paragonato alla violenza di chi vorrebbe ricacciarle ai tempi bui dell’inquisizione.
Di questo discuteremo nelle prossime settimane e mesi e nel prossimo congresso nazionale del PRC, se ci sarà. A questo ricominceremo a lavorare fin da ora.

Ora ci vuole l'autocritica, un congresso straordinario e rilanciare il PRC

di Claudio Grassi
su Liberazione del 16/04/2008

I risultati definitivi delle elezioni politiche ci consegnano un quadro drammatico. La coalizione di Berlusconi supera di oltre nove punti l'alleanza di Pd e Italia dei Valori e conquista un vantaggio consistente anche al Senato. La Lega Nord raggiunge percentuali estremamente significative (tornando ai risultati del 1992) mentre in alcune regioni le liste neo-fasciste raddoppiano in due anni i propri voti. Contemporaneamente il Pd non realizza la rimonta annunciata in campagna elettorale e ottiene un risultato ben inferiore alle aspettative. La conseguenza è che il prossimo Parlamento vedrà una salda maggioranza di deputati e senatori del Pdl e della Lega Nord, in grado di avviare – con il possibile benestare di Veltroni - una stagione di riforme istituzionali e costituzionali che potrebbero fare dell'Italia una repubblica presidenziale in un sistema tendenzialmente bipartitico e con una nuova legge elettorale maggioritaria.Ad opporsi a questa deriva nel prossimo Parlamento non ci saranno rappresentanti della Sinistra, il cui risultato elettorale è catastrofico.Basti dire che il 3% raccolto dalla Sinistra l’Arcobaleno è meno della metà dei voti ottenuti alle ultime elezioni politiche dalla sola Rifondazione Comunista.Ma è soprattutto un risultato fallimentare sul piano politico. Paghiamo venti mesi di governo Prodi insensibile alle ragioni dei lavoratori e dei soggetti sociali deboli. E paghiamo il fatto che il nostro atteggiamento, all'interno di quel governo, è stato per larghi tratti a-conflittuale e subalterno.La seconda causa di un risultato così disastroso riguarda il progetto politico a cui ha alluso la lista unitaria. Un progetto politico senza anima, che non ha appassionato nessuno, privo di una qualsiasi identità politica.Chi ha parlato in queste settimane della lista unica come del primo passo verso la costruzione di un partito unico della sinistra e ha agito nella direzione di accelerare questo processo, non ascoltando la contrarietà diffusa nel corpo del partito, ha commesso un ingiustificabile errore politico. L'assenza della falce e del martello dal simbolo elettorale è l'immagine più eclatante di questa inconsistenza politica.Come si è visto dal risultato elettorale, aver cancellato la falce e il martello dal simbolo elettorale non ha fatto acquisire alla Sinistra alcun voto. Al contrario, ne ha fatti perdere molti, in un elettorato consolidato e abituato a riconoscersi in quei simboli.Sono arrivati al pettine i nodi contenuti nella proposta politica avanzata con il congresso di Venezia, quando si sancì l’internità al governo "senza se e senza ma" e si lanciarono le basi per superare il Prc e dare vita ad nuovo soggetto unico della sinistra.Il gruppo dirigente del Prc ha fallito, portando il partito ad una sconfitta che non ha precedenti. Ne deve prendere atto con onestà e rassegnare immediatamente le dimissioni perché chi ha compiuto questo disastro non può essere colui che indica le soluzioni. Occorre convocare gli organismi del partito, avviare il congresso nazionale e dare la parola alle iscritte e agli iscritti.E' necessario fare autocritica e tornare ad investire sul nostro partito, riprendendo e rilanciando il progetto della Rifondazione Comunista. Non è il momento della rassegnazione, ma è il momento della lotta. Ci sono migliaia di compagne e compagni che non vogliono che scompaia Rifondazione. Noi siamo con loro.

L'ERNESTO: GIORDANO SI DIMETTA,VOTO È FINE ARCOBALENO

su www.lernesto.it del 16/04/2008

Le dimissioni di Franco Giordano e della segreteria nazionale, l'archiviazione della sinistra arcobaleno «un progetto fallimentare» e infine la ricostruzione di un partito basato sull'identità comunista. A chiedere che il Prc volti pagina e riprenda il cammino originale dopo la Bolognina è la minoranza dell'Ernesto rappresentata da Fosco Giannini e Gian Luigi Pegolo, parlamentari uscenti di Rifondazione e Leonardo Masella capogruppo del Prc in Emilia Romagna che annunciano la presentazione nel prossimo comitato politico del partito una mozione di sfiducia contro la segreteria. «Il risultato elettorale - sottolinea Pegolo - non è spiegabile solo dando le colpe al voto utile perchè lo stesso problema lo aveva l'Udc che invece ha tenuto. Bertinotti ed il segretario si ostinano a parlare di accelerazione verso il partito unico e la cosa mi pare incredibile». La minoranza dell'Ernesto chiede la convocazione del congresso e la possibilità di sapere l'esito del tesseramento dello scorso anno. Le critiche rivolte al gruppo dirigente vanno di pari passo a quelle verso il progetto arcobaleno: «L'esito elettorale - attacca Pegolo - ne decreta la fine. Il soggetto non è più proponibile. Rifondazione non va superata ma va difesa la sua autonomia». Se la proposta di Giordano di accelerare nella costruzione di una sinistra unita viene rispedita al mittente, riserve non si nascondo nemmeno per la tesi del ministro per la Solidarietà Sociale Paolo Ferrero che ha come obiettivo la nascita di una federazione in cui il Prc mantenga la sua autonomia. «Non ci piacciono i cosiddetti 'terzinì cioè coloro che si collocano tra il progetto della sinistra arcobaleno e l'autonomia del Prc. Noi - spiega Fosco Giannini - siamo contrari anche al modello della Sinistra europea». Parole dure sono infine rivolte all'ex segretario e leader della 'Cosa rossa' Fausto Bertinotti: «Lui - attacca il senatore del Prc - ha distrutto il partito comunista e tenta di distruggere la sinistra italiana, lo dicono i dati elettorali». «Le colpe - aggiunge Masella - non sono però tutte di Bertinotti. Intorno a lui, che era il padrone, c'era una corte dei miracoli, tanti cortigiani a dire sempre di sì».

Ichino ministro?

GOVERNO. ICHINO: IO MINISTRO? NON È PENSABILE, TROPPE DIFFERENZE


(DIRE) Roma, 16 apr. - Se "sul Giornale di oggi Livio Caputo parla di questa possibile proposta, rispondo qui, come ho gia' fatto pubblicamente in diverse occasioni: un mio coinvolgimento nel governo di Silvio Berlusconi non e' pensabile, per le profonde differenze che dividono il suo programma da quello del partito che ho contribuito a fondare e nelle cui liste sono stato eletto". E' quanto ribadisce Pietro Ichino, neo eletto del Pd al Senato, per il quale "questo non toglie che tra la maggioranza e il Pd possano verificarsi delle convergenze su singole materie di politica del lavoro".
Nel caso, Ichino si dice "pronto, e con me lo e' tutto il Pd, a cooperare con la maggioranza, nel rispetto dei rispettivi ruoli, per il progresso del nostro Paese".

martedì 15 aprile 2008

BOCCIATO L’ARCOBALENO, ORA LA PAROLA TOCCA AI COMUNISTI !

di Marco RIZZO

E’successo! Berlusconi è tornato, anche grazie a Veltroni, mentre la sinistra scompare con un risultato disastroso e l’improbabile Arcobaleno è stato sonoramente bocciato dall’elettorato con il 3% senza raggiungere il quorum ne alla Camera dei Deputati ne al Senato, non ottenendo così alcuna rappresentanza istituzionale. E pensare che partiva, sulla carta (nelle elezioni del 2006) con il 10,2% alla Camera e l’11,6% al Senato (sommando i risultati di Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani e Verdi e addirittura senza “conteggiare” la Sinistra Democratica).
Qualcuno potrà obiettare che quell’aggettivo “improbabile” poteva essere usato anche prima. Modestamente, alcuni di noi, tra cui il sottoscritto, lo avevano detto. La cattiva condotta della sinistra con il governo Prodi e il “tradimento” programmatico e ideale rispetto alla grandiosa manifestazione del 20 Ottobre, la cancellazione della “Falce e del Martello”, da molti auspicata da altri contrastata ma alla fine subita per necessità, un progetto politico privo di una “missione” e certo per nulla alternativo al Partito Democratico, le stesse modalità di scelta di adesione dei partiti (non un congresso, a volte neanche la riunione degli organismi dirigenti preposti) sono il racconto obiettivo di questa disavventura. Il problema, come sempre accade in politica,è però la questione della “percezione” di quello che stava accadendo, consapevolezza che certo non albergava non solo nella maggioranza dei gruppi dirigenti dei partiti della sinistra, ma anche in una considerevole parte dei militanti.
Bertinotti, e quelli che lo hanno seguito pedissequamente, con l'eclettismo che li ha caratterizzati, sono riusciti a fare quello che neppure ad Occhetto era riuscito: distruggere la sinistra!
Oggi ci vuole un nuovo inizio! Per ritrovare la fiducia nella parte del popolo che non si riconosce nelle disuguaglianze di questa società. Una opzione che passa necessariamente da una analisi approfondita di quello che accade in Italia e nel mondo. Proprio oggi, quando le contraddizioni del capitalismo –guerra e terrorismo, disuguaglianze sociali sempre più accentuate, collasso ambientale del pianeta- appaiono sempre più grandi. Proprio adesso, quando la nozione di “superamento del capitalismo” è più che mai attuale. Proprio ora appare evidente come la scelta comunista nel XXI secolo sia assolutamente sensata e necessaria.
Dobbiamo riportare la fiducia nella nostra gente e, soprattutto, dobbiamo fare in modo che questa fiducia possa esser rimeritata.
L’affermarsi del bipartitismo segna la crescente “americanizzazione” della politica. Si vuole chiudere “l’anomalia del caso italiano” dove, dal dopoguerra in poi, per oltre quaranta anni, il più grande Partito Comunista d’Occidente, assieme ad un formidabile movimento operaio, pur non partecipando al governo, aveva fortemente condizionato la scena politica e sociale del nostro paese. Dalla scuola per tutti all’universalismo della prestazione sanitaria, dallo Statuto dei lavoratori al rifiuto della monetizzazione della salute sui luoghi di lavoro, innumerevoli sono state le conquiste che hanno modificato concretamente i rapporti di forza tra le classi in Italia in quel periodo. Una funzione progressiva del conflitto tra lavoro e capitale che “trainava” anche le vittorie sui “diritti individuali”, dal divorzio all’aborto.
Poi è arrivata la difficile stagione dal 1991 fino ad oggi, quando si è tentato di “tenere aperta” la “questione comunista”, provando a più riprese a modificare la realtà con la partecipazione, in modi diversi, ai governi del paese. E’ stato giusto “provare” I risultati sono sotto gli occhi di tutti: 1994 – coalizione dei “progressisti”, 1996 – “desistenza” con l’Ulivo, 1998 – divisione dei Comunisti, gli uni al governo, gli altri contro, 2001 – i Comunisti Italiani dentro l’Ulivo, Rifondazione Comunista fuori, 2006 – tutti e due i partiti comunisti al governo… Sono passati 14 anni e la nostra gente non si ricorda una conquista sociale o anche solo di “principio” che , in qualche modo giustifichi quelle modalità di rapporto coi governi . Nel frattempo , la “base sociale” della sinistra, la nostra base sociale, si restringeva sempre di più…
Oggi dobbiamo interrogarci sul fatto che quel capitolo si è chiuso, tragicamente, con un risultato disastroso per tutta la sinistra. Bisogna ripartire da qui, considerando appunto che lo stare nel centrosinistra ha prodotto questi risultati. E solo un approccio miope potrebbe appellarsi al fatto che è Veltroni che ha voluto disfarsi della sinistra per riproporre in qualche modo un rinnovato quanto non augurabile rapporto col PD. Questo partito rappresenta infatti oggi (anche se non nella percezione di molti dei suoi militanti ed elettori) la migliore soluzione per i “poteri forti” che – scottati dal protagonismo reazionario e populista di Berlusconi- hanno ormai un evidente bisogno di una forza che sappia “cloroformizzare” il conflitto di classe e, al tempo stesso, “neutralizzare” qualunque evidente contraddizione. Il PD sarà, in sostanza, obbiettivamente funzionale a questo sistema capitalistico certo proteso alla massimizzazione dei profitti ma intelligentemente attento alla ricerca di una “pace sociale” che blocchi una qualunque risposta od organizzazione da parte delle classi popolari.
Per questi motivi serve avviare da subito una riflessione analitica ed un processo organizzato che sappia essere per le classi subalterne un vero punto di riferimento.
La questione comunista emerge oggi con prorompente evidenza, anche perché dove non vi sono partiti comunisti organizzati ed influenti nella società, come in gran Bretagna e stati Uniti, di fatto non esiste la sinistra.
Lo stesso risultato elettorale ci dice che anche da noi senza il partito comunista la sinistra scompare.
Un processo di costruzione che deve avere al centro la vicenda del lavoro, con tutte le sue attuali contraddizioni. Per riuscire a collegare con un “filo rosso” tutte quelle particolarità che oggi rendono lo sfruttamento del lavoro ancora più generalizzato che nel passato, dal lavoro dipendente ai ceti medi proletarizzati, dalle nuove forme di disoccupazione intellettuale alla precarizzazione permanente.
Tre sono i cardini della discussione che, schematicamente, dovremmo affrontare:
Una nuova riflessione e pratica dell’antimperialismo nell’era della globalizzazione capitalistica, sia nei confronti di quello americano, dominante, che di quello europeo, nascente.
L’alternatività all’americanizzazione della politica e quindi al Partito Democratico, appunto per una alternativa di sistema e di società.
Una nuova soggettività dei comunisti, cui possano partecipare tutte e tutti coloro che intendono impegnarsi per il superamento di questo modello di società, al di là delle attuali, e certo non autosufficienti, organizzazioni di appartenenza. Un percorso che voglia sperimentare forme nuove rispetto alla politica attuale (critica ai processi di personalizzazione e incentivazione alla direzione collegiale, superamento della politica come mestiere, revocabilità degli incarichi di direzione sulla base della valutazione dei risultati ottenuti e molto altro ancora).Come vedete un nuovo inizio, per cui servirà l’intelligenza di tutti e l’impegno di ognuno.

sabato 12 aprile 2008

Un'indegna campagna di demonizzazione della Repubblica Popolare Cinese è in corso

Appello

Un’indegna campagna di demonizzazione della Repubblica Popolare Cinese è in corso. A dirigerla e orchestrarla sono governi e organi di stampa più che mai decisi ad avallare il martirio interminabile del popolo palestinese e sempre pronti a scatenare e appoggiare guerre preventive come quella che in Irak ha già comportato centinaia di migliaia di morti e milioni di profughi.
Si agita la bandiera dell’indipendenza (talvolta camuffata da «autonomia») del Tibet, ma se questo obbiettivo venisse conseguito, ecco che la medesima parola d’ordine verrebbe lanciata anche per il Grande Tibet (un’area tre volte più grande del Tibet propriamente detto) e poi per il Xinjiang, per la Mongolia interna, per la Manciuria e per altre regioni ancora. La realtà è che, nel suo folle progetto di dominio planetario, l’imperialismo mira a smembrare un paese che da molti secoli si è costituito su una base multietnica e multiculturale e che oggi vede convivere 56 etnie. Non a caso, a promuovere questa Crociata non è certo il Terzo Mondo, che alla Cina guarda con simpatia e ammirazione, ma l’Occidente che a partire dalle guerre dell’oppio ha precipitato il grande paese asiatico nel sottosviluppo e in un’immane tragedia, dalla quale un popolo che ammonta ad un quinto dell’umanità sta finalmente fuoriuscendo.
Sulla base di parole d’ordine analoghe a quelle oggi urlate contro la Cina, si potrebbe promuovere lo smembramento di non pochi paesi europei, quali l’Inghilterra, la Francia, la Spagna e soprattutto l’Italia, dove non mancano i movimenti che rivendicano la «liberazione» e la secessione della Padania.
L’Occidente che si atteggia a Santa Sede della religione dei diritti umani non ha speso una sola parola sui pogrom anticinesi che il 14 marzo a Lhasa sono costati la vita a civili innocenti compresi vecchi, donne e bambini. Mentre proclama di essere alla testa della lotta contro il fondamentalismo, l’Occidente trasfigura nel modo più grottesco il Tibet del passato (fondato sulla teocrazia e sulla schiavitù e sul servaggio di massa) e si prosterna dinanzi a un Dio-Re, impegnato a costituire uno Stato sulla base della purezza etnica e religiosa (anche una moschea è stata assaltata a Lhasa), annettendo a questo Stato territori che sono sì abitati da tibetani ma che non sono mai stati amministrati da un Dalai Lama: è il progetto del Grande Tibet fondamentalista caro a coloro che vogliono mettere in crisi il carattere multietnico e multiculturale della Repubblica Popolare Cinese per poterla meglio smembrare.Alla fine dell’Ottocento, all’ingresso delle concessioni occidentali in Cina era bene in vista il cartello: «Vietato l’ingresso ai cani e ai cinesi». Questo cartello non è dileguato, ha solo subito qualche variante, come dimostra la campagna per sabotare o sminuire in qualche modo le Olimpiadi di Pechino: «Vietate le Olimpiadi ai cani e ai cinesi». La Crociata anticinese in corso è in piena continuità con una lunga e infame tradizione imperialista e razzista.
Prime adesioni:
Domenico Losurdo, filosofo
Gianni Vattimo, filosofo
Luciano Canfora, storico
Carlo Ferdinando Russo, direttore della rivista "Belfagor"
Angelo d’Orsi, storico
Ugo Dotti, storico della letteratura italiana
Guido Oldrini, filosofo
Massimiliano Marotta, presidente della Società di studi politici
Federico Martino, storico del diritto
Fosco Giannini, senatore PRC, direttore della rivista “l’Ernesto”
Fausto Sorini, membro del Comitato politico nazionale del PRC, direzione area “l’Ernesto”
Sergio Cararo, direttore della rivista “Contropiano”
Alessandro Leoni, Segreteria regionale toscana PRC
Valter Lorenzi, Rete nazionale “Disarmiamoli!”
Luca Gorlani, educatore, Chiari (BS)
Marco Benevento, Direttivo FIOM Roma Nord
Manlio Dinucci
Luciano Vasapollo, docente Università La Sapienza, Roma
Stefano G. Azzarà, Università di Urbino
Filippo Lai, ricercatore, Cagliari
Pilade Cantini
Vincenzo Simoni, Segretario nazionale dell’Unione Inquilini
Alfredo Tradardi, ISM-Italia
Francesco Zardo, giornalista e scrittore
Marie-Ange Patrizio, psicologa e traduttrice, Marsiglia
Giancarlo Staffolani, Collettivo “B. Brecht”, Veneto orientale
Andrea Fioretti, FLMU-CUB Sirti/assemblea lavoratori autoconvocati
Andrea Martocchia, astrofisico, INAF-IASF Roma
Serena Marchionni, bibliotecaria, Fac. Matematica, Università di Bologna
George Philippou, Atene
Luigi Pestalozza, musicologo
Libero Traversa, della redazione di “Marxismo Oggi”
Sergio Manes, editore (La Città del Sole)
Antonella Ghignoli
Andrea Parti
Aldo Cannas, Cagliari
Hisao Fujita Yashima, professore associato di Analisi Matematica, Università di Torino
Marco Ghioti
Leo Giglio
Armando Gattai, Prato
Niccolò Zambarbieri, Giovani Comunisti di Pavia
Claudio Del Bello, editore (Odradek)
Lin Jie
Mauro Gemma, redazione di Resistenze.org
Antonio Ginetti, Pistoia
Riccardo Fabio Franchi, studente, Bologna
Silvio Marconi, antropologo, operatore di cooperazione allo sviluppo e intercultura, Roma
Francesco Saverio de Blasi, ordinario di Analisi Matematica, Universita' di Roma "Tor Vergata
Claudia Cernigli, giornalista, Trieste
Z. Shiwei
Edoardo Magnone, chimico, Italy-Japan Joint Laboratory on Nanostructured Materials for Environment and Energy (NaMatEE) and "Research Center for Advanced Science and Technology" (RCAST), University of Tokyo
Rosanna DesteMarco Costa – PRC, Assessore ai Lavori Pubblici, Comune di Busana (RE)
Fulvio Grimaldi, giornalista
Antonio Casolaro, Caserta
Antonio Caracciolo, ricercatore di Filosofia del Diritto, Università di Roma La Sapienza
Alessandra Orlandini, infermiera, Ancona
Gianni Monasterolo, musicista e poeta
Stefano Franchi, segreteria PRC Bologna
Marina Minicuci, giornalista
Francesco Maringiò, coordinamento nazionale Giovani Comunisti
Adriano Benayon, Brasília, Brésil
Francesco Rozza, Caserta
Gian Mario Cazzaniga, professore di Filosofia morale, Università di Pisa
Annie Lacroix-Riz, storica
Simone Bruni, operatore e mediatore socio-culturale per Arci Toscana

venerdì 11 aprile 2008

Bertinotti: nell'Arcobaleno comunismo solo una cultura

di Daniela Preziosi
su Il Manifesto del 09/04/2008

Il comunismo sarà «una tendenza culturale» all'interno della Sinistra arcobaleno. A cinque giorni dal voto, Fausto Bertinotti si inerpica su un viottolo strettissimo per i suoi, dentro e fuori il Prc. Ovvero la collocazione dei comunisti all'interno della sinistra arcobaleno e persino la sopravvivenza del suo partito. Lo fa nel corso di una videochat sul sito del quotidiano La Stampa, rispondendo alle domande dei lettori. Cosa intende per «tendenza culturale» il candidato premier? In realtà, se prese alla lettera, le sue parole sono persino ovvie: nell'arcobaleno, dice, «vivrà la tendenza comunista, quella ecologista, quella femminista; fintanto che non si costruiranno nuove tendenze. Ma ripeto, tendenze culturali e un solo soggetto politico, unitario e plurale». Però a Paolo Ferrero, ministro della solidarietà sociale e leader di una solida area interna, suonano diversamente. D'accordo sul «processo partecipato e democratico di costruzione di una sinistra arcobaleno unitaria e plurale» attraverso «una discussione larga e partecipata». Quanto al Prc «anche per questo terrà il suo congresso nei prossimi mesi». Ma l'affondo è alla fine. Ferrero cita un classico di Marx ed Engels per dire che per quanto lo riguarda «non so immaginare il comunismo come tendenza culturale; l'unico comunismo che conosco è 'il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente'».Le parole di Ferrero provocano a loro volta stupore e irritazione negli ambienti della segreteria del Prc. In fondo il ragionamento di Bertinotti non è una novità, è persino un percorso politico partito almeno dieci anni. Ma il botta e risposta ha tutta l'aria di un posizionamento precongressuale. E infatti batte un colpo anche Claudio Grassi, leader della minoranza interna Essere comunisti, quella più scettica nei confronti del soggetto unitario a sinistra: «Che i comunisti diventino una tendenza culturale dentro la Sinistra arcobaleno è una delle tante idee che sta esprimendo Bertinotti in questa campagna elettorale. Peccato che non se ne sia mai discusso da nessuna parte, per lo meno in Rifondazione comunista», dice. «Anzi, abbiamo sempre sostenuto, tutti, che la costruzione del soggetto unitario e plurale a sinistra va di pari passo con il mantenimento e il rafforzamento di Rifondazione comunista. Questa resta la posizione della grande maggioranza degli iscritti di Rifondazione, che non hanno nessuna intenzione di sciogliersi in un contenitore genericamente di sinistra». Ma non è finita. Le parole di Bertinotti ricevono l'accoglienza non cordialissima di Manuela Palermi, arcobaleno in quota comunisti italiani: «Quel che sarà la nuova formazione lo decideranno assieme, con pari dignità, senza improvvisazioni leaderistiche, i quattro partiti che ne fanno parte», dice. E quanto alla poca voglia di scioglimento, il suo partito notoriamente non è secondo a nessuno. «Il Pdci è il partito che rivendica, per oggi e per domani, la sua identità e la sua pratica comunista. Per questo considero praticabile una Confederazione all'interno della quale i quattro partiti mantengano la loro autonomia in una pratica unitaria». Un dibattito difficile, tanto a ridosso del voto. Certo, subito dopo le elezioni c'è, e Bertinotti lo ripete da mesi, la costruzione di una forza unitaria della sinistra arcobaleno. «Con chi ci sta», dice, che è come mettere in conto qualche possibile defezione. La condizione però è la vittoria elettorale. Battendo innanzitutto il pressing sul «voto utile» con cui da giorni il Pd martella, in direzione dell'elettorato di sinistra. Ieri, il terzo attacco da parte del partitone in quattro giorni. Dopo Walter Veltroni («Bertinotti ha segato Prodi»), Dario Franceschini («Bertinotti come Nader, ha fatto vincere Bush»), questa volta a prendersela con il candidato della sinistra, nella veste di presidente della camera, è stato Romano Prodi. Che si è levato un sassolino dalla scarpa, dei tanti che ne ha da almeno dieci anni. Mastella «ha tradito», ha detto in un retroscena ancora della Stampa. Ma il vero colpevole della caduta dell'ultimo esecutivo è «chi ha minato continuamente l'azione del governo, di chi ha fatto certe dichiarazioni istituzionalmente opinabili...». Poi ha smentito. «Fonti non controllate. Non commento». Ma solo nel pomeriggio avanzato. Troppo tardi per essere credibile.

giovedì 10 aprile 2008

Congresso subito

di Fosco Giannini

del 04/04/2008 su www.lernesto.it

Andiamo all’essenza delle cose.

Abbiamo assistito al fallimento completo del governo Prodi e all’altrettanto completo fallimento – lo diciamo da dirigenti del Partito della Rifondazione Comunista – dell’esperienza del Prc all’interno di tale governo.

Sui temi della pace, del disarmo, della redistribuzione del reddito, dei diritti sociali e civili nulla è stato ottenuto. In compenso, il nostro Partito si è dissanguato, in quell’esperienza di governo ha mutato se stesso, ha compromesso i rapporti con i movimenti e con il movimento operaio complessivo, pagando anche un prezzo notevole sul piano dell’organizzazione e della tenuta interna. Oggi, nei circoli, nelle federazioni, non tira certo un’aria di entusiasmo: piuttosto un’aria dimessa, di smobilitazione, di sconcerto, di disaffezione. Un’aria di sospensione: che cosa abbiamo fatto? Chi siamo? Chi saremo domani?

Al fallimento – che è stato il fallimento dell’esperienza governativa, ma ancor più il fallimento profondo di un’intera linea politica, quella discendente dal Congresso di Venezia - il gruppo dirigente del Prc ha risposto essenzialmente in tre modi: primo, rimuovendo le basi materiali della sconfitta; secondo, accelerando il processo di cancellazione della natura comunista del nostro Partito; terzo, imprimendo un giro di vite antidemocratico interno che non evoca certo i migliori momenti della storia del movimento comunista, né quel partito “antistalinista” e democratico tanto sbandierato dalla “innovazione” bertinottiana.

Per ciò che riguarda le ragioni della sconfitta, il gruppo dirigente del Prc ha assunto buona parte della griglia interpretativa di Prodi: essa troverebbe le sue basi materiali nel tradimento dell’ala moderata dell’Unione (Dini, Mastella…) e nel fatto che i poteri forti si sarebbero scatenati nel momento in cui il governo si stava preparando al “risarcimento sociale”. Vi è poi un punto analitico, espresso inizialmente da Giovanni Russo Spena e poi ripreso da diversi altri, secondo il quale una causa determinante della sconfitta risiederebbe nel fatto che il governo sarebbe stato impermeabile ai movimenti, nel senso che non si sarebbe fatto spingere a sinistra da essi.

Il primo di questi argomenti (il tradimento dell’ala moderata dell’Unione) è un argomento di tipo essenzialmente sovrastrutturale e politicista: la composizione politica (persino ideologica) dell’Unione si conosceva benissimo e si conoscevano bene i suoi limiti programmatici. Furono questi limiti a spingere una vasta minoranza interna al Prc, al Congresso di Venezia, a battersi contro la linea governista scelta in modo aprioristico dalla maggioranza. Pretendere da Dini e Padoa Schioppa – anche nell’ultima fase del governo Prodi - politiche redistributive volte a colpire i profitti premiando i salari sarebbe stato come chiedere a Parisi e Rutelli di portar via le truppe italiane dall’ Afghanistan: contraddizioni in termini.

Per ciò che riguarda il fatto che il governo sarebbe stato fatto cadere dai poteri forti poiché ormai prossimo al cambiamento di marcia e al risarcimento sociale: non c’è un segno concreto, uno che sia uno, a deporre a favore di questa ipotesi. Il governo, prima di cadere, aveva da poco licenziato il nefasto Protocollo del 23 luglio, affossando con esso ogni lotta alla precarietà, e si apprestava a gestire una stagione contrattuale all’insegna della centralità del rilancio dell’impresa e non certo volta ad adeguare stipendi e salari al costo reale della vita. Mentre sul piano internazionale si accingeva a prorogare le guerre internazionali, a rilanciare le spese militari (come dimostrato dall’ attività della Commissione Difesa al Senato successiva alla stessa caduta del governo Prodi) e a riconoscere l’indipendenza del Kosovo.

L’argomento sollevato, a mo’ di prudente autocritica, da una parte del gruppo dirigente del Prc (impermeabilità del governo ai movimenti) è, dal nostro punto di vista, particolarmente debole. Il punto non è che il governo sia stato impermeabile ai movimenti, il punto è che le politiche concrete hanno scavato un solco profondo tra governo e movimenti, sino al punto che ben presto è caduta la non del tutto onesta illusione bertinottiana secondo la quale i movimenti avrebbero spinto a sinistra l’asse governativo.

Ciò che è accaduto è che i movimenti di lotta – da quello di Genova ai metalmeccanici, sino al movimento contro la guerra – si sono trovati nella condizione di essere dall’altra parte della barricata, rispetto al governo Prodi, e non più compagni di strada. La verità è che il gruppo dirigente del Prc ha operato, per ciò che riguarda le cause della sconfitta, una rimozione profonda, ha voluto cioè dimenticare di analizzare la fase generale nella quale è avvenuta l’esperienza governativa. Ha rimosso, in modo idealista, i dati più concreti e strutturali.

L’entrata del Prc al governo è avvenuta in una fase che potremmo seriamente definire come quella della competizione globale.

Siamo di fronte ad una acutizzazione del conflitto politico ed economico, a livello internazionale, tra poli imperialisti e capitalisti, una lotta molto dura per la conquista dei mercati. Le vaste frazioni capitaliste oggi egemoni – anche in Italia - intravedono una sola via per sconfiggere la concorrenza: abbattere il costo delle merci riducendo drasticamente salari, diritti e stato sociale. In quest’ottica esse non contemplano – oggi – nessuna possibilità di compromesso con il mondo del lavoro, nessuna soluzione redistributiva di tipo socialdemocratico. La redistribuzione del reddito non è appesa al ramo della fase come un frutto spontaneamente maturato, che attende solo di essere colto. Quel frutto, semplicemente, non c’è. Il governo Prodi, se intendeva cogliere il frutto della redistribuzione, doveva navigare, rispetto alla fase data, in netta controtendenza (che, fuor di metafora, vuol solo dire fare un po’ male ai padroni).

Non lo ha fatto e, per sua natura, non poteva farlo. Sta qui il punto strutturale più significativo, che ci porta giocoforza alla domanda centrale: vi erano le condizioni oggettive, per i comunisti, per entrare nel governo Prodi? E ancor più: vi erano le condizioni per restarvi? O non era il caso – dopo l’ Afghanistan, dopo Vicenza, dopo lo scudo stellare, dopo il Kosovo, dopo le politiche di destra sulla “sicurezza”, dopo la rinuncia ai diritti civili e rispetto alla volontà ferrea da parte del governo Prodi di ritenere immodificabile il Protocollo del 23 luglio - di ritirare la delegazione del Prc dal governo?

Così, in verità, si doveva fare, da comunisti: rompere, almeno a partire dal voto sul Protocollo, la complicità con un governo incapace di conquistare un’autonomia dalle strategie imperialiste degli USA e della NATO e con politiche economiche ormai essenzialmente liberiste.

Altri dati strutturali sono stati rimossi nell’analisi del Prc sulla fase: i rapporti di forza sociali in Italia, molto sfavorevoli al movimento operaio complessivo, e la generale pulsione neocentrista emanata in area Ue dal costituendo neoimperialismo europeo. Due questioni non da poco. Sulla base materiale di rapporti di forza sociali così sfavorevoli ai lavoratori vi è il rischio, incentrando la battaglia essenzialmente sul terreno istituzionale, di scivolare – più o meno inavvertitamente - nel cretinismo parlamentare, aggravando vieppiù le condizioni di vita dei lavoratori, dei precari, dei pensionati, dei giovani senza lavoro, rafforzando il potere dei padroni.

La profonda pulsione politica e culturale neocentrista che prende forma in tanta parte dell’Ue, dettata dalla forza egemone del capitale economico e finanziario transnazionale e funzionale alla costituzione del neoimperialismo europeo, è ormai ben più che un moto carsico e segna di sé – oltre che le forze più esplicitamente liberiste - gran parte di quelle forze politiche che possono essere ricondotte ad una sorta di centro-sinistra europeo. Le forze moderate del governo Prodi non sono sfuggite a quest’attrazione egemonica e il Prc non ha saputo e non ha più potuto - in virtù della sua nuova natura politica - fare i conti con queste contraddizioni, a partire dalla subordinazione ai vincoli di Maastricht e alla mitologia del risanamento finanziario imposta dalla Banca centrale europea.

Come dovrebbe porsi una forza di classe, anticapitalista, comunista in questa fase di fronte alle contraddizioni aperte dalla competizione globale e di fronte all’attacco del capitale? Non ci sono dubbi: dovrebbe rinunciare, non per massimalismo ma per una analisi concreta della situazione concreta, alle illusioni istituzionaliste e mettersi invece alla testa di un nuovo – e probabilmente non breve – ciclo di lotte sociali, con l’obiettivo primario di mutare i rapporti di forza sociali e spuntare le unghie ai padroni. Vorrebbe dire, innanzitutto, dedicarsi alla costruzione e al rafforzamento del Partito comunista come cuore pulsante ed unitario di un più vasto schieramento di lotta antiliberista, anticapitalista, antimperialista.

Cosa ha invece scelto il gruppo dirigente del Prc dopo il fallimento del governo Prodi? Dopo il proprio fallimento? Ha scelto di velocizzare il processo di superamento dell’autonomia comunista e anticapitalista per immergersi nella costruzione di un nuovo e non meglio identificato “soggetto di sinistra”: La Sinistra - L’Arcobaleno. Un soggetto che nasce come prodotto finale del lungo processo di decomunistizzazione bertinottiana, ma che va prendendo oggi, incentrandosi sulla Sinistra Democratica, la sua forma più compiuta, in senso moderato ed essenzialmente socialdemocratico.

La cancellazione del partito comunista è, insieme, l’esito più funzionale alla fase d’attacco del capitale e quello più deleterio per gli interessi delle classi subordinate. E tale cancellazione ha una sorta di armonia interna: essa rappresenta uno strappo così violento nella storia del movimento operaio italiano che per avverarsi ha bisogno di altrettanta violenza antidemocratica: la cancellazione viene decisa da un gruppo dirigente ristrettissimo che tacita ed emargina completamente ottantamila iscritti al Partito.

Il giro di vite interno al Prc, volto al superamento dell’autonomia comunista, è costituito, a ben riflettere, da una lunga ed incredibile teoria di soprusi: si costituisce La Sinistra - L’Arcobaleno senza una minima discussione nei circoli e nelle federazioni (riprendendo per la verità uno schema verticistico già utilizzato - con gli esiti che sono sotto gli occhi di tutti - per la costruzione della Sinistra Europea e dell’Unione); nello stesso modo si cancellano i nostri simboli: la falce e il martello; si evita ogni minima consultazione nella base del Partito relativa all’esperienza nel governo Prodi; si avvia il tesseramento per il nuovo soggetto politico ( le tessere Arcobaleno stanno arrivando alle Federazioni proprio durante questa campagna elettorale: bel gesto per rafforzare l’animo dei militanti comunisti e spingerli nelle piazze e nei quartieri!); si sospende (sino a quando ?) il Congresso nazionale e si punisce una minoranza interna (quella de l’ernesto) attraverso una inedita quanto vergognosa e pericolosa teorizzazione antidemocratica: vi sarebbero minoranze “dialettiche” che possono essere premiate e minoranze “d’opposizione” (in quanto si oppongono alla liquidazione del Prc ) che possono essere umiliate ed emarginate.

Siamo in campagna elettorale, e i compagni e le compagne de l’ernesto, per il loro Partito e per la sinistra, faranno la loro parte. Poi, questo stato di cose, questa sospensione della democrazia interna, non saranno più tollerabili. Chi vuole cancellare il partito comunista non potrà più raccontare favole: dovrà dirlo. E chi vuole rilanciare l’autonomia comunista dovrà battersi.

Questa ipocrisia sospesa nel vuoto è perniciosa per tutti. Occorre decidere. Dopo le elezioni non si potrà più menare il can per l’aia : occorrerà il Congresso. E se non lo deciderà il gruppo dirigente nazionale dovranno imporlo gli iscritti.

E’ ora di finirla.

La parola alle compagne e ai compagni. Congresso subito!

Ci opporemo a qualunque intenzione di scioglimento di Rifondazione Comunista

di Claudio Grassi
su www.esserecomunisti.it del 08/04/2008

Dichiarazione alla stampa del sen. Claudio Grassi, Coordinatore nazionale Area Essere comunisti (PRC)

Che i comunisti diventino una tendenza culturale dentro la Sinistra Arcobaleno è una delle tante idee che sta esprimendo Bertinotti in questa campagna elettorale.Peccato che non se ne sia mai discusso da nessuna parte, per lo meno in Rifondazione comunista. Anzi, abbiamo sempre sostenuto – tutti – che la costruzione del soggetto unitario e plurale a sinistra va di pari passo con il mantenimento e il rafforzamento di Rifondazione comunista.Questa resta la posizione della grande maggioranza degli iscritti di Rifondazione, che non hanno nessuna intenzione di sciogliersi in un contenitore genericamente di sinistra.In ogni caso, subito dopo le elezioni, si dovrà tenere il congresso e quella sarà la sede per discutere del futuro del Prc. L'area Essere comunisti si batterà contro qualsiasi ipotesi di scioglimento di Rifondazione.

mercoledì 9 aprile 2008

Mascalzoni

su La Stampa del 08/04/2008

TORINO - La Thyssenkrupp sta facendo firmare ai lavoratori che lasciano l’azienda un verbale, nel quale si impegnano a non costituirsi parte civile, ma anche a non ricorrere contro eventuali responsabilità penali dei dirigenti. Lo ha reso noto il segretario generale della Fiom torinese, Giorgio Airaudo, nel corso dell’assemblea nazionale degli Rls, rappresentanti della sicurezza della Fiom, riuniti a Torino. «Se la Thyssen - ha detto Airaudo - utilizzava questo verbale storicamente, già prima della strage, nasce il sospetto che avesse interesse a cautelarsi. Se invece il verbale è stato modificato dopo la strage del 6 dicembre, ci troviamo di fronte a un’azienda che tenta di sottrarre ai lavoratori un diritto, quello di costituirsi parte civile. In ogni caso, si tratta per noi di atti non validi e lavoreremo perchè vengano rimossi gli effetti».Rinaldini: «L'azienda ha un atteggiamento arrogante»«È un fatto gravissimo che arriva all’indomani della tragedia della Thyssenkrupp e conferma l’atteggiamento di assoluta arroganza dell’azienda e mancanza di ogni forma di sensibilità, soprattutto tenuto conto del procedimento giudiziario in corso nei confronti dei dirigenti della multinazionale». Così il segretario generale della Fiom Cgil, Gianni Rinaldini, a margine dell’assemblea nazionale Rls Fiom in corso a Torino, commenta i verbali fatti firmare ai lavoratori delle Acciaierie contenenti la remissione di procedure di carattere penale e civile.Sono in corso verifiche sulle dimensioni del fenomeno. Intanto Rinaldini assicura che «il sindacato proseguirà la costituzione di parte civile contro la Thyssenkrupp» e invita «i lavoratori a non firmare».Duro anche il giudizio espresso da Giorgio Cremaschi, segretario nazionale Fiom. «Questa vicenda - dice - dimostra che i dirigenti della Thyssenkrupp sono dei mascalzoni e bisogna fare il possibile perchè abbiano la sanzione che meritano».